OMELIA SETTENARIO MADONNA DEL PIANTO – MAGGIO 2026
1° SERA
CON MARIA:
“SERVIRE LA VITA, SERVIRE LA GIOIA DI VIVERE”,
è il tema di quest’anno pastorale voluto dal nostro Vescovo, che stiamo vivendo sin dal tempo di Avvento, e non ci può essere nessuno che ce lo può insegnare se non Maria che ha amato più di tutti al mondo la Vita in tutte le sue espressioni.
Maria è venerata come protettrice e Madre della Vita perché ha accolto in sé la "Vita vera", Gesù Cristo, diventando il canale benedetto attraverso cui Dio si è fatto uomo.
Maria insegna ad accogliere la vita, fin dal concepimento, dicendo il suo "sì" (fiat) a Dio. Il suo grembo è il santuario della vita, trasformando la fede in obbedienza e amore.
Maria non fugge di fronte al dolore; restando sotto la croce, mostra vicinanza a chi soffre e garantisce la speranza della vita che non finisce. Il suo dolore è trasformato in intercessione materna per la salvezza e la protezione di tutti.
La protezione di Maria si estende alla difesa di ogni vita, specialmente quella fragile, malata o disabile, invitando a prendersi cura del fratello invece di distruggere la vita.
Certamente non è d’accordo con coloro che di fronte ad un malato terminale decidono di interromperla con l’eutanasia. La vita viene da Dio e solo lui decide il momento del nascere e del morire.
Maria è invocata come guida e protettrice nel "mare della vita", spesso tempestoso, illuminando i naviganti verso il porto della pace, e come "Santa Maria della Vita", asciuga le lacrime e dona consolazione divina, invitando i credenti a condividere questo amore.
Accogliere la vita: sembra una cosa molto difficile oggi se guardiamo a come la vita viene disprezzata, derisa, mutilata, offesa, banalizzata e usata. Se guardiamo a tutto ciò ci rendiamo conto che la vita oggi non è accolta. Se, però, riflettiamo, ci chiediamo come ha fatto Maria? Come ha accolto la Vita Maria? Con la semplicità della Verità (“Non conosco uomo “) ma anche con la straordinaria audacia e docilità della fede (“Ecco la serva del Signore: si faccia di me secondo la Tua parola!”).
Ma noi amiamo la verità? Viviamo nella e per la verità? Siamo audaci nella fede? Siamo docili nell’abbandono? Cosa è che dà il sapore, l’intensità del vivere se non il pensiero che, un Dio teneramente misericordioso si interessa di noi?
Eppure questa che dovrebbe essere la più grande delle emozioni, che dovrebbe riempire i minuti, le ore, i giorni, i mesi, gli anni, purtroppo non ci “emoziona “più di tanto. Viene spesso vissuta come grande emozione, ma di pochi momenti, ed è poi relegata nell’insieme delle altre attività quotidiane.
Oggi non c’è posto per il Signore: si ripete quello che è avvenuto più di 2000 anni fa. Si, perché, mettere Gesù Cristo “tra le varie cose importanti”, e non al primo posto, significa non aver capito, con la mente e con il cuore, chi più importante della nostra esistenza: Gesù che si è fatto carne per noi e quindi è come non accoglierlo se non vediamo la sua presenza su tutto.
A volte un canto accompagna le nostre celebrazioni liturgiche: “Dio si è fatto come noi…per farci come Lui “. Quanto amore per noi, ma oggi lui, l’Amore, non è amato.
Cosa possiamo fare per amare l’Amore?
Santa Teresina di Lisieux ripeteva: “Fa’ bene quello che stai facendo”. Allora capisco che per amare l’Amore non bisogna fare cose straordinarie ma bisogna fare straordinariamente bene le piccole cose di ogni giorno: molto impegno, molta attenzione, molta cura nelle cose che fai ogni giorno; anche se apparentemente insignificanti e banali, esse diventano grandi sulla base dell’Amore che ci metti nel farle. Nella storia quotidiana del vivere familiare, nelle fasi affettive tra fidanzati e tra amici, quante occasioni di Amore piccolo e contemporaneamente grande ci sono!
Quant’è vero che Dio è così umile che si nasconde dietro la nostra, spesso povera azione umana.
Servire la vita, allora significa fare un po’ di spazio all’azione di Dio in noi e poi assistere ammirati e stupiti a come Lui agisce, nei tempi e nei modi che Lui sceglie.
Questo nostro settenario in onore della Madonna del Pianto ci dia la luce affinché gli occhi del cuore vedano che Dio si è fatto…veramente… come noi…per farci … veramente…come Lui.
OMELIA SETTENARIO MADONNA DEL PIANTO – MAGGIO 2026
2° SERA
MARIA MADRE DELL’AUTORE DELLA VITA
“Dio non ha fatto a meno della Madre: a maggior ragione ne abbiamo bisogno noi”.
Dovete sapere che il primo dogma mariano formulato nella Chiesa fu proprio quello della “Madre di Dio”. Per combattere l’eresia di Nestorio - secondo cui Maria diede vita a un uomo, non a Dio, il Concilio di Efeso (431 d.C.) decretò che Gesù era una persona sola, non due persone distinte, completamente Dio e completamente uomo, e che la Maria è la Theotokos perché diede alla luce non un uomo, ma Dio come uomo.
Cristo e la sua Madre sono quindi inseparabili: tra loro esiste un rapporto strettissimo, come tra ogni figlio e sua madre, e non si può capire la salvezza operata da Gesù senza considerare la maternità di Maria. La Vergine Maria, Madre di Dio, è anche Madre della Chiesa e, per mezzo della Chiesa, è Madre di tutti gli uomini e di tutti i popoli”.
Una società senza madri sarebbe una società senza pietà, che ha lasciato il posto soltanto al calcolo e alla speculazione. Perché le madri, perfino nei momenti peggiori, sanno testimoniare la tenerezza, la dedizione incondizionata, la forza della speranza.
Maria non ha tenuto nulla per sé, niente ha rinchiuso nella solitudine o affogato nell’amarezza, tutto ha portato a Dio, l’autore della vita.
Perché la fede non si riduca solo a idea o a dottrina, abbiamo bisogno, tutti, di un cuore di madre, che sappia custodire la tenerezza di Dio e ascoltare i palpiti dell’uomo.
La Madonna non è un optional: va accolta nella vita.
Un mondo che guarda al futuro senza sguardo materno è miope. Aumenterà pure i profitti, ma non saprà più vedere negli uomini dei figli. Ci saranno guadagni, ma non saranno per tutti. Abiteremo la stessa casa, ma non da fratelli.
La famiglia umana si fonda sulle madri. Un mondo nel quale la tenerezza materna è relegata solo al sentimento potrà essere ricco di cose, ma non ricco di domani.
Dobbiamo ripartire dalla donna, le donne sono fonti di vita, eppure sono continuamente offese, picchiate, violentate, indotte a prostituirsi e a sopprimere la vita che portano in grembo.
Ogni violenza inferta alla donna è una profanazione di Dio, nato da donna. Dal corpo di una donna è arrivata la salvezza per l’umanità: da come trattiamo il corpo della donna comprendiamo il nostro livello di umanità.
Quante volte il corpo della donna viene sacrificato sugli altari profani della pubblicità, del guadagno, della pornografia, sfruttato come superficie da usare. Va liberato dal consumismo, va rispettato e onorato; è la carne più nobile del mondo, ha concepito e dato alla luce l’Amore che ci ha salvati! Oggi pure la maternità viene umiliata, perché l’unica crescita che interessa è quella economica
La Chiesa ha un cuore di madre, per questo deve avvicinarsi a Maria per ritrovare la sua unità perché il diavolo, cerca invece di dividerla, mettendo in primo piano le differenze, le ideologie, i pensieri di parte e i partiti.
Non riusciamo a capire la Chiesa se la guardiamo a partire dalle strutture, a partire dai programmi e dalle tendenze, dalle ideologie, dalle funzionalità: coglieremo qualcosa, ma non il cuore della Chiesa. Perché la Chiesa ha un cuore di madre.
Si deve partire, dunque, da questo cuore, per costruire un mondo di persone che si sentano fratelli e sorelle, per costruire unità e pace, per la rivoluzione della tenerezza.
A Maria, ancora una volta, questa sera glielo chiediamo: Dacci Gesù, e con Gesù dacci la grazia, ovvero quella capacità di amore per il quale dimentichiamo noi stessi e ci doniamo incondizionatamente al Signore e ai fratelli.
Dobbiamo sapere che il mondo, il nostro paese, ha bisogno di cristiani che non solo facciano tante parole, ma che si mettano al servizio fraterno.
Che concetto strano “mettersi al servizio”. Ma l’esempio di questo mettersi al servizio è proprio la Vergine Maria.
Metterci al servizio senza molte parole, senza un tornaconto personale o familiare, senza la speranza di arricchirci, senza la frenesia di fare bella figura… ma solo per Amore, COME MARIA.
Come cristiani lo dobbiamo fare!
Maria Santissima, Madre dell'Autore della Vita, ci custodisca nella sua maternità e ci insegni a valorizzare il dono della vita, sia quella fisica che quella spirituale, portandoci sempre al centro del mistero della salvezza.
OMELIA SETTENARIO MADONNA DEL PIANTO – MAGGIO 2026
3° SERA
MARIA FONTE DELLA NOSTRA GIOIA
La cosa più bella del mondo - ha scritto nel suo tema un alunno delle elementari - è il sorriso di mia mamma”.
Queste parole, non potrebbe firmarle anche il buon Dio, nei riguardi di sua Madre? Direi di sì! Egli infatti l’ha pensata, voluta e scelta, perché in lei splendesse il suo amore di Padre sull’umanità, dopo tanta e tanta storia di peccato e di morte.
La Bibbia racconta il “lamento di Dio” sul peccato dell’uomo: “Il Signore si pentì di aver fatto l’uomo e se ne addolorò in cuor suo” (Gn 6,6). È il pianto del Padre, deluso dalle sue creature. Ma Dio, nel suo amore misericordioso, viene incontro all’umanità per liberarla dal male. E per il suo progetto d’amore, dà un segno inconfondibile: “Ecco la Vergine partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele" (Is 7,14). Il segno diventa realtà quando l’Angelo “inviato da Dio” annuncia a Maria: “Rallegrati, o piena di grazia, il Signore è con te. Tu concepirai un bambino che sarà chiamato Figlio dell’Altissimo” (Lc 1,28-29). In Maria, aurora di una nuova umanità, torna il “sorriso di Dio”.
I cristiani, con i santi in prima fila, hanno sempre riconosciuto in Maria la fonte della gioia. Secondo la preghiera liturgica della Chiesa, ella è “la causa della nostra gioia”, “la letizia d’Israele”, cioè la gioia del mondo rinnovato da Dio.
Maria ha posto la sua gioia nella volontà di Dio Padre su di lei come sul suo Gesù e sui figli (la Chiesa) che Gesù le ha affidato dall’alto della croce.
Certamente ha più bisogno di consolazione una madre che perde il proprio figlio, che non dei discepoli che perdono il loro maestro. Eppure nella prova che va dalla passione alla risurrezione e ascensione di Gesù, è la Madre che consola e rianima i discepoli, pregando con loro e per loro. Lo fa sapendo di non aver perso il Figlio amato, ma di rimanere realmente e totalmente unita a lui nella fede e nella speranza di ritrovarsi eternamente insieme nella gloria della vita eterna.
Oggi, guardando alla nostra realtà che spesso diventa insopportabile, ci chiediamo: “Ma è possibile la gioia nel dolore?”. Umanamente no, cristianamente sì! Lo riconosce il grande sant’Agostino nelle sue Confessioni: “Umanamente ciò che si sopporta non si ama! Ma cristianamente, quando si ama, si sopporta anche l’insopportabile”. In questo Maria è uno splendido modello e un grande aiuto per i cristiani.
Maria ha la capacità di trasformare il dolore in amore, nella vita sua ma anche di quella di noi suoi figli
La madre è tutta per i figli, e gioisce quando può aiutarli nelle loro difficoltà. Ma è ancora più felice quando vede che i figli seguono il suo buon esempio.
Oggi purtroppo spesso non è così. Tante mamme, pur donandosi ai figli, soffrono nel vederli indifferenti e addirittura contrari alle loro convinzioni morali e religiose. Il perché di questo sconforto sta nel fatto che le mamme sanno benissimo che i loro figli non vivono più di valori grandi e indispensabili alla loro vita e soprattutto alla loro vita di fede.
Da Maria si impara ad avere nel cuore quella fede serena e quella fiduciosa speranza che, anche nelle prove, ci ottengono una vita felice. Certo, non è facile vivere così. Ma il Vangelo ce lo ricorda: “Tutto è possibile a Dio”.
San Francesco d’Assisi, a coloro che non capivano come lui potesse unire la felicità alla povertà più austera, confidava: “Tanto è il bene che mi aspetto, che ogni pena mi è diletto!”.
La nostra imitazione della “Madre della gioia” deve farci assumere un atteggiamento molto importante della sua vita: la sua attenzione agli altri, come ha fatto lei con la sua visita alla cugina Elisabetta e con il suo gentile interessamento verso gli sposi di Cana.
Maria con la visita ad Elisabetta che conclude con il “Magnificat”, c’insegna che Dio dà la gioia a coloro che per amore suo, donano amore agli altri.
Ha preso sul serio molto bene le parole di suo Figlio: “È donando che si riceve”. Donarsi e gioire ci fanno camminare verso Dio che “ama chi dona con gioia”.
A Cana poi Maria ci ha insegnato qualcosa da cui dipende il presente e il futuro della nostra gioia: “Fate quello che egli vi dirà!”. Sì, nella volontà divina è la nostra gioia e la nostra pace. Accogliere e vivere questo invito di Maria, può non essere facile, ma ci rende felici.
OMELIA SETTENARIO MADONNA DEL PIANTO – MAGGIO 2026
4° SERA
MARIA MADRE DI TENEREZZA
Un’icona tradizionale, spesso attribuita a San Luca, mostra Maria che accosta la sua guancia a quella del Bambino Gesù, un gesto che rappresenta il reciproco amore e la cura materna.
Maria incarna in sé una tenerezza che non è debolezza, ma una forza potente capace di trasmettere gioia, speranza e conforto.
Si potrebbe dire che è la carezza di Dio: Maria è il tramite attraverso cui la tenerezza di Dio si manifesta, specialmente nei momenti di difficoltà, offrendo un rifugio sicuro.
Questa immagine di Maria è un invito per noi a riscoprire la dolcezza e l'affetto nelle nostre relazioni umane, eliminando tante durezze e asprezze.
È il Vangelo che ci aiuta a cogliere in pienezza questa immagine tenera di Maria.
Nei Vangeli Maria appare come donna di poche parole, senza grandi discorsi né protagonismi ma con uno sguardo attento che sa custodire la vita e la missione del suo Figlio e tutto quello che Lui ama.
Ha saputo custodire gli inizi della prima comunità cristiana, e così ha imparato ad essere madre di una moltitudine. Si è avvicinata alle situazioni più diverse per seminare speranza. Ha accompagnato le croci caricate nel silenzio del cuore dei suoi figli.
Maria ci ha dato il calore materno, quello che ci avvolge in mezzo alle difficoltà; il calore materno che permette che niente e nessuno spenga in seno alla Chiesa la rivoluzione della tenerezza inaugurata dal suo Figlio.
Dove c’è una madre, c’è tenerezza. E Maria con la sua maternità ci mostra che l’umiltà e la tenerezza non sono virtù dei deboli ma dei forti, ci insegna che non c’è bisogno di maltrattare gli altri per sentirsi importanti.
Celebrare la nostra festa della Madonna del Pianto significa ricordare una certezza che accompagnerà sempre: siamo un popolo con una Madre, non siamo orfani.
Le madri sono l’antidoto più forte contro le nostre tendenze individualistiche ed egoistiche, contro le nostre chiusure e apatie. Una società senza madri sarebbe non soltanto una società fredda, ma una società che ha perduto il cuore, che ha perduto il “sapore di famiglia”.
Una società senza madri sarebbe una società senza pietà, che ha lasciato il posto soltanto al calcolo e alla speculazione. Perché le madri, perfino nei momenti peggiori, sanno testimoniare la tenerezza, la dedizione incondizionata, la forza della speranza.
Celebrare la nostra festa ci fa spuntare di nuovo sul viso il sorriso di sentirci famiglia, di sentire che ci apparteniamo; di sapere che soltanto dentro una comunità, le persone possono trovare il “clima”, il “calore” che permette di imparare a crescere umanamente e non come oggetti invitati a “consumare ed essere consumati”, ci ricorda che siamo figli, siamo famiglia, siamo popolo di Dio.
Celebrare la nostra festa ci spinge a creare e curare momenti comuni che ci diano senso di appartenenza, di radicamento, di farci sentire a casa dentro il nostro Santuario, in una comunità che ci unisce nell’amore scambievole.
Gesù Cristo, nel momento del più grande dono della sua vita, sulla croce, non ha voluto tenere niente per sé e consegnando la sua vita ci ha consegnato anche sua Madre. Disse a Maria: ecco tuo figlio, ecco i tuoi figli.
E noi vogliamo accoglierla nelle nostre case, nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità, nel nostro paese.
Vogliamo incontrare il suo sguardo materno. Quello sguardo che ci libera dalla sensazione a volte di essere abbandonati; quello sguardo che ci ricorda che siamo fratelli: che io ti appartengo, che tu mi appartieni, che siamo della stessa carne.
Quello sguardo che ci insegna che dobbiamo imparare a prenderci cura della vita nello stesso modo e con la stessa tenerezza con cui lei se n’è presa cura: seminando speranza, seminando attenzione, seminando fraternità.
Celebrare la nostra Madonna del Pianto ci ricorda che abbiamo una Madre; non siamo orfani, abbiamo Maria. Professiamo insieme questa verità dicendo come i fedeli di Efeso: Santa Madre di Dio prega per noi!
OMELIA 6 PASQUA 2026 – 1 (prefestiva – parrocchia?)
Il primo versetto di questo Vangelo ci mette dinanzi ad una scelta di vita concreta: “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti…” Con molta sincerità, se non osserviamo i comandamenti di Cristo… non siamo di Cristo.
E Gesù non si riferisce solo ai dieci comandamenti; questi sono l’inizio. Lui va ben oltre. Il Comandamento dell’Amore. Quando parliamo d’amore intendiamo spesso molte cose, lo personalizziamo a nostro piacimento fino a ridurlo a tutto il contrario. Quante bassezze riesce a commettere l’uomo catalogandole poi come “fatte per amore”.
Per amore si toglie la dignità; per amore si uccide; per amore si violenta; per amore si diventa indifferenti verso il prossimo. Ma tutto questo non c’entra niente con l’Amore di Dio.
Il cuore dell’Amore cristiano è la donazione. E dove iniziare ad amare se non in famiglia? Se non trasmettiamo Cristo nelle nostre famiglie non troveremo più Cristo nella società. La “scuola” per eccellenza dei cristiani è la famiglia. Non possiamo “delegare” la trasmissione della fede ai sacerdoti e alle parrocchie. Il demonio è un catechista furbo: per abbattere la Chiesa, colpisce le famiglie.
Se ai nostri figli non insegniamo con i fatti che amare significa donarsi, loro impareranno dal mondo cosa significa fare il contrario.
Al cristiano Cristo fa un dono straordinario: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce”. Il mondo non Lo conosce; il cristiano sì.
Di fronte a questa conoscenza io e voi abbiamo delle responsabilità, non possiamo rinunciare ad essere di Cristo. Ripensiamo quindi al nostro essere “Chiesa” come una grande famiglia di famiglie radunate dallo Spirito di Dio.
E come famiglie dobbiamo dare segno della presenza di Dio nel mondo cercando di vivere la vita di tutti i giorni in Cristo, ed è questa la testimonianza più vera. Come cristiani dobbiamo scrollarci di dosso anche quegli atteggiamenti che diventano un “cancro” per la nostra società.
Il cristiano non è omertoso; dice la verità; non paga e non chiede tangenti o pizzo; scuote le mani e non accetta favori; sul posto di lavoro, qualsiasi esso sia, è di esempio; quando guida rispetta la propria vita e quella del prossimo; rispetta la natura come un dono di tutti gli uomini; quando vede il male non “gira la faccia dall’altra parte”. L’elenco si potrebbe fare lungo di decine di pagine.
Altra cosa da riscoprire è il senso della gioia nel vivere la nostra vita in Cristo. A volte si pensa che la vita del cristiano sia grigia, piatta, che sa di luoghi chiusi…
Qui noi cristiani adulti dobbiamo fare un esame di coscienza e rivedere il nostro modo di rapportarci ai bambini, ai ragazzi ed ai giovani, di come trasmettiamo loro la fede, partendo dal presupposto che il Vangelo è il Lieto Annuncio…
No, certo non stravolgendo la catechesi, anzi, ma divenendo noi adulti per primi testimoni della gioia!
Ed infine, nel farmi compagno di viaggio con tanti fratelli, devo riscoprire il bisogno di sentirmi parte di un corpo. Questo bisogno a volte si manifesta nella necessità di essere semplicemente ascoltati. Di conseguenza il cristiano è anche l’uomo dell’ascolto: si diviene consolatori per mandato del Consolatore…
Quanta scarsità di buoni ascoltatori c’è intorno a noi!
Mi rendo conto che una parola buona messa nel cuore di un uomo al momento giusto può evitare tanto male.
Credetemi, il consiglio cristiano è importante a volte come una mano tesa ad un uomo che sta per annegare.
Negare questa carità è gravissimo! Ecco perché occorre combattere la fretta e la superficialità che oggi ci sembrano delle scelte necessarie. Cristo si è sempre fermato davanti all’uomo sofferente;
si è fermato anche e soprattutto con l’uomo ingannato dal peccato.
Anche noi dobbiamo fare così.
Fratelli, vedete che la vita nello Spirito Santo è in totale contrapposizione alla vita secondo la carne.
Ma… “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui”
Chiediamo a Maria, nostra Madre la grazia di poter sempre amare come suo Figlio ci ha insegnato e che il nostro cuore sia tanto acceso dal Divino Amore in vita, da poterne godere in eterno nel Cielo, perché sarebbe grave perdere l’amore.
OMELIA 6 PASQUA 2026 – 2 (mattino?)
Ci stiamo avvicinando alla Pentecoste che concluderà il tempo pasquale e la parola di Dio comincia ad indirizzare lo sguardo e il desiderio del nostro cuore verso quello Spirito che è già stato donato, ma che sta per venire ancora una volta sulla Chiesa.
Allora il sentimento che deve animarci, oggi più che mai, dovrà essere la gioia. Ce lo dice la prima lettura raccontando l'evangelizzazione della Samaria: "E vi fu grande gioia in quella città".
Il Vangelo e lo Spirito Santo portano con sé quella gioia che non è carnevale e luminarie, ma pace del cuore, serenità della mente, esultanza interiore. È quella gioia che Gesù ha promesso ai suoi discepoli nell'ultima cena, una gioia che niente e nessuno potrà mai toglierci.
Il discorso sulla Chiesa, cominciato già domenica scorsa, continua oggi con gli Atti degli Apostoli che ci fanno vedere una Chiesa in cammino, una Chiesa ormai missionaria e, cosa ancora più importante, ci dice che ad uscire da Gerusalemme per annunciare il Vangelo addirittura ai Samaritani non sono gli apostoli, ma il diacono Filippo.
Non si può delegare la missione ai soli sacerdoti, ma ogni cristiano deve farsi missionario nel suo ambiente, deve sussurrare all'orecchio e al cuore di chi gli vive accanto il nome di Gesù e la sua dottrina di salvezza. E questo non è solo un dovere, dovrebbe essere anche e soprattutto il frutto della fede e dell'amore. I nostri silenzi, i nostri nascondimenti, le nostre paure sono segno che di Gesù e della chiesa ce ne importa pochino. Ma allora che cristiani siamo?
Però è anche importante dire che le comunità cristiane che nascono, gli uomini e le donne che vengono alla fede, da chiunque siano stati evangelizzati, devono essere unite strettamente agli apostoli: nell'episodio che stiamo esaminando, Pietro e Giovanni da Gerusalemme vanno ad imporre le mani sui nuovi battezzati e ad incorporarli così nell'unica chiesa di Cristo.
Oggi nella Chiesa di Dio si manifesta una grande ricchezza di movimenti, di gruppi, di associazioni: dobbiamo ringraziarne lo Spirito, ma a nessuno è permesso andare avanti per conto suo; tutti devono sentirsi parte della parrocchia, della diocesi, della chiesa con un servizio qualificato e ordinato, nell'obbedienza ai vescovi e al proprio parroco, nella partecipazione a un disegno pastorale unitario.
Nella Chiesa non esistono cani sciolti e senza collare.
Il Vangelo di oggi è pieno della tenerezza di Gesù per i suoi. Siamo durante l'ultima cena e nelle parole di addio sembra di sentire palpitare più che mai il cuore di Cristo che guarda ai suoi poveri, deboli amici che fra poco dovranno affrontare con lui il dramma della croce, che si sbanderanno come pecore, che lo abbandoneranno e a loro volta si sentiranno abbandonati da lui; e come una madre se li raccoglie vicino e li rassicura: «Non vi lascerò orfani, ritornerò a voi». E vi ritornerò per mezzo del mio Spirito, il Consolatore che rimarrà con voi per sempre.
La Chiesa, ciascuno di noi, dovrebbe oggi parlare al mondo con lo stesso cuore di Cristo, consolarne le pene, sollevarne le speranze, mostrare a tutti gli uomini il volto dell'amore e presentarsi disarmata e povera per rispondere alle sfide del nostro tempo con la sola forza dello Spirito Santo.
San Pietro ci esorta a rendere conto a tutti della nostra presenza nel mondo, ma con dolcezza e rispetto, senza arroganza, proponendo e non imponendo la parola del Vangelo, anche se questo ci dovesse costare persecuzione.
È meglio infatti soffrire operando il bene piuttosto che facendo il male. Sia questo il nostro programma di vita veramente cristiana.
Chiediamo per questo l’aiuto anche alla Madonna del Pianto che con il suo si ha accolto il Dio della vita, affinché aiuti le nostre famiglie a seguire suo figlio Gesù, che ci doni la forza di vivere in comunione tra noi, per testimoniare l’amore fedele di Dio nella semplicità della nostra vita quotidiana e ci ottenga per mezzo di Gesù lo spirito della verità e dell’amore.
OMELIA 6 PASQUA 2026 – 3- (concelebrazione?)
Penso che tutti siate d'accordo: ci sono cose che si comprendono, che si arrivano a vedere bene, soltanto con l'esperienza. Quando si è giovani, tante cose non si vedono, non si capiscono bene. Una di queste cose, che mi sembra di aver capito con l'esperienza, riguarda proprio il Vangelo di oggi e lo Spirito Santo.
Avete sentito la promessa di Gesù: "Vi manderò un Paraclito, lo Spirito Santo Paraclito". Cosa significa "Paraclito"? In greco è l'avvocato difensore, o, se volete, uno che sta vicino e suggerisce le parole giuste.
Quando ero giovane mi domandavo: "Perché un avvocato difensore? A che serve?" Poi qualcuno mi diceva: "Come a che serve?! C'è qualcuno che ti deve difendere davanti a Dio, quando Dio ti accusa e magari è pronto a condannarti: allora è bene che ci sia qualcuno a difenderti". Poi ho capito che questa era una sciocchezza, perché il Dio in cui credo non è un giudice pronto a condannare: mi vuole bene, non ha bisogno di qualcuno che mi difenda, non c'è bisogno di un avvocato per questo.
E allora perché un "avvocato difensore"? Poi pian piano l'esperienza mi ha aiutato a capire. Se quello che dice Pietro è vero, cioè che il credente è uno pronto a rendere ragione della speranza che si porta dentro. Questa speranza ha un gran bisogno di qualcuno che me la difenda dentro.
Avrete fatto esperienza anche voi! La nostra speranza è spesso come un "lucignolo che fumiga": man mano che gli anni passano, sembra a volte sul punto di andar via la speranza nel bene, nella giustizia, nell'amore, nella verità. Questo mondo è così complicato, a volte così carico di violenza, di ingiustizia: come è possibile continuare a sperare? Come è possibile conservare dentro la speranza nella vita, nella giustizia, nella gratuità, nell'amore?
Qualche volta ti vien da dire: "Ma nel mondo, c'è solo male! Sembra andar sempre peggio, si stava meglio un tempo.... che speranza posso comunicare ai ragazzi che guardano al futuro? Come posso essere per loro un testimone di speranza, in un mondo così difficile e complicato?"
Ma qualche volta il dramma viene dal fatto che i cristiani, a volte anche i "capi della Chiesa", che dovrebbero comunicarti speranza, sembrano badare più all'immagine, all'esteriorità, al denaro. Come puoi conservare la speranza in una Chiesa che sembra preoccuparsi di mettere a tacere le malefatte di certi prelati, di nascondere, di coprire, più che di cercare la giustizia e la verità? Come puoi conservare la speranza, quando c'è gente che legge il Vangelo e sembra preoccupata più della propria apparenza, dei propri soldi, che dalle persone, dalla gente concreta, fatta di carne e di sangue?
Ma non è solo questo! La speranza, qualche volta, rischia di morirti dentro, non per colpa degli altri, ma per colpa tua, perché ti accorgi di essere pigro e vigliacco. Perché a volte ti vien da dire: "Ma chi me lo fa fare? Perché devo tribolare? Perché devo affrontare delle situazioni difficili? Perché non mi rintano anch'io nel piccolo guscio delle mie tranquillità? Che m'importa della gente? Che m'importa del mondo? Perché lavorare, faticare, affannarsi? Perché occuparsi dei ragazzi che hanno la testa dura? Perché continuare a predicare a gente a cui, in fondo, del Vangelo non importa granché?"
Certe volte la stanchezza, la pigrizia ti prende dentro! Ecco, allora, che c'è un bisogno grande di un "Consolatore", di un "Avvocato difensore", che ti mantenga vivo nel cuore il "sogno" di Gesù: i suoi valori, la speranza, il credere. E se siamo ancora qui... è perché, magari senza accorgercene, abbiamo avuto dentro un "Avvocato difensore", qualcuno che ti ha detto: "Ma no! Dove vai lontano dalle parole di Gesù, lontano dai suoi ideali?" Se nel mondo non c'è la possibilità di sperare in un briciolo di giustizia, in un po' d'amore, in un po' di gratuità, che senso ha la vita?
Ed ecco allora che ci ritroviamo ogni domenica qui, tentando di conservare una speranza, di cui tentiamo di rendere ragione - anche questo non è facile - come dice l'apostolo Pietro: con dolcezza e rispetto: per questo ci è donato lo Spirito.
Ci affidiamo a Maria, colei che è stata abitata in pienezza dallo Spirito, perché ci conceda di essere sempre in ascolto di quello Spirito che abita anche in noi, per diventare presenza concreta, nella Chiesa e nel mondo, secondo i doni specifici che ognuno di noi ha ricevuto, di Gesù Risorto nelle strade della nostra vita.
OMELIA 6 PASQUA 2026 – 4 (sera?)
Non so se è capitato anche a voi, come è capitato a me, di non notare, per tanti anni, una stranezza che c'è in questa pagina del Vangelo; qualche cosa di veramente curioso, inaspettato che, però, probabilmente ci manifesta il cuore della fede dei primi cristiani, che potrebbe essere la nostra fede.
Il Vangelo di oggi comincia dicendo: "Se mi amate osserverete i miei comandamenti e il Padre vi darà un altro Paraclito”
Osservare i comandamenti, fare il bene è un'esigenza fondamentale del credente di qualunque religione. L'incontro con Dio è un incontro che esige moralità, serietà, che richiede il bene fatto nel miglior modo possibile, giorno per giorno.
Ad un ragazzo, ma qualche volta anche a un adulto, diciamo: "Se ti comporti bene, se fai fino in fondo il tuo dovere avrai un premio, una ricompensa!". Questo succede in casa, a scuola, nel mondo del lavoro! "Osserva le regole, datti da fare, fai il bene e avrai un premio!".
Qui, avete notato? "Osserva i comandamenti e il Padre vi darà un Avvocato difensore!". "Come un Avvocato difensore? Se commettessi qualche delitto avrei bisogno di un avvocato difensore, non se faccio il bene… che bisogno ho di un difensore?".
La parola che avete ascoltato: "Paraclito" è una parola greca non facilmente traducibile in italiano, ma significa principalmente "l'avvocato difensore", un termine tecnico del processo greco, significa anche "colui che ti sta accanto, ti consola, ti suggerisce..."
Se faccio il bene perché ho bisogno di un "avvocato difensore"? Non so se la vostra esperienza è simile a quella di tante persone che ho incontrato nel cammino della mia vita sacerdotale e anche alla mia esperienza...
A volte è proprio quando fai il bene che hai bisogno dentro di te di una forza che ti difenda, perché, spesso, ti dicono: "Ma chi te lo fa fare? Perché non ti fai i fatti tuoi? Vedi... in questo paese tutti rubano, tutti cercano di non pagare le tasse... tu perché vuoi essere onesto?".
Ho incontrato, tante volte, dei genitori che cercavano di portare un po' più di giustizia e di serietà nella scuola... che si sentivano ripetere: "Perché ti impicci? Tanto non combini niente!"
Ho ascoltato degli insegnanti che cercavano di darsi da fare, di fare il meglio e gli dicevano: "Perché? Vedi che dai fastidio agli altri, li metti in difficoltà?".
Ho conosciuto persone che nel posto di lavoro, specialmente negli uffici pubblici, cercavano di impegnarsi e si sentivano messi sotto accusa, criticati.
Ecco che, allora, il credente ha bisogno, nel profondo del suo cuore, di un "Avvocato difensore", di qualcuno che lo difenda non di fronte a Dio, ma di fronte al mondo, agli altri, ma anche di fronte a sé stesso; che gli faccia sentire fino in fondo che sta dalla parte del giusto, dalla parte del bene, della verità.
C'è bisogno per chi tenta di fare il bene di un Consolatore perché, spesso, non significa ricevere l'applauso, ma il sorriso ironico se non, addirittura, la persecuzione e, allora, c'è bisogno di "qualcuno" che ti metta una mano sulla spalla, che ti dia la forza e il coraggio di camminare ancora… che mantenga accesa la speranza.
Quando tenti di fare il bene c'è bisogno di un "suggeritore", di qualcuno che ti aiuti a intuire che cosa è veramente buono nella circostanza della vita in cui ti trovi.
Ecco, i primi cristiani erano convinti che potevano aprire le loro orecchie, stendere le loro antenne al "vento" di Dio. Un vento leggero, quasi impalpabile, ma che spinge avanti, che dà coraggio, che consola, che difende i sentimenti di bene che abbiamo dentro di noi.
E - come avete ascoltato - il Vangelo di oggi arriva addirittura alla vertigine: "In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio - dice Gesù - e voi in me e io in voi"... quasi un'unione, un'unione totale tra noi e Dio per poter... - come dice l'apostolo Pietro - rendere ragione a chi ci chiede della speranza che è in noi: la speranza della gratuità, della giustizia.
Noi non speriamo un premio - o almeno dovremmo non sperare il premio - speriamo di conservare nel cuore il coraggio del bene, della giustizia, della gratuità e dell'amore: per questo dobbiamo aprirci al "soffio", al "vento" di Dio. Non è sempre facile.
Chiediamo per questo l’aiuto anche alla Madonna del Pianto che con il suo si ha accolto il Dio della vita, affinché aiuti le nostre famiglie a seguire suo figlio Gesù, che ci doni la forza di vivere in comunione tra noi, per testimoniare l’amore fedele di Dio nella semplicità della nostra vita quotidiana e ci ottenga per mezzo di Gesù lo spirito della verità e dell’amore.