22 febbraio a Gorzonzola il convegno: Economy of Francesco | ACLI Milano

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un breve riassunto


In 192 pagine e 246 paragrafi, attraverso la “Laudato sì”, il Papa parla di ecologia come studio dell’ oîkos, in greco la «casa» di tutti o la casa comune (qui il testo completo). Della responsabilità per il «bene comune» contro il rischio concreto di autoannientamento. L’incipit cita il Cantico delle Creature del santo di cui Bergoglio ha preso il nome: San Francesco è «patrono» e «testimone» di una «ecologia integrale», che ci fa riconoscere nella natura «lo splendido libro nel quale Dio ci parla» e dove ciascuna creatura ha un valore ed è un fine in sé. L’uomo è un essere «personale» ma non è il padrone della natura. E la natura non è materia bruta a nostra disposizione, gli esseri viventi non sono «meri oggetti» di sfruttamento e profitto ma «hanno un valore proprio di fronte a Dio». Del resto l’ecologia è sempre anche «ecologia umana», nel mondo tutto è collegato, la fragilità della Terra e dei poveri, gli squilibri ambientali e sociali, la speculazione finanziaria, le armi e le guerre. Il santo di Assisi parlava della terra come «madre» e «sorella» e guardava ai poveri. Così, come riporta anche Gian Guido Vecchi, Francesco scrive che «un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale e deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della Terra quanto il grido dei poveri». Tra l’altro, scrive: «Incolpare l’incremento demografico e non il consumismo estremo e selettivo di alcuni, è un modo per non affrontare i problemi». 

Enciclica "Laudato sì": dall’inquinamento dei rifiuti al surriscaldamento globale 

«Esistono forme di inquinamento che colpiscono quotidianamente le persone. L’esposizione agli inquinanti atmosferici produce un ampio spettro di effetti sulla salute, in particolare dei più poveri [...]. La Terra, nostra casa, sembra trasformarsi sempre più in un immenso deposito di immondizia. In molti luoghi del pianeta, gli anziani ricordano con nostalgia i paesaggi d’altri tempi, che ora appaiono sommersi da spazzatura [...]. Questi problemi sono intimamente legati alla cultura dello scarto, che colpisce tanto gli esseri umani esclusi quanto le cose che si trasformano velocemente in spazzatura». 
«Il clima è un bene comune, di tutti e per tutti. Esso, a livello globale, è un sistema complesso in relazione con molte condizioni essenziali per la vita umana. Esiste un consenso scientifico molto consistente che indica che siamo in presenza di un preoccupante riscaldamento del sistema climatico. [...] L’umanità è chiamata a prendere coscienza della necessità di cambiamenti di stili di vita, di produzione e di consumo, per combattere questo riscaldamento o, almeno, le cause umane che lo producono o lo accentuano.]...] Se la tendenza attuale continua, questo secolo potrebbe essere testimone di cambiamenti climatici inauditi e di una distruzione senza precedenti degli ecosistemi, con gravi conseguenze per tutti noi». 

Enciclica "Laudato sì": i cambiamenti climatici e i migranti abbandonati 

«I cambiamenti climatici sono un problema globale con gravi implicazioni ambientali, sociali, economiche, distributive e politiche, e costituiscono una delle principali sfide attuali per l’umanità. Gli impatti più pesanti probabilmente ricadranno nei prossimi decenni sui Paesi in via di sviluppo. Molti poveri vivono in luoghi particolarmente colpiti da fenomeni connessi al riscaldamento [...]. È tragico l’aumento dei migranti che fuggono la miseria aggravata dal degrado ambientale, i quali non sono riconosciuti come rifugiati nelle convenzioni internazionali e portano il peso della propria vita abbandonata senza alcuna tutela normativa. Purtroppo c’è una generale indifferenza di fronte a queste tragedie, che accadono tuttora in diverse parti del mondo. La mancanza di reazioni di fronte a questi drammi dei nostri fratelli e sorelle è un segno della perdita di quel senso di responsabilità per i nostri simili su cui si fonda ogni società civile». 

Enciclica "Laudato sì": l’acqua diritto fondamentale e il rispetto della biodiversità 

«L’acqua potabile e pulita rappresenta una questione di primaria importanza, perché è indispensabile per la vita umana e per sostenere gli ecosistemi terrestri e acquatici. [...] Mentre la qualità dell’acqua disponibile peggiora costantemente, in alcuni luoghi avanza la tendenza a privatizzare questa risorsa scarsa, trasformata in merce soggetta alle leggi del mercato. In realtà, l’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto umano essenziale, fondamentale e universale, perché determina la sopravvivenza delle persone, e per questo è condizione per l’esercizio degli altri diritti umani . Questo mondo ha un grave debito sociale verso i poveri che non hanno accesso all’acqua potabile, perché ciò significa negare ad essi il diritto alla vita radicato nella loro inalienabile dignità ». 
«Anche le risorse della terra vengono depredate a causa di modi di intendere l’economia e l’attività commerciale e produttiva troppo legati al risultato immediato. La perdita di foreste e boschi implica allo stesso tempo la perdita di specie che potrebbero costituire nel futuro risorse estremamente importanti, non solo per l’alimentazione, ma anche per la cura di malattie e per molteplici servizi. [...] Ma non basta pensare alle diverse specie solo come eventuali “risorse” sfruttabili, dimenticando che hanno un valore in sé stesse. Ogni anno scompaiono migliaia di specie vegetali e animali che non potremo più conoscere, che i nostri figli non potranno vedere, perse per sempre. La stragrande maggioranza si estingue per ragioni che hanno a che fare con qualche attività umana. Per causa nostra, migliaia di specie non daranno gloria a Dio con la loro esistenza né potranno comunicarci il proprio messaggio. Non ne abbiamo il diritto». 

Enciclica "Laudato sì": la rinuncia al paradigma tecnocratico 

«A nulla ci servirà descrivere i sintomi, se non riconosciamo la radice umana della crisi ecologica. Vi è un modo di comprendere la vita e l’azione umana che è deviato e che contraddice la realtà fino al punto di rovinarla. Perché non possiamo fermarci a riflettere su questo? Propongo pertanto di concentrarci sul paradigma tecnocratico dominante e sul posto che vi occupano l’essere umano e la sua azione nel mondo». 
«In tale paradigma risalta una concezione del soggetto che progressivamente, nel processo logico-razionale, comprende e in tal modo possiede l’oggetto che si trova all’esterno. Tale soggetto si esplica nello stabilire il metodo scientifico con la sua sperimentazione, che è già esplicitamente una tecnica di possesso, dominio e trasformazione [...]. Per questo l’essere umano e le cose hanno cessato di darsi amichevolmente la mano, diventando invece dei contendenti. Da qui si passa facilmente all’idea di una crescita infinita o illimitata [...]. Ciò suppone la menzogna circa la disponibilità infinita dei beni del pianeta, che conduce a “spremerlo” fino al limite e oltre». 

Enciclica "Laudato sì": il punto di vista degli esclusi anche nell’ecologia 

«Vorrei osservare che spesso non si ha chiara consapevolezza dei problemi che colpiscono particolarmente gli esclusi. Essi sono la maggior parte del pianeta, miliardi di persone. Oggi sono menzionati nei dibattiti politici ed economici internazionali, ma per lo più sembra che i loro problemi si pongano come un’appendice, come una questione che si aggiunga quasi per obbligo o in maniera periferica, se non li si considera un mero danno collaterale. [...] Ma oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri».

 


Lettera pastorale 2020-2021 - Slides di presentazione.pdf

Servire la vita dove la vita accade
Francesco Beschi

Vescovo di Bergamo
lettera
pastorale
2020-2021


Care sorelle e fratelli,
nei mesi scorsi abbiamo condiviso un’esperienza
unica, contrassegnata da tanto
dolore: sappiamo che il pericolo del
contagio è ancora presente e siamo consapevoli
di quello che può rappresentare.
Nello stesso tempo, avvertiamo che
la morsa si è allentata e ci interroghiamo
su ciò che ci attende. Espressioni enfatiche
come “niente sarà come prima”
o “andrà tutto bene” stanno perdendo
forza e lasciano spazio a sentimenti diversi,
come diverse sono state le vicende
che comunità e famiglie hanno vissuto.
1. Il vissuto da non sprecare:
un enorme patrimonio
“Perché peggio di questa crisi, c’è solo il dramma
di sprecarla, chiudendoci in noi stessi”.
Senza la pretesa di essere esaustivo, metto in fila
una serie di sentimenti che abbiamo sperimentato
in questo tempo: siamo passati dalla noncuranza
allo sgomento e poi alla paura, alla fatica, al dolore,
allo strazio; abbiamo avvertito ammirazione
per medici e infermieri e tutti coloro che si sono
adoperati per curare, salvare, sostenere, rassicurare;
ci siamo sentiti responsabili nei confronti dei
più piccoli e dei più deboli; la prudenza e il rispetto
delle disposizioni si sono fatti sempre più ampi e
condivisi.
Non pochi hanno fortemente avvertito la solitudine e alcuni addirittura
l’abbandono. Siamo rimasti sconcertati nel momento in cui i
gesti abituali e anche quelli della fede, sono scomparsi. Ci siamo resi
conto di una vulnerabilità, di una fragilità e debolezza che avevamo
dimenticato. Abbiamo riconosciuto in molti un sentimento di fede che
non poteva esser solo riportato alla paura o all’attesa di un miracolo.
Con la diminuzione della violenza del contagio sono emersi altri sentimenti:
lo smarrimento, la rassegnazione, la depressione, la rabbia,
la rimozione, ma anche la determinazione, la speranza, l’impegno nel
ricostruire le condizioni fondamentali della vita sociale.
Su tutti ha dominato un sentimento di solidarietà che ancora una
volta ci ha stupito, allargato il cuore: un sentimento che non vorremmo
veder svanire man mano diminuisce il pericolo. Mentre scrivo,
il sentimento che avverto diffuso è quello della “sospensione”: una
miscela di attesa, speranza, determinazione, incertezza, confusione,
contraddizioni, tensioni, paure…
L’oscurità, la solitudine, l’abbandono, il dolore, la sofferenza, la malattia
e la morte, il senso di impotenza, lo strazio, la disperazione,
hanno interrogato molti su Dio e, come i discepoli sulla barca evocata
dal Papa, anche noi abbiamo avvertito l’intensità della drammatica
domanda posta a Gesù che sulla barca squassata dalla tempesta,
dorme: “Non ti importa che siamo perduti?”.
Ora avvertiamo la necessità di individuare luci e segnali; di non dividerci,
di condividere la “meta”; di mettere a frutto l’esperienza accumulata,
di rallentare, di verificare la solidità della terra su cui si
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posa il piede, di non perdere la calma, di pregare… di non sprecare il
patrimonio di dolore e di amore che abbiamo accumulato.
Abbiamo bisogno di esercitare la pazienza, come virtù. Perché questa
è la forza di Dio: volgere al bene tutto quello che ci capita, anche le
cose brutte. Egli porta il sereno nelle nostre tempeste, perché con Dio
la vita non muore mai.
La pandemia non è una parentesi, che prima o poi si chiuderà. Oltre,
e non dopo, la fase 1,2,3… risuona un’istanza di cambiamento, di conversione:
dalla prevalenza dell’individualismo ad un rinnovato senso
di comunità.
La pandemia non è una parentesi per noi cristiani, che, mai come
oggi, abbiamo vissuto insieme a tutta l’umanità, il mistero della Pasqua
di morte e risurrezione. La Risurrezione è l’annuncio che le cose
possono cambiare. Lasciamo che sia la Pasqua, che non conosce frontiere,
a condurci creativamente nei luoghi dove la speranza e la vita
stanno combattendo.
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2. Servire la vita dove la vita accade
Nel momento in cui la violenza dell’uragano si è scatenata
e le misure per il contenimento sono diventate stringenti, la
comunità cristiana è stata travolta: in un attimo è sparita.
Chiese aperte, ma vuote; celebrazioni e sacramenti scomparsi;
oratori chiusi; prossimità a famiglie, malati, poveri,
impossibile.
L’uragano non ha demolito chiese, ma ci ha rubato il
“corpo”: noi siamo la religione del “corpo”. Il Dio che
ci meraviglia e scandalizza ha fatto del corpo il sigillo
della sua umanità. Non più segni, non più incontri,
non più luoghi comuni, non più i gesti di una prossimità
personale, che caratterizza la testimonianza
dell’amore e della solidarietà. Questo sconquasso
non è durato molto, ma in molti se ne sono
accorti: chi con un di più di dolore e chi con
giudizio implacabile su una Chiesa inutile.
Poi, nei modi più diversi, siamo usciti di
nuovo: non si è trattato di una riscossa,
una riconquista del terreno perduto, di
una volontà di esserci per non esser
tagliati fuori. Non si è trattato di un
esercizio di fantasia, di creatività e
neppure di un’iniezione di adrenalina,
capace di rimettere in moto
il “corpo”.
Non accampo alcuna pretesa, ma ritengo d’aver avvertito il soffio
dello Spirito, dello Spirito Santo. In un momento in cui ciò di cui
avevamo maggiormente bisogno era l’ossigeno e l’aria per coloro che
stavano soffocando, il vento dello Spirito ha percorso le comunità e i
cuori di fedeli e di pastori. Lo Spirito è vitale e dà vita: così è successo
nelle nostre comunità. Impedite, private del “corpo”, si sono lasciate
pervadere dallo Spirito.
Ero partito, nei primi tempi della pandemia, leggendo i giorni della
comunità cristiana nel segno dell’esilio dell’antico Israele: senza più
casa, tempio, altare, sacerdozio. Poi col crescere del turbine, del suo
passaggio devastante, del dolore e della morte, mi sono reso conto
che stavamo veramente vivendo quella Pasqua, che non potevamo
celebrare come di consuetudine. Il rito era ridotto all’essenziale ma la
vita era contrassegnata, come non mai, in ciascuno e in tutti dal mistero
della Pasqua: morte e vita in duello, come dice l’antica preghiera.
E finalmente il soffio dello Spirito, il soffio del Risorto. Non mi soffermo
sulle incalcolabili proposte di ascolto, preghiera e carità, ma sul fatto
che le donne e gli uomini della nostra terra hanno avvertito di essere
comunità, che qualcuno c’era, che distanziati eravamo prossimi l’uno
all’altro. Non dimenticherò la testimonianza di un’anziana signora che
ha tenuto a dirmi e scrivermi: nella vicinanza della mia parrocchia e
dei miei sacerdoti ho riconosciuto la vicinanza di Dio.
È il Soffio che ho continuato ad avvertire nelle condivisioni che le
piattaforme digitali ci hanno consentito: le “finestrelle” alle quali ci
siamo affacciati nei mesi scorsi, inizialmente timorosi, e poi sempre
più coinvolti. Non siamo stati “alla finestra”, ma, attraverso la finestra
siamo stati in ascolto gli uni degli altri. 6
Gli incontri non sono stati un proforma: quasi delle “passerelle” in cui
ognuno appariva per qualche istante. Ciò che stavamo vivendo e la
fede con la quale stavamo vivendo il dramma di tutti, ci univa e apriva
il cuore e non solo la mente ad una comprensione spirituale, perché
ispirata dello Spirito di Dio. Così è stato dei dialoghi con i sacerdoti,
con i religiosi, con i laici. Se, avvertiamo la necessità dell’incontro non
mediato da uno schermo, dobbiamo riconoscere che la condivisione
sperimentata è stata autentica e percorsa dallo Spirito.
Il frutto di questo modo di stare insieme, del discernimento inevitabile,
è stata l’emersione di un convincimento avvertito non solo come vero,
ma come necessario e prospettico.
Il Signore ci ha chiesto e ci chiede di servire la vita dove la vita accade,
come ha fatto Lui.
È il Soffio dello Spirito che il mondo intero ha riconosciuto nelle parole
e nei gesti di Papa Francesco, che ha rappresentato agli occhi di tutti
l’inesauribile speranza che scaturisce dal Vangelo e dal Signore Crocifisso
e Risorto. Desidero consegnarvi alcune della parole che sono
risuonate in quei giorni e che mi hanno confermato nell’intuizione spirituale,
evangelica e pastorale di servire la vita, dove la vita accade.
Nessuno potrà dimenticare l’icona del Papa sotto la pioggia nella
piazza deserta, ma non vogliamo dimenticare neppure le sue parole,
ispirate al Vangelo della tempesta sul lago e al gesto di Gesù. Ad un
certo punto, il Papa ha parlato del “giudizio”: “È il tempo di scegliere
che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario
da ciò che non lo è”. È il tempo dunque delle scelte, è il tempo della
conversione. 7
Ha parlato, come l’Apostolo, di armi: la preghiera e la carità. La preghiera,
non solo sperimentata abbondantemente in quei giorni, ma
soprattutto sperimentata come espressione di una consegna, di un
affidamento. La carità, riconosciuta non solo nei gesti eroici, ma nella
dedizione di coloro che sono rimasti e rimangono “invisibili”.
Proprio in quei giorni, il Santo Padre ha consegnato un Messaggio che
probabilmente pochi hanno letto, perché indirizzato specificamente a
coloro che promuovono le “opere missionarie” della Chiesa. In realtà,
questo messaggio, rappresenta una sintesi e un rilancio della prospettiva
che Papa Francesco ha indicato all’inizio del suo pontificato, nella
Lettera “Evangelii Gaudium” e che ritengo particolarmente significativa
per il cammino che ci attende. Riprendo alcune sottolineature.
La gioia del Vangelo è frutto dello Spirito Santo: si tratta di un
dono, di una grazia da invocare. È questa gioia originale che contraddistingue
la testimonianza cristiana e la missione secondo il
Vangelo: una missione che è prima e soprattutto opera dello Spirito
Santo. La preghiera è “espressione” di questo convincimento.
La missione non è una difesa o una conquista di spazi o di persone,
ma si propone con la forza attraente del Vangelo: non si
tratta di attirare a sé o alla Chiesa. Si tratta di attrarre a Cristo,
consapevoli che in realtà: “Nessuno può venire a me, se non lo attira
il Padre che mi ha mandato”. Si tratta di favorire le condizioni
per un’attrazione che non è opera nostra. Quali sono? Per ora
ne abbiamo individuate due: la gioia dello Spirito e la preghiera.
Se si segue Gesù felici di essere attratti da lui, gli altri se ne accorgono.
E possono stupirsene. La gioia che traspare in coloro 8
che sono attirati da Cristo e dal suo Spirito è ciò che può rendere
feconda ogni iniziativa missionaria.
L’esperienza della Grazia è capace di suscitare la gratitudine: l’esercizio
della memoria e la pratica del memoriale di ciò che Dio
ha fatto per noi, sono capaci di suscitare stupore e diventano
condizioni per alimentare il sentimento della gratitudine. Non
dobbiamo stupire, ma stupirci: testimoniamo il nostro stupore!
Dallo stupore e dalla gratitudine, scaturirà la gratuità della missione:
non si tratta di costringere e nemmeno di sentirsi costretti.
Il processo generato dalla grazia, ha i connotati della libertà.
Solo nella libertà della gratitudine si conosce veramente il Signore.
Mentre non serve a niente e soprattutto non è appropriato
insistere nel presentare la missione e l’annuncio del Vangelo come
se fossero un dovere vincolante, una specie di “obbligo contrattuale”
dei battezzati.
Alla gratitudine si accompagna l’umiltà. È espressione della consapevolezza
e della meraviglia suscitate dal dono di Dio. Al contrario,
prendono piede la presunzione, l’orgoglio e la superbia,
che si manifestano in molti modi.
Mai si può pensare di servire la missione della Chiesa esercitando
arroganza come singoli e attraverso gli apparati, con la superbia
di chi snatura anche il dono dei sacramenti e le parole più autentiche
della fede cristiana come un bottino che ci si è meritato.
Insieme all’umiltà vi è la misericordia che attende con pazienza,
che accompagna il cammino, anche quando è incerto e indispo- 9
nente, che non lo appesantisce, rendendo faticoso l’incontro con
Cristo; che apprezza il piccolo passo e adotta uno sguardo di
realtà, tutt’altro che rassegnato.
La Chiesa non è una dogana, e chi in qualsiasi modo partecipa
alla missione della Chiesa è chiamato a non aggiungere pesi inutili
sulle vite già affaticate delle persone, a non imporre cammini
di formazione sofisticati e affannosi per godere di ciò che il Signore
dona con facilità. Non mettere ostacoli al desiderio di Gesù,
che prega per ognuno di noi e vuole guarire tutti, salvare tutti.
La misericordia diventa prossimità. Si tratta di annunciare, testimoniare,
incarnare, servire il Vangelo nei luoghi e nei tempi dove
si vive. Il passato recente ci consegna un numero considerevole di
istituzioni, strutture, enti, opere assistenziali ed educative, quali
segni incarnati della risposta al Vangelo. Nelle attuali veloci trasformazioni,
e in qualche caso a seguito di scandali, corriamo il
rischio di perdere questa presenza capillare, questa prossimità
salutare, capace di iscrivere nel mondo il segno dell’amore che
salva.
L’impegno, dunque, non consiste principalmente nel moltiplicare
azioni o programmi di promozione e assistenza; lo Spirito non
accende un eccesso di attivismo, ma un’attenzione rivolta al fratello,
«considerandolo come un’unica cosa con se stesso». Non
aggiungendo qualche gesto di attenzione, ma ripensando insieme,
se occorre, i nostri stessi modelli dell’abitare, del trascorrere
il tempo libero, del festeggiare, del condividere.
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Quando è amato, il povero «è considerato di grande valore»; questo
differenzia l’opzione per i poveri da qualunque strumentalizzazione
personale o politica, così come da un’attenzione sporadica
e marginale, per tacitare la coscienza.
Succede che tante iniziative e organismi legati alla Chiesa, invece
di lasciar trasparire l’operare dello Spirito Santo, finiscono
per attestare solo la propria autoreferenzialità. Tanti apparati ecclesiastici,
ad ogni livello, sembrano risucchiati dall’ossessione di
promuovere sé stessi e le proprie iniziative. Come se fosse quello
l’obiettivo e l’orizzonte della loro missione”.
Ho desiderato condividere con voi questo percorso, che ritengo di
autentico discernimento spirituale, per consegnare a ciascuno e a
tutte le nostre comunità questo mandato: “Serviamo la vita, dove
la vita accade!”.
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3. L’icona evangelica
Non è semplice individuare una pagina evangelica, un’icona per rappresentare
e soprattutto per lasciarci ispirare in ordine al mandato che
ci siamo proposti. La difficoltà consiste nel fatto che tutto il Vangelo e
le testimonianze apostoliche narrano di questa scelta. Ho individuato
la breve testimonianza evangelica della risurrezione del figlio della
vedova di Nain, perchè mi sembra rappresenti in maniera essenziale il
servizio evangelico alla vita dell’uomo.
In seguito Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui
camminavano i suoi discepoli e una grande folla. Quando fu
vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba
un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta
gente della città era con lei. Vedendola, il Signore fu preso
da grande compassione per lei e le disse: “Non piangere!”. Si
avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi
disse: “Ragazzo, dico a te, àlzati!”. Il morto si mise seduto e
cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre. Tutti furono
presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: “Un grande
profeta è sorto tra noi”, e: “Dio ha visitato il suo popolo”.
Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in
tutta la regione circostante (Lc 7,11-17).
La risonanza più pertinente alle nostre considerazioni è rappresentata
dal contesto di questo segno di risurrezione. È un segno che esprime
la tenerezza e la grande compassione di Gesù verso una donna che ha
perso il marito ed ora il suo unico figlio. Nello stesso tempo è un segno
tutto illuminato dalla sua Risurrezione e dalla coscienza dei discepoli
che il potere della morte non sarà più definitivo e assoluto.
Ritornano alcuni passaggi caratteristici dello stile di Gesù: il suo sguardo,
il sentimento della compassione, i gesti espressivi quanto le parole,
la provocazione che gesti e parole comunicano, con l’intenzione di
coinvolgere e soprattutto di evocare la fede dei suoi interlocutori. Certamente
il gesto di toccare la bara e l’espressione rivolta alla madre,
sono provocazioni intense per coloro che stanno assistendo a quell’incontro
e per il lettore del Vangelo.
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La parola di Gesù non è magica, come il suo toccare l’intoccabile.
Lui è una parola incarnata. Toccare è necessario: è il segno concreto
della vicinanza.
“Quel tocco penetra nella realtà di sconforto e disperazione. È il tocco
del Divino, che passa anche attraverso l’autentico amore umano e
apre spazi impensabili di libertà, dignità, speranza, vita nuova e piena.
L’efficacia di questo gesto di Gesù è incalcolabile. Esso ci ricorda
che anche un segno di vicinanza, semplice ma concreto, può suscitare
forze di risurrezione”.
La misericordia, sia in Gesù sia in noi, è un cammino che parte dal
cuore per arrivare alle mani.
Tutto è preparato perché risuoni la parola della vita, la parola che
dà vita: “Ragazzo, dico a te, àlzati!”. Alzati: un comando che vince
la morte e chiama alla vita. Rialzarsi non è una scelta, una fatica,
un coraggio, ma è prima di tutto un dono, un dono interiore. Questa
parola risuona dentro di noi, a partire soprattutto da chi la pronuncia
o l’ha pronunciata per noi. Rialzarsi non è solo un atto di volontà, ma
un atto di fede.
E finalmente il ragazzo viene restituito alla madre: si tratta di una
rinascita non dalla carne, ma dalla grazia. Servire la Vita, dove la
vita accade è per Gesù e i suoi discepoli il dono di una vita nuova. Il
testo ricorda che il ragazzo si mise a parlare. Il Cardinale Martini si
domandava cosa avesse detto e concludeva immaginando che avesse
pronunciato la parola della vita nuova: “Grazie”. 14
A. Fantoni, La resurrezione del figlio della vedova di Naim, Predella del Confessionale, Basilica
di Santa Maria Maggiore, Bergamo.
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Ho sobriamente ricordato alcuni passaggi della testimonianza evangelica,
per ritornare al contesto dell’evento. La parola più importante
per noi, alla luce del mandato “Servire la vita dove la vita accade” è
“occasionalità”.
Un’occasionalità paradossalmente cercata e voluta, a partire dalla
scelta di Gesù di percorrere le strade degli uomini, le strade della vita.
Non crea una scuola, ha una casa non sua per istruire coloro che ha
scelto, ma il suo insegnamento, i suoi gesti succedono lungo la via. La
via è l’immagine dell’incontro non previsto, ma cercato; l’incontro con
tutti e nelle situazioni più diverse. È in quegli incontri, di cui il Vangelo
trabocca, che Gesù serve la Vita proprio nel suo accadere.
Il Vangelo comincia con l’immagine di due cortei che occasionalmente
si incrociano: quell’incrocio diventa un incontro che trasforma la vita,
che dà la Vita. Anche noi mettiamoci sulla via.
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4. Alcuni criteri
Nulla possiamo dare per scontato
Nel momento in cui siamo stati travolti dalla violenza
dell’uragano del contagio, ci siamo resi conto
in maniera evidentissima che nulla può essere
dato per scontato, neppure i gesti più minuscoli e
quotidiani. D’altra parte, siamo altrettanto consapevoli
che il rischio di un’inerzia strutturale, della
semplice ripetizione di ciò cui siamo abituati è
sempre in agguato, anche e, in certo modo, soprattutto
nell’azione pastorale. È necessario liberare
le nostre strutture dal peso di un futuro che
abbiamo già scritto, per aprirle all’ascolto delle
parole e della vita dei nostri contemporanei.
Scrive il Cardinal Tolentino Mendoça: “Ci addolora
tanto che oggi la prossimità sembri quasi sospesa,
sia vietata, impossibile. Ma può essere anche
un’opportunità per rivedere in profondità il senso
di queste parole. Perché il nostro vero problema
è la vita sonnambula che conduciamo, la pura
meccanicità della nostra esistenza. Per esempio:
diamo per scontata la prossimità, invece è sempre
una costruzione, è sempre una scoperta. La
famiglia, la vita, il dono di sé, la fragilità… Penso
che oggi sia importante correre il rischio di dare
un senso nuovo a vecchie parole. Per esempio la
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parola “ascolto”. Oggi ne abbiamo un gran bisogno, ma deve essere
un ascolto in profondità, senza paure, senza pregiudizi”.
La cura dello stile
Nel tempo della rarefazione delle attività e delle iniziative, abbiamo
riconosciuto in maniera più evidente che non si tratta soltanto di fare,
ma di come fare. Le nostre proposte esigono di essere caratterizzate
da uno stile che le renda riconoscibili come frutto della fede evangelica
e dell’azione dello Spirito.
Siamo diventati più consapevoli che, pur nella varietà delle personalità,
dei carismi e delle storie di coloro che formano e guidano la comunità
cristiana, è indispensabile assumere uno stile nell’azione pastorale
che non la contraddica proprio mentre si sta attuando.
Tra i diversi tratti di questo stile, vorrei sottolineare: l’essenzialità e la
sobrietà; la gioia frutto della fede; la cura delle relazioni, con particolare
attenzione alle persone più provate e svantaggiate; la flessibilità
e gradualità necessarie in un tempo di cambiamento e di incertezza.
La necessaria conversione
La pandemia non è un castigo, ma sicuramente un appello alla conversione.
E, in questo caso, l’appello è veramente globale: non solo perché
investe tutti, ma perché investe la vita nel suo insieme e in tutte le
sue dimensioni. La conversione non è semplicemente un cambiamento
e tanto meno un aggiustamento: si tratta di riorientare l’esistenza
personale, ecclesiale e sociale in direzione di Cristo, secondo le linee
tratteggiate dal Vangelo, assecondando l’azione dello Spirito Santo. 18
L’imperativo della “ripartenza” ha sicuramente una sensatezza e una
forza morale non indifferente, ma non può ignorare gli interrogativi
sulla direzione, sui criteri, sui fondamenti.
L’emergenza sanitaria ha innescato un’emergenza economica e sociale
non indifferente; anche dal punto di vista pastorale siamo chiamati a
farci interpellare dalle istanze evangeliche della conversione, consapevoli
che non esiste conversione pastorale separata da quella personale.
Non basta cambiare le cose, dobbiamo lasciarci cambiare il cuore.
Dal punto di vista pastorale, la conversione richiesta assume le caratteristiche
della missione.
Perché il cammino della Parola continui, occorre che nelle comunità
cristiane si attui una decisa scelta missionaria, «capace di trasformare
ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni
struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione
del mondo attuale, più che per l’autopreservazione.
Servire la vita dove la vita accade
Non si tratta di una formula e neppure di una novità. Si tratta di un
criterio che vogliamo assumere come decisivo per la nostra testimonianza
personale, ecclesiale, pastorale.
L’istanza missionaria che investe la Chiesa intera, la diocesi ed ogni
singola parrocchia e comunità, trova in questa espressione la sua dimensione
programmatica.
Oggi, il territorio non è più solo uno spazio geografico delimitato, ma
il contesto dove ognuno esprime la propria vita fatta di relazioni, di 19
servizio reciproco e di tradizioni antiche. È in questo “territorio esistenziale”
che si gioca tutta la sfida della Chiesa in mezzo alla comunità.
Mi convinco sempre più che il servizio della Chiesa è quello di alimentare
la speranza delle donne e degli uomini a partire dalla sorgente
pasquale, raggiungendo le esperienze umane fondamentali: nascere,
morire, amare e lavorare, gioire e soffrire, educare e scegliere. Come
mi ha scritto il Pastore della Comunità Valdese di Bergamo, Winfrid
Pfannkuche: “Non viviamo, e di questo siamo certi, nel “tempo del coronavirus”,
ma nel tempo del Cristo, del suo Spirito potente di amore,
della preghiera e della predicazione del regno di Dio”.
Il servizio della vita è quello del Cristo, è la sua missione. Lui stesso
è la Vita. Servire la Vita significa dunque servire il Signore che dona
la sua Vita dove la vita accade. “In questo si e  manifestato l’amore di
Dio in noi: Dio ha mandato suo Figlio unigenito, perché noi avessimo
la vita per mezzo di Lui” (1Gv 4,9).
Servire la vita significa ascoltarla nelle parole e nei silenzi delle persone
umane e vedere ciò che c’è, nella speranza di ciò che può ancora
venire; significa privilegiare la concretezza dell’incarnazione: riconoscere
dunque i bisogni anche meno manifesti; immaginare azioni di
risposta adeguate e non ossessionate dall’efficienza; alimentare una
disposizione accogliente delle varie situazioni; verificare la sensatezza
delle azioni intraprese, alla luce del Vangelo.
Uscire verso gli altri per giungere alle periferie umane non vuol dire
correre verso il mondo senza una direzione e senza senso. Molte volte
è meglio rallentare il passo, mettere da parte l’ansietà per guardare
negli occhi e ascoltare, o rinunciare alle urgenze per accompagnare chi
è rimasto al bordo della strada. 20
Servire la vita riconoscendone la dinamica di frammento e di unità,
di unicità e di coralità, consapevoli della dispersione e testimoni di un
umanesimo integrale, che non escluda nessun uomo e abbracci tutto
dell’uomo; un umanesimo inevitabilmente “trascendente”. “L’uomo
proviene dall’intimo di Dio”, scriveva nel II secolo l’anonimo autore
dello Scritto a Diogneto, perciò – potremmo parafrasare – è “impastato
di Lui”: è la peculiare consapevolezza dell’umanesimo cristiano.
Il tempo è superiore allo spa zio
Abbiamo sperimentato che cosa significhi la dilatazione del tempo
e la contrazione degli spazi: gli spazi della vita familiare, scolastica,
lavorativa, sociale e anche ecclesiale. Abbiamo sperimentato la paura
di perdere terreno, di veder ristretti i nostri ambiti di influenza e di
presenza.
Nello stesso tempo abbiamo visto dilatarsi il tempo come non mai:
nella trepidazione nell’angoscia, avevamo tempo, avevamo a disposizione
tanto tempo. Cosa rappresenta un’esperienza così? In “Evangelii
Gaudium” Papa Francesco illustra questo principio (222 – 225).
Questo principio permette di lavorare a lunga scadenza, senza l’ossessione
dei risultati immediati. Aiuta a sopportare con pazienza situazioni
difficili e avverse, o i cambiamenti dei piani che il dinamismo
della realtà impone… Dare priorità allo spazio porta a diventar matti
per risolvere tutto nel momento presente, per tentare di prendere
possesso di tutti gli spazi di potere e di autoaffermazione… Il tempo
ordina gli spazi, li illumina e li trasforma in anelli di una catena in costante
crescita, senza retromarce. Si tratta di privilegiare le azioni che
generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e 21
22
gruppi che le porteranno avanti, finché fruttifichino in importanti avvenimenti
storici. Senza ansietà, però con convinzioni chiare e tenaci…
Questo criterio è molto appropriato anche per l’evangelizzazione, che
richiede di tener presente l’orizzonte, di adottare i processi possibili e
la strada lunga.
Si tratta di dare forma al tempo e non subirla: come fare? Alimentandone
il senso, gustando e non consumando il tempo, connotandolo
di gratuità, rallentando il passo, liberandolo dalla gabbia della “programmazione”.
Il segreto è vivere i nostri giorni, lasciandoli plasmare dalla speranza.
In questa prospettiva il tempo dedicato alla preghiera e all’amore
donato,è capace di dar forma nuova al tempo personale, familiare,
ecclesiale, pastorale e anche lavorativo.
Preghiera e carità
Nei giorni della pandemia e del mio pellegrinaggio nei luoghi dove la
vita accadeva, è cresciuta sempre più l’evidenza che preghiera e carità
erano le esperienze e le modalità decisive e originali con cui la comunità
cristiana condivideva la prova di tutti.
Sollecitato a formulare voti e a promettere erezioni di santuari, ho
avvertito che l’edificazione di un santuario stava già avvenendo raccogliendo
l’infinità di preghiere e di gesti d’amore gratuito e generoso
che venivano compiuti. Seppur non materiale, questo “santuario” è
stato edificato e non vorremo lasciarlo nell’abbandono.
Preghiera e carità indissolubili: questo è un ulteriore criterio ben rappresentato
dalle mani che, giunte per la preghiera, si aprono come
un fiore per la carità. Le variazioni di queste due esperienze sono
veramente tante ed abbracciano il mondo della Parola, della Liturgia,
della Catechesi, della Vocazione, della Missione e dei molteplici territori
dell’esistenza umana.
La comunione eucaristica, spirituale, fraterna
Insieme all’unità di preghiera e carità, è emerso in modo chiaro il
rapporto indissolubile tra comunione eucaristica, spirituale, fraterna.
Nei giorni della forzata astensione eucaristica, molti hanno percepito
il desiderio di quel pane. La consapevolezza diffusa e sorprendente,
tranne in alcuni, è stata di quanto fossero inseparabili tre dimensioni.
In una delle ultime eucaristie domenicali tramesse in TV, a cui ancora
non si poteva partecipare,cercavo di illustrarle.
Se noi isoliamo la comunione eucaristica dall’Eucaristia cominciamo a
tradire la comunione. Durante queste celebrazioni proponiamo la “comunione
spirituale”. Quando dico “comunione spirituale” non intendo
semplicemente quelle parole di fede con le quali noi apriamo il cuore
al Signore e alla sua presenza, ma dico “comunione nello Spirito”,
nello Spirito Santo, quello Spirito di cui Gesù ci ha parlato nel Vangelo,
che ci ha promesso. “Lo Spirito Santo che è in voi”, ci ha detto.
La comunione eucaristica e la comunione nello Spirito non possono
essere separate dalla comunione fraterna. Penso a quella comunione
fraterna che in maniera ancora un po’ limitata vivremo durante le
prossime celebrazioni, ma anche, e in modo particolare, a quella che
abbiamo vissuto in questi mesi nelle famiglie, nei confronti dei malati,
nei confronti dei più deboli, nei confronti di chi aveva bisogno.
23
5. Alcune scelte
per quest’anno
A livello parrocchiale
La formulazione dei calendari va particolarmente
curata e condivisa all’insegna dei
criteri indicati, con particolare attenzione
ad una seria verifica delle motivazioni
che sostengono le proposte e ad evitare i
pericoli dell’estemporaneità o quelli di una
programmazione che paralizza le dinamiche
che abbiamo evocato. Appaia evidente che
è l’anno liturgico la forma del tempo in cui
si collocano le nostre proposte.
La gestione dei beni mobili e immobili, strumentali,
artistici e commerciali, va riordinata
e riorganizzata alla luce dei criteri indicati.
Soltanto la chiarezza e l’organizzazione
ordinata di beni, opere e strumenti, permette
di fare scelte che non contraddicano nei
fatti, i criteri a cui vogliamo ispirarci. Particolarmente,
va tenuta sotto osservazione la
logica sterile che spinge ad impiegare energie
e risorse semplicemente per mantenere
l’esistente, a prescindere dalle finalità che
si propone. Siamo consapevoli che questa
linea creerà situazioni non semplici da af25
frontare, sia per quanto riguarda le strutture e le opere, ma anche
per quanto riguarda le persone che vi sono impiegate.
La delineazione e l’organizzazione dei percorsi catechistici avvenga
alla luce delle disposizioni in atto e faccia tesoro delle
esperienze maturate sia nel periodo del lockdown, sia durante
le esperienze estive. Per quanto riguarda l’iniziazione cristiana
dei fanciulli e la celebrazione dei sacramenti che l’accompagnano,
si eviti chiaramente l’impressione di una pratica da sbrigare,
aprendosi a una riflessione, ancor prima che a una pratica, circa
le condizioni che alimentano la sensatezza della proposta. Non
possiamo dare per scontato che tutte le famiglie, nella varietà
delle loro fisionomie, siano disponibili ad assumere quella soggettività
pastorale, catechistica ed educativa che non poche hanno
espresso nei mesi della pandemia, ma favoriamo convintamente
e con grande apertura di cuore questa soggettività.
Le prassi della carità “organizzata” vanno ripensate con una certa
urgenza, per non ricadere in forme assistenzialistiche di cui
abbiamo da tempo evidenziato il limite. Con discrezione e nello
stesso tempo con convinzione ripropongo la lettera “Donne e
uomini capaci di carità” nella quale indicavo piste da percorrere
e criteri da adottare.
La carità non è soltanto risposta ad un bisogno, ma soprattutto
il modo di vivere di coloro che si riconoscono come cristiani. La
testimonianza più necessaria, in questo momento, è quella di una
fraternità che si esprima in tante declinazioni e riesca a manifestare
l’originalità della fede evangelica, per la quale, la relazione
umana, personale, concreta, precede ogni organizzazione, pur
necessaria.
26 A. Fantoni, Confessionale, Basilica di Santa Maria Maggiore, Bergamo.
Il Fondo “Ricominciamo Insieme”, i “Centri di ascolto Caritas”, le
diverse iniziative di solidarietà, lo stesso reperimento di risorse,
l’esperienza del volontariato, l’attenzione alle nuove povertà e
all’aggravamento delle antiche, la cura dei malati e degli anziani
nella loro fragilità e solitudine, l’attenzione alle concrete e fondamentali
esigenze delle famiglie e all’enorme potenzialità di cui
comunque sono capaci, vanno continuamente verificate alla luce
del principio evangelico “guardate come si amano”.
Le previsioni di natura occupazionale, economica e sociale sono
inquietanti e ci chiamano ad un impegno personale, comunitario
e politico che renda ragione agli occhi di tutti della fede che condividiamo.
In questo tempo, anche la consapevolezza e il rispetto
delle regole per il bene e la salute di tutti, è un concreto modo di
testimoniare la carità evangelica.
L’insieme delle prassi pastorali non può più prescindere dal mondo
della comunicazione mediatica e particolarmente dei new media.
L’utilizzo esploso in questi mesi, va ripensato in maniera più
ordinata, organica e competente, consapevoli delle possibilità e
dei rischi che contiene. In questo ambito il superamento del criterio
del fai da te, e la crescita di una consapevolezza pastorale di
questo mondo,sono assolutamente necessari e appartengono alle
“res novae” che vogliamo interpretare con discernimento e non
semplicemente utilizzare come strumento.
La collocazione dal “punto di vista” pastorale nelle periferie, tanto
raccomandata da Papa Francesco, si traduce in una dinamica
di rapporto tra piccole e grandi parrocchie, che trova, nelle Fraternità
presbiterali, nelle Unità pastorali e, “iuxtamodum”, nelle
Comunità ecclesiali territoriali, il luogo per attivare sinergie 27
28
e collaborazioni che valorizzino le caratteristiche positive delle
comunità più piccole, riconoscendole esemplari e generative per
quelle più grandi.
A livello diocesano
La sospensione delle nomine e dei trasferimenti di parroci, curati
e incaricati dei servizi diocesani, non è una semplice procrastinazione
di un adempimento, ma una condizione significativa per rileggere
le prassi pastorali alla luce dei criteri indicati, sia a livello
parrocchiale, come a livello diocesano.
In questa prospettiva i soggetti della pastorale diocesana, espressione
della responsabilità pastorale del Vescovo, sospendono le
proposte, sussidiazioni e pratiche che non corrispondono a necessità
ineludibili da parte delle parrocchie, assumendo per quest’anno
l’impegno di una verifica del loro lavoro e insieme di una
riformulazione alla luce delle esigenze e dei criteri che ci siamo
proposti.
A questa sospensione, evidentemente relativa (non si tratta di un
lockdown pastorale), si accompagna la dilazione di un anno, per
le Parrocchie in stato di necessità, del versamento alla Diocesi di
tassazioni e contribuzioni.
Il lavoro e il servizio degli organismi diocesani, insieme alla cura
delle pratiche ordinarie illuminata dai criteri elencati, si svilupperà
in queste quattro direzioni:
29
- l’individuazione, la determinazione, l’accompagnamento e il sostegno
ai percorsi di collaborazione tra parrocchie, adottando il
punto di vista delle “periferie”;
- l’alimentazione dei percorsi intrapresi dalle Fraternità presbiterali,
particolarmente per quanto riguarda le dinamiche relazionali,
formative e spirituali;
- l’accompagnamento del cammino delle Comunità Ecclesiali
Territoriali, particolarmente per quanto riguarda il lavoro dei
Consigli pastorali, avendo come attenzioni privilegiate, insieme
a quelle già individuate, la soggettività della famiglia e la fragilità
rappresentata dalla malattia e dalla vecchiaia;
- la collaborazione al Pellegrinaggio pastorale del Vescovo e alle
finalità che si propone in ordine al concreto esercizio del ministero
presbiterale e alla figura della Parrocchia fraterna, ospitale
e prossima;
- in questo orizzonte diocesano, è necessario condividere e sostenere
la riflessione e le scelte relative al Seminario diocesano,
alla sua organizzazione e soprattutto alla sua proposta formativa,
accompagnata da una coscienza vocazionale sempre più
avvertita e propositiva.
Conclusione
Sono consapevole dell’intensità della prova che abbiamo condiviso
e della profondità delle conseguenze a tutti i livelli che stiamo sperimentando.
Il cammino che ci attende è ancor più impegnativo, perché
segnato da quel sentimento di sospensione che evocavo all’inizio della
lettera. La ricchezza dolorosa e sorprendente di ciò che abbiamo vissuto,
alimenti l’energia necessaria ad un percorso esigente. Il Signore
risorto ci precede, il suo Spirito ci accompagna.
31
Spirito Santo,
memoria di Dio,
ravviva in noi il ricordo del dono ricevuto.
Liberaci dalle paralisi dell’egoismo
e accendi in noi il desiderio
di servire, di fare del bene.
Perché peggio di questa crisi,
c’è solo il dramma di sprecarla,
chiudendoci in noi stessi.
Vieni, Spirito Santo:
Tu che sei armonia,
rendici costruttori di unità;
Tu che sempre ti doni,
dacci il coraggio di uscire da noi stessi,
di amarci e aiutarci,
per diventare un’unica famiglia.
(Omelia di Papa Francesco nella Pentecoste 2020).
26 agosto 2020, solennità di Sant’Alessandro
Indice
1. Il vissuto da non sprecare: un enorme patrimonio 2
2. Servire la vita dove la vita accade 5
3. L’icona evangelica 12
4. Alcuni criteri 17
5. Alcune scelte per quest’anno 24
Conclusione 30
Questa lettera è scritta con il font Sassoon per offrire un testo ad Alta Leggibilità anche per dislessia.
in copertina: A. Fantoni, La resurrezione del figlio della vedova di Naim,
Predella del Confessionale, Basilica di Santa Maria Maggiore, Bergamo.
diocesi di bergamo

MOMENTO STRAORDINARIO DI PREGHIERA
IN TEMPO DI EPIDEMIA
PRESIEDUTO DAL SANTO PADRE
FRANCESCO
Sagrato della Basilica di San Pietro
Venerdì, 27 marzo 2020

 

«Venuta la sera» (Mc 4,35). Così inizia il Vangelo che abbiamo ascoltato. Da settimane sembra
che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono
impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante,
che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli
sguardi. Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla
sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa
barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a
remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. Come
quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti» (v. 38), così
anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo
insieme.
Èfacile ritrovarci in questo racconto. Quello che risulta difficile è capire l’atteggiamento di Gesù.
Mentre i discepoli sono naturalmente allarmati e disperati, Egli sta a poppa, proprio nella parte
della barca che per prima va a fondo. E che cosa fa? Nonostante il trambusto, dorme sereno,
fiducioso nel Padre – è l’unica volta in cui nel Vangelo vediamo Gesù che dorme –. Quando poi
viene svegliato, dopo aver calmato il vento e le acque, si rivolge ai discepoli in tono di rimprovero:
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?» (v. 40).
Cerchiamo di comprendere. In che cosa consiste la mancanza di fede dei discepoli, che si
contrappone alla fiducia di Gesù? Essi non avevano smesso di credere in Lui, infatti lo invocano.
Ma vediamo come lo invocano: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (v. 38). Non
t’importa: pensano che Gesù si disinteressi di loro, che non si curi di loro. Tra di noi, nelle nostre
famiglie, una delle cose che fa più male è quando ci sentiamo dire: “Non t’importa di me?”. È una
frase che ferisce e scatena tempeste nel cuore. Avrà scosso anche Gesù. Perché a nessuno più
che a Lui importa di noi. Infatti, una volta invocato, salva i suoi discepoli sfiduciati.
La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze
con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci
dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà
forza alla nostra vita e alla nostra comunità. La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di
“imballare” e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di
anestetizzare con abitudini apparentemente “salvatrici”, incapaci di fare appello alle nostre radici e
di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte
all’avversità.
Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego”
sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella
(benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, la tua Parola stasera ci colpisce e ci
riguarda, tutti. In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità,
sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e
frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte
a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta
gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un
mondo malato. Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: “Svegliati Signore!”.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, ci rivolgi un appello, un appello alla
fede. Che non è tanto credere che Tu esista, ma venire a Te e fidarsi di Te. In questa Quaresima
risuona il tuo appello urgente: “Convertitevi”, «ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12). Ci
chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio,
ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che
è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore,
e verso gli altri. E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura,
hanno reagito donando la propria vita. È la forza operante dello Spirito riversata e plasmata in
coraggiose e generose dedizioni. È la vita dello Spirito capace di riscattare, di valorizzare e di
mostrare come le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente
dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle
dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra
storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti,
trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno
compreso che nessuno si salva da solo. Davanti alla sofferenza, dove si misura il vero sviluppo
dei nostri popoli, scopriamo e sperimentiamo la preghiera sacerdotale di Gesù: «che tutti siano
una cosa sola» (Gv 17,21). Quanta gente esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza,
avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità. Quanti padri, madri, nonni e nonne,
insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare
una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone
pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti. La preghiera e il servizio silenzioso: sono le
nostre armi vincenti.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». L’inizio della fede è saperci bisognosi di
salvezza. Non siamo autosufficienti, da soli; da soli affondiamo: abbiamo bisogno del Signore
come gli antichi naviganti delle stelle. Invitiamo Gesù nelle barche delle nostre vite.
Consegniamogli le nostre paure, perché Lui le vinca. Come i discepoli sperimenteremo che, con
Lui a bordo, non si fa naufragio. Perché questa è la forza di Dio: volgere al bene tutto quello che ci
capita, anche le cose brutte. Egli porta il sereno nelle nostre tempeste, perché con Dio la vita non
muore mai.
Il Signore ci interpella e, in mezzo alla nostra tempesta, ci invita a risvegliare e attivare la
solidarietà e la speranza capaci di dare solidità, sostegno e significato a queste ore in cui tutto
sembra naufragare. Il Signore si risveglia per risvegliare e ravvivare la nostra fede pasquale.
Abbiamo un’ancora: nella sua croce siamo stati salvati. Abbiamo un timone: nella sua croce siamo
stati riscattati. Abbiamo una speranza: nella sua croce siamo stati risanati e abbracciati affinché
niente e nessuno ci separi dal suo amore redentore. In mezzo all’isolamento nel quale stiamo
patendo la mancanza degli affetti e degli incontri, sperimentando la mancanza di tante cose,
ascoltiamo ancora una volta l’annuncio che ci salva: è risorto e vive accanto a noi. Il Signore ci
interpella dalla sua croce a ritrovare la vita che ci attende, a guardare verso coloro che ci
reclamano, a rafforzare, riconoscere e incentivare la grazia che ci abita. Non spegniamo la
fiammella smorta (cfr Is 42,3), che mai si ammala, e lasciamo che riaccenda la speranza.
Abbracciare la sua croce significa trovare il coraggio di abbracciare tutte le contrarietà del tempo
presente, abbandonando per un momento il nostro affanno di onnipotenza e di possesso per dare
spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare. Significa trovare il coraggio di aprire
spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità, di
solidarietà. Nella sua croce siamo stati salvati per accogliere la speranza e lasciare che sia essa a
rafforzare e sostenere tutte le misure e le strade possibili che ci possono aiutare a custodirci e
custodire. Abbracciare il Signore per abbracciare la speranza: ecco la forza della fede, che libera
dalla paura e dà speranza.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Cari fratelli e sorelle, da questo luogo, che
racconta la fede rocciosa di Pietro, stasera vorrei affidarvi tutti al Signore, per l’intercessione della
Madonna, salute del suo popolo, stella del mare in tempesta. Da questo colonnato che abbraccia
Roma e il mondo scenda su di voi, come un abbraccio consolante, la benedizione di Dio. Signore,
benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori. Ci chiedi di non avere paura. Ma la
nostra fede è debole e siamo timorosi. Però Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta.
Ripeti ancora: «Voi non abbiate paura» (Mt 28,5). E noi, insieme a Pietro, “gettiamo in Te ogni
preoccupazione, perché Tu hai cura di noi” (cfr 1 Pt 5,7).