MOMENTO STRAORDINARIO DI PREGHIERA
IN TEMPO DI EPIDEMIA
PRESIEDUTO DAL SANTO PADRE
FRANCESCO
Sagrato della Basilica di San Pietro
Venerdì, 27 marzo 2020

 

«Venuta la sera» (Mc 4,35). Così inizia il Vangelo che abbiamo ascoltato. Da settimane sembra
che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono
impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante,
che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli
sguardi. Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla
sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa
barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a
remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. Come
quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti» (v. 38), così
anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo
insieme.
Èfacile ritrovarci in questo racconto. Quello che risulta difficile è capire l’atteggiamento di Gesù.
Mentre i discepoli sono naturalmente allarmati e disperati, Egli sta a poppa, proprio nella parte
della barca che per prima va a fondo. E che cosa fa? Nonostante il trambusto, dorme sereno,
fiducioso nel Padre – è l’unica volta in cui nel Vangelo vediamo Gesù che dorme –. Quando poi
viene svegliato, dopo aver calmato il vento e le acque, si rivolge ai discepoli in tono di rimprovero:
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?» (v. 40).
Cerchiamo di comprendere. In che cosa consiste la mancanza di fede dei discepoli, che si
contrappone alla fiducia di Gesù? Essi non avevano smesso di credere in Lui, infatti lo invocano.
Ma vediamo come lo invocano: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (v. 38). Non
t’importa: pensano che Gesù si disinteressi di loro, che non si curi di loro. Tra di noi, nelle nostre
famiglie, una delle cose che fa più male è quando ci sentiamo dire: “Non t’importa di me?”. È una
frase che ferisce e scatena tempeste nel cuore. Avrà scosso anche Gesù. Perché a nessuno più
che a Lui importa di noi. Infatti, una volta invocato, salva i suoi discepoli sfiduciati.
La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze
con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci
dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà
forza alla nostra vita e alla nostra comunità. La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di
“imballare” e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di
anestetizzare con abitudini apparentemente “salvatrici”, incapaci di fare appello alle nostre radici e
di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte
all’avversità.
Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego”
sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella
(benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, la tua Parola stasera ci colpisce e ci
riguarda, tutti. In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità,
sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e
frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte
a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta
gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un
mondo malato. Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: “Svegliati Signore!”.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, ci rivolgi un appello, un appello alla
fede. Che non è tanto credere che Tu esista, ma venire a Te e fidarsi di Te. In questa Quaresima
risuona il tuo appello urgente: “Convertitevi”, «ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12). Ci
chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio,
ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che
è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore,
e verso gli altri. E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura,
hanno reagito donando la propria vita. È la forza operante dello Spirito riversata e plasmata in
coraggiose e generose dedizioni. È la vita dello Spirito capace di riscattare, di valorizzare e di
mostrare come le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente
dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle
dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra
storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti,
trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno
compreso che nessuno si salva da solo. Davanti alla sofferenza, dove si misura il vero sviluppo
dei nostri popoli, scopriamo e sperimentiamo la preghiera sacerdotale di Gesù: «che tutti siano
una cosa sola» (Gv 17,21). Quanta gente esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza,
avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità. Quanti padri, madri, nonni e nonne,
insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare
una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone
pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti. La preghiera e il servizio silenzioso: sono le
nostre armi vincenti.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». L’inizio della fede è saperci bisognosi di
salvezza. Non siamo autosufficienti, da soli; da soli affondiamo: abbiamo bisogno del Signore
come gli antichi naviganti delle stelle. Invitiamo Gesù nelle barche delle nostre vite.
Consegniamogli le nostre paure, perché Lui le vinca. Come i discepoli sperimenteremo che, con
Lui a bordo, non si fa naufragio. Perché questa è la forza di Dio: volgere al bene tutto quello che ci
capita, anche le cose brutte. Egli porta il sereno nelle nostre tempeste, perché con Dio la vita non
muore mai.
Il Signore ci interpella e, in mezzo alla nostra tempesta, ci invita a risvegliare e attivare la
solidarietà e la speranza capaci di dare solidità, sostegno e significato a queste ore in cui tutto
sembra naufragare. Il Signore si risveglia per risvegliare e ravvivare la nostra fede pasquale.
Abbiamo un’ancora: nella sua croce siamo stati salvati. Abbiamo un timone: nella sua croce siamo
stati riscattati. Abbiamo una speranza: nella sua croce siamo stati risanati e abbracciati affinché
niente e nessuno ci separi dal suo amore redentore. In mezzo all’isolamento nel quale stiamo
patendo la mancanza degli affetti e degli incontri, sperimentando la mancanza di tante cose,
ascoltiamo ancora una volta l’annuncio che ci salva: è risorto e vive accanto a noi. Il Signore ci
interpella dalla sua croce a ritrovare la vita che ci attende, a guardare verso coloro che ci
reclamano, a rafforzare, riconoscere e incentivare la grazia che ci abita. Non spegniamo la
fiammella smorta (cfr Is 42,3), che mai si ammala, e lasciamo che riaccenda la speranza.
Abbracciare la sua croce significa trovare il coraggio di abbracciare tutte le contrarietà del tempo
presente, abbandonando per un momento il nostro affanno di onnipotenza e di possesso per dare
spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare. Significa trovare il coraggio di aprire
spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità, di
solidarietà. Nella sua croce siamo stati salvati per accogliere la speranza e lasciare che sia essa a
rafforzare e sostenere tutte le misure e le strade possibili che ci possono aiutare a custodirci e
custodire. Abbracciare il Signore per abbracciare la speranza: ecco la forza della fede, che libera
dalla paura e dà speranza.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Cari fratelli e sorelle, da questo luogo, che
racconta la fede rocciosa di Pietro, stasera vorrei affidarvi tutti al Signore, per l’intercessione della
Madonna, salute del suo popolo, stella del mare in tempesta. Da questo colonnato che abbraccia
Roma e il mondo scenda su di voi, come un abbraccio consolante, la benedizione di Dio. Signore,
benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori. Ci chiedi di non avere paura. Ma la
nostra fede è debole e siamo timorosi. Però Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta.
Ripeti ancora: «Voi non abbiate paura» (Mt 28,5). E noi, insieme a Pietro, “gettiamo in Te ogni
preoccupazione, perché Tu hai cura di noi” (cfr 1 Pt 5,7).

 

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE
FRANCESCO
PER LA QUARESIMA 2020

 

 

«Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio» (2Cor 5,20)

Cari fratelli e sorelle!
Anche quest’anno il Signore ci concede un tempo propizio per prepararci a celebrare con cuore
rinnovato il grande Mistero della morte e risurrezione di Gesù, cardine della vita cristiana
personale e comunitaria. A questo Mistero dobbiamo ritornare continuamente, con la mente e con
il cuore. Infatti, esso non cessa di crescere in noi nella misura in cui ci lasciamo coinvolgere dal
suo dinamismo spirituale e aderiamo ad esso con risposta libera e generosa.
1. Il Mistero pasquale, fondamento della conversione
La gioia del cristiano scaturisce dall’ascolto e dall’accoglienza della Buona Notizia della morte e
risurrezione di Gesù: il kerygma. Esso riassume il Mistero di un amore «così reale, così vero, così
concreto, che ci offre una relazione piena di dialogo sincero e fecondo» (Esort. ap. Christus vivit,
117). Chi crede in questo annuncio respinge la menzogna secondo cui la nostra vita sarebbe
originata da noi stessi, mentre in realtà essa nasce dall’amore di Dio Padre, dalla sua volontà di
dare la vita in abbondanza (cfr Gv 10,10). Se invece si presta ascolto alla voce suadente del
“padre della menzogna” (cfr Gv 8,45) si rischia di sprofondare nel baratro del nonsenso,
sperimentando l’inferno già qui sulla terra, come testimoniano purtroppo molti eventi drammatici
dell’esperienza umana personale e collettiva.
In questa Quaresima 2020 vorrei perciò estendere ad ogni cristiano quanto già ho scritto ai
giovani nell’Esortazione apostolica Christus vivit: «Guarda le braccia aperte di Cristo crocifisso,
lasciati salvare sempre nuovamente. E quando ti avvicini per confessare i tuoi peccati, credi
fermamente nella sua misericordia che ti libera dalla colpa. Contempla il suo sangue versato con
tanto affetto e lasciati purificare da esso. Così potrai rinascere sempre di nuovo» (n. 123). La
Pasqua di Gesù non è un avvenimento del passato: per la potenza dello Spirito Santo è sempre
attuale e ci permette di guardare e toccare con fede la carne di Cristo in tanti sofferenti.
2. Urgenza della conversione
Èsalutare contemplare più a fondo il Mistero pasquale, grazie al quale ci è stata donata la
misericordia di Dio. L’esperienza della misericordia, infatti, è possibile solo in un “faccia a faccia”
col Signore crocifisso e risorto «che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Gal 2,20).
Un dialogo cuore a cuore, da amico ad amico. Ecco perché la preghiera è tanto importante nel
tempo quaresimale. Prima che essere un dovere, essa esprime l’esigenza di corrispondere
all’amore di Dio, che sempre ci precede e ci sostiene. Il cristiano, infatti, prega nella
consapevolezza di essere indegnamente amato. La preghiera potrà assumere forme diverse, ma
ciò che veramente conta agli occhi di Dio è che essa scavi dentro di noi, arrivando a scalfire la
durezza del nostro cuore, per convertirlo sempre più a Lui e alla sua volontà.
In questo tempo favorevole, lasciamoci perciò condurre come Israele nel deserto (cfr Os 2,16),
così da poter finalmente ascoltare la voce del nostro Sposo, lasciandola risuonare in noi con
maggiore profondità e disponibilità. Quanto più ci lasceremo coinvolgere dalla sua Parola, tanto
più riusciremo a sperimentare la sua misericordia gratuita per noi. Non lasciamo perciò passare
invano questo tempo di grazia, nella presuntuosa illusione di essere noi i padroni dei tempi e dei
modi della nostra conversione a Lui.
3. L’appassionata volontà di Dio di dialogare con i suoi figli
Il fatto che il Signore ci offra ancora una volta un tempo favorevole alla nostra conversione non
dobbiamo mai darlo per scontato. Questa nuova opportunità dovrebbe suscitare in noi un senso di
riconoscenza e scuoterci dal nostro torpore. Malgrado la presenza, talvolta anche drammatica, del
male nella nostra vita, come in quella della Chiesa e del mondo, questo spazio offerto al
cambiamento di rotta esprime la tenace volontà di Dio di non interrompere il dialogo di salvezza
con noi. In Gesù crocifisso, che «Dio fece peccato in nostro favore» (2Cor 5,21), questa volontà è
arrivata al punto di far ricadere sul suo Figlio tutti i nostri peccati, fino a “mettere Dio contro Dio”,
come disse Papa Benedetto XVI (cfr Enc. Deus caritas est, 12). Dio infatti ama anche i suoi nemici
(cfr Mt 5,43-48).
Il dialogo che Dio vuole stabilire con ogni uomo, mediante il Mistero pasquale del suo Figlio, non è
come quello attribuito agli abitanti di Atene, i quali «non avevano passatempo più gradito che
parlare o ascoltare le ultime novità» (At 17,21). Questo tipo di chiacchiericcio, dettato da vuota e
superficiale curiosità, caratterizza la mondanità di tutti i tempi, e ai nostri giorni può insinuarsi
2
anche in un uso fuorviante dei mezzi di comunicazione.
4. Una ricchezza da condividere, non da accumulare solo per sé
Mettere il Mistero pasquale al centro della vita significa sentire compassione per le piaghe di
Cristo crocifisso presenti nelle tante vittime innocenti delle guerre, dei soprusi contro la vita, dal
nascituro fino all’anziano, delle molteplici forme di violenza, dei disastri ambientali, dell’iniqua
distribuzione dei beni della terra, del traffico di esseri umani in tutte le sue forme e della sete
sfrenata di guadagno, che è una forma di idolatria.
Anche oggi è importante richiamare gli uomini e le donne di buona volontà alla condivisione dei
propri beni con i più bisognosi attraverso l’elemosina, come forma di partecipazione personale
all’edificazione di un mondo più equo. La condivisione nella carità rende l’uomo più umano;
l’accumulare rischia di abbrutirlo, chiudendolo nel proprio egoismo. Possiamo e dobbiamo
spingerci anche oltre, considerando le dimensioni strutturali dell’economia. Per questo motivo,
nella Quaresima del 2020, dal 26 al 28 marzo, ho convocato ad Assisi giovani economisti,
imprenditori e change-makers, con l’obiettivo di contribuire a delineare un’economia più giusta e
inclusiva di quella attuale. Come ha più volte ripetuto il magistero della Chiesa, la politica è una
forma eminente di carità (cfr Pio XI, Discorso alla FUCI, 18 dicembre 1927). Altrettanto lo sarà
l’occuparsi dell’economia con questo stesso spirito evangelico, che è lo spirito delle Beatitudini.
Invoco l’intercessione di Maria Santissima sulla prossima Quaresima, affinché accogliamo
l’appello a lasciarci riconciliare con Dio, fissiamo lo sguardo del cuore sul Mistero pasquale e ci
convertiamo a un dialogo aperto e sincero con Dio. In questo modo potremo diventare ciò che
Cristo dice dei suoi discepoli: sale della terra e luce del mondo (cfr Mt 5,13-14).
Francesco
Roma, presso San Giovanni in Laterano, 7 ottobre 2019,
Memoria della Beata Maria Vergine del Rosario

 

LETTERA PASTORALE 2019 – 2020

UNA VOCE CHE INVIA

Care sorelle e fratelli,

con questa Lettera pastorale intendo dare compimento ad un percorso triennale dedicato alla relazione tra Comunità cristiana e giovani. Abbiamo iniziato due anni orsono, proponendoci di riconoscere la presenza e il dono dei giovani per le nostre Comunità. Non ci siamo domandati soltanto che cosa la Chiesa può fare per i giovani, ma anche che cosa i giovani possono fare per la Chiesa, consapevoli che il criterio e la scelta di “camminare insieme”, rappresentano la condizione decisiva per la condivisione e la testimonianza della fede in Gesù, il Signore. Dall’inizio, ho ritenuto di rivolgermi alle Comunità della nostra Diocesi, invitandole ad essere protagoniste di un rinnovato dialogo con i giovani.

Dobbiamo riconoscere che, se lo sguardo della Chiesa nei confronti dei giovani dovrebbe essere irresistibilmente “simpatico”, non altrettanto ci sembra quello delle giovani generazioni nei confronti della Chiesa. Siamo consapevoli e grati per la presenza appassionata e generosa di alcuni tra loro, disposti a mettere a disposizione la loro intelligenza vivace, il loro cuore puro e le loro energie inesauribili al servizio delle nostre Comunità; ma non possiamo nasconderci l’allontanamento dalla Chiesa di molti di loro e gli interrogativi suscitati da questa presa di distanza.

Ci siamo dunque proposti di tracciare un percorso lungo il quale tentare di coinvolgerci insieme, a partire dal fatto di rappresentare generazioni diverse in un mondo che cambia a velocità impressionante e, proprio per questo, rende più impegnativo un cammino e un dialogo che ci arricchisca reciprocamente.

Le Lettere pastorali degli anni passati sono state caratterizzate dalla scelta di metterci in ascolto delle giovani generazioni e dalla consapevolezza dell’importanza, spesso sottovalutata, della dimensione vocazionale della vita. La Lettera di quest’anno prosegue l’itinerario intrapreso, proponendo alle Comunità e ai giovani il mandato missionario che Gesù affida a coloro che lo seguono sulla Via del Vangelo. Non si tratta dunque di proporre orientamenti di pastorale giovanile, ma di indicare alcune tracce per la vita della Comunità cristiana in relazione con i giovani, nel segno della missione. E’ importante, dunque, non separare la proposta di quest’anno da quelle offerte nei due anni precedenti.

Per dare un po’ di ordine alle considerazioni e proposte che seguono, la Lettera sarà scandita da tre passaggi, introdotti da una icona evangelica.

 

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,1-2.11-18)

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: "Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!".  … Maria invece stava all'esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l'uno dalla parte del capo e l'altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù.  Ed essi le dissero: "Donna, perché piangi?". Rispose loro: "Hanno portato via il mio Signore e non so dove l'hanno posto".  Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù.  Le disse Gesù: "Donna, perché piangi? Chi cerchi?". Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: "Signore, se l'hai portato via tu, dimmi dove l'hai posto e io andrò a prenderlo". Gesù le disse: "Maria!". Ella si voltò e gli disse in ebraico: "Rabbunì!" - che significa: "Maestro!".  Gesù le disse: "Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va' dai miei fratelli e di' loro: "Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro"".  Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: "Ho visto il Signore!" e ciò che le aveva detto.

 

Dal documento finale del Sinodo (DF) al numero 115.In continuità con l’ispirazione pasquale di Emmaus, l’icona di Maria Maddalena illumina il cammino che la Chiesa vuole compiere con e per i giovani come frutto di questo Sinodo: un cammino di risurrezione che conduce all’annuncio e alla missione. Abitata da un profondo desiderio del Signore, sfidando il buio della notte la Maddalena corre da Pietro e dall’altro discepolo; il suo movimento innesca il loro, la sua dedizione femminile anticipa il cammino degli apostoli e apre loro la strada. All’alba di quel giorno, il primo della settimana, giunge la sorpresa dell’incontro: Maria ha cercato perché amava, ma trova perché è amata. Il Risorto si fa riconoscere chiamandola per nome e le chiede di non trattenerlo, perché il suo Corpo risorto non è un tesoro da imprigionare, ma un Mistero da condividere. Così ella diventa la prima discepola missionaria, l’apostola degli apostoli. Guarita dalle sue ferite e testimone della risurrezione, è l’immagine della Chiesa giovane che sogniamo”.

Il luogo dell’incontro è il giardino del sepolcro, dove Gesù è stato deposto, dopo la sua morte in croce. Assistiamo al pellegrinaggio della pietas e dell’amore, esperienza umanissima di legami che resistono all’esperienza tranciante della morte di chi ci è caro. Il pianto contrassegna lo sgomento per una perdita radicale: il sepolcro, quasi custodia dei ricordi più cari, è diventato veramente una tomba nel momento in cui lo scopre vuoto. Non rimane più nulla, tutto è stato cancellato. Soltanto un’insistente domanda “Perché piangi?”, riesce ad aprire il cuore alla sorpresa più grande, al riconoscimento di una voce indimenticabile che risuona in un’unica parola: “Maria”.

Alla gioia dell’incontro e del desiderio di trattenerlo, corrisponde l’invio, il mandato, la missione: “Va' dai miei fratelli e di' loro: "Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro” e l’inizio dell’annuncio del Vangelo: "Ho visto il Signore!".

Rivolgendosi ai giovani del Forum internazionale, Papa Francesco si esprime così: “Gesù ha acceso un fuoco nei cuori dei discepoli. Come sapete, il fuoco, per non spegnersi, deve espandersi, per non diventare cenere, deve propagarsi. Perciò alimentate e diffondete il fuoco di Cristo che è in voi! Quanto più lo portiamo agli altri, tanto più lo sentiremo presente nelle nostre vite”.

Maria di Magdala è la prima: una donna diventa l’apostola degli apostoli, la prima missionaria. Nel giorno della sua festa la Chiesa canta queste parole: “Nel giardino egli si manifestò apertamente a Maria di Magdala, che lo aveva seguito con amore nella sua vita terrena, lo vide morire sulla croce e, dopo averlo cercato nel sepolcro, per prima lo adorò risorto dai morti; a lei diede l’onore di essere apostola per gli stessi apostoli, perché la buona notizia della vita nuova giungesse ai confini della terra”.

Il suo nome l’avevano pronunciato molti, per nome l’avevano chiamata in tanti, ma solo quella “voce” raggiunge il suo cuore, asciuga le sue lacrime, accende il fuoco nella sua anima, compie la sua speranza, da voce alla sua voce. Gesù aveva detto: “In verità, in verità vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore per la porta, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra per la porta, è il pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore una per una e le conduce fuori. E quando ha condotto fuori tutte le sue pecore, cammina innanzi a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce”.

E’ questa la voce che “invia” Maria di Magdala. E’ la Sua voce, che i discepoli riconosceranno in quella di Maria. E’ la voce di Gesù, risuonata in quelle di una moltitudine che percorre i secoli, che possiamo ancora ascoltare per poterlo riconoscere “vivo, vivente, vivificante”, anche nella nostra esistenza, diventando a nostra volta la sua voce. La missione inizia con quella voce e rimarrà evangelica se farà udire all’umanità di ogni tempo e di ogni luogo, quella voce.

“Una voce che invia” è dunque il titolo e l’immagine di questa Lettera pastorale, che si propone di declinare la vita della Comunità cristiana, l’esperienza dei giovani e la missione che il Signore risorto ci affida.

 

UNA STORIA DA RACCONTARE

PRIMO PASSAGIO

La storia da raccontare comincia tanto tempo fa, ma noi ci limitiamo agli ultimissimi capitoli, contrassegnati dalle Lettere pastorali di questi ultimi due anni: “Un cuore che ascolta” e “Uno sguardo che genera”.

Nel settembre del 2017, con la prima Lettera, abbiamo inaugurato un triennio dedicato non soltanto ai giovani, ma alle relazioni tra giovani e Comunità cristiana, giovani e fede, giovani e generazioni. Il superamento di una concentrazione sui giovani e dunque sulla “pastorale giovanile” è una delle caratteristiche del percorso che ci siamo proposti. “Isolare la considerazione dei giovani dalle altre fasi dell’esistenza, è come estrarre una frase da un ragionamento o da una narrazione più ampia, con l’evidente pericolo di travisarne il significato. Di conseguenza, questo triennio non riguarda soltanto i giovani, ma l’intera Comunità cristiana e il suo modo di vivere e testimoniare la fede in Gesù e la bellezza del Vangelo”.

Abbiamo immaginato un percorso in tre tappe: quella dell’ascolto, quella della vocazione e infine quella della missione. Le tappe hanno una loro logica, da non ridurre ad una semplice successione temporale: si tratta piuttosto di una dinamica esistenziale nella quale l’ascolto dei giovani e da parte dei giovani, introduce e rimanda all’ascolto di Dio e da parte di Dio e fiorisce in una Parola colta come decisiva per l’esistenza di ciascuno, capace di muovere alla missione.

Abbiamo avviato questo percorso nel 2015, durante alcuni incontri in cui la ricchezza di idee ed esperienze rappresentative del protagonismo ecclesiale dei giovani, sono state raccolte nella formula “Seminagione Giovani”. Non si tratta di una formula magica, neppure matematica e tanto meno risolutiva: piuttosto la rappresentazione di un dinamismo in cui di volta in volta i giovani sono protagonisti, destinatari, addirittura il contenuto vivente della “Seminagione”.

Nella Lettera circolare 2016-2017 dal titolo “Camminare insieme nella gioia del Vangelo” scrivevo: “Con un numero rilevante di giovani, molti dei quali tra i venti e i trent’anni, ho condiviso la partecipazione alla Giornata Mondiale della Gioventù celebrata a Cracovia. Con particolare gioia abbiamo sentito risuonare nei discorsi di Papa Francesco la parola “seminagione” e abbiamo riconosciuto in lui e nei suoi gesti l’immagine del seminatore. Nelle sue parole forti appare con evidenza questa duplice condizione: i giovani sono nello stesso tempo “campo” da seminare di Vangelo e “seminatori” di Vangelo”.

L’immagine della seminagione è fortemente connotata dalla speranza, ma insieme dal coraggio, dalla generosità, dall’attesa. Come conseguenza di questa prospettiva indicavo una condizione: “… non vorrei che si definissero troppo velocemente iniziative, proposte, cammini che, se troppo strutturati, rischiano di esaurirsi in se stessi”. Tra i criteri ispiratori di questa seminagione ricordavo quello dell’ascolto dei giovani e quello della dimensione vocazionale dell’esistenza di ogni persona umana. I primi passi di questo percorso, sono stati provvidenzialmente caratterizzati dall’indizione, da parte di Papa Francesco (ottobre 2016), del Sinodo dei Vescovi sul tema: I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”, che si è tenuto nell’ottobre del 2018.

Il criterio dell’ascolto dei giovani ha ispirato la Lettera pastorale 2017-2018, dal titolo “Un cuore che ascolta”. Il cuore come rappresentazione di una disponibilità a comprendere ciò che si ascolta e soprattutto colui che viene ascoltato. Il cuore come rappresentazione della profondità di ogni persona e dello stile con cui un’intera Comunità si pone in ascolto reciproco.

Se l’atteggiamento cordiale della Comunità cristiana è quello di porsi in ascolto delle giovani generazioni, il proposito della Lettera è stato di voler favorire un ascolto reciproco tra generazioni, sensibilità ed esperienze diverse.

Si tratta di superare la sindrome della moltiplicazione di esperienze seducenti, ponendosi in ascolto della Parola di Dio che risuona nelle parole, nelle attese, nelle fatiche, nei vissuti dei giovani. Il tentativo, mai definitivamente compiuto, è quello di riconoscere questa Parola da parte di un cuore che ascolta.

Sono veramente numerose le iniziative che a livello parrocchiale e diocesano sono state proposte sotto questo segno. Emblematiche, anche nella loro unicità, sono quelle del Progetto Young’s e del Pellegrinaggio a piedi da Ortona a Roma, nell’estate del 2018. Il Progetto Young’s ha rappresentato la scelta di un ascolto dei giovani che superasse i confini delle nostre parrocchie, fosse occasione di incontro e non solo di indagine e comunque si qualificasse anche dal punto di vista del metodo, attraverso il contributo scientifico dell’Università di Bergamo. Il Pellegrinaggio, attraverso la condivisione di un’esperienza semplice e nello stesso tempo affascinante e impegnativa, si è rivelato come una possibilità di entrare in relazioni e comunicazioni profonde, che hanno offerto aperture inaspettate alla dimensione della fede.

La seconda tappa di questo percorso è stata connotata dalla dimensione vocazionale della vita. Proprio la diffusa disposizione all’ascolto è capace di creare condizioni favorevoli all’intuizione dell’importanza decisiva di questa prospettiva per la vita di ciascuno.

La parola “vocazione” risulta incomprensibile a molti; per alcuni ha il sapore di scelte particolari come quella del sacerdozio o della vita religiosa e missionaria. In certi casi la vocazione viene evocata per indicare particolari attitudini di una persona o il suo irresistibile destino.

Anche in questa tappa abbiamo privilegiato la dimensione comunitaria, sottraendo la vocazione ad una questione relativa soltanto ai giovani ed alcune scelte particolari di vita.

La Lettera pastorale dell’anno 2018-2019, portava come titolo “Uno sguardo che genera” e si proponeva di raccogliere attorno a questa immagine la proposta della dimensione vocazionale della vita, a partire dalla coscienza che ne ha la Comunità cristiana, che si qualifica come “con-vocata” dalla Parola di Dio.

L’icona scelta ad illustrare e introdurre la Lettera è stata quella dell’Annunciazione, che Maria stessa commenta con le parole che risuonano nel Magnificat: “Ha guardato l’umiltà della sua serva”. Lo sguardo che genera è quello di Dio: una Comunità che si lascia “con-vocare” dalla sua Parola diventa capace di questo sguardo nei confronti dei più giovani e di tutti. “Si tratta dell’umanissima esperienza dello sguardo: non solo la possibilità di vedere e di essere visti, ma specificamente la modalità di guardare e di essere guardati. Lo sguardo che rivolgiamo ad una persona o che sentiamo su di noi ha una potenza comunicativa capace di mortificare e risuscitare, di uccidere e generare. La dimensione vocazionale della vita ha a che fare con l’esperienza dello sguardo: lo sguardo che ciascuno rivolge a se stesso, lo sguardo degli altri, lo sguardo di Dio”.

Il tentativo che la Lettera ha prospettato, è quello di creare condizioni che favoriscano la diffusione di un’atmosfera vocazionale, con la consapevolezza che all’appello decisivo per un cristiano, rappresentato dalla chiamata di Gesù a seguirlo, si unisce quello più ampiamente umano, di una vita non ripiegata su di sé. La vocazione dunque come “appello” che ci chiama ad uscire da quella solitudine radicale alla quale ci condanna l’esasperato e diffuso individualismo contemporaneo.

Nel testo della Lettera sono stati inseriti riquadri che evidenziano le modalità con le quali la Comunità cristiana può rappresentare se stessa come con-vocata dal Signore e vengono ricordate una molteplicità di iniziative che, a livello diocesano e parrocchiale, permettono di alimentare un’atmosfera vocazionale. Nel corso dell’anno si sono tenuti alcuni eventi significativi: la celebrazione del Sinodo dei Vescovi su “Giovani, fede e discernimento vocazionale”, accompagnato dal Documento Finale ed ora dall’Esortazione apostolica postsinodale “Christus vivit”; il Convegno Be Young’s che ha rappresentato l’esito del lavoro dell’anno precedente e il volume che lo contiene ed interpreta; la Veglia diocesana per le vocazioni, a conclusione di una Missione Giovani nella parrocchia di Zanica; la celebrazione del Corpus Domini Giovani, come proposta di modalità attente ai linguaggi giovanili, con i quali esprimere la fede nell’Eucaristia.

Non mi sembra opportuno trarre conclusioni da questi percorsi, piuttosto evidenziarne alcuni tratti in vista della continuazione del cammino: l’attesa, da parte dei giovani che ci stanno, di fare le cose sul serio; la necessità di proporre, ma soprattutto condividere fino in fondo esperienze capaci di parlare al cuore e di far parlare il cuore dei giovani, superando il pericolo della “consumismo delle esperienze”; lo stupore e la meraviglia che la profondità del “sentire” dei giovani e della loro intraprendenza suscita negli adulti e negli anziani; il bisogno di accompagnamento qualificato che esige risposte all’altezza di questa attesa; il tempo necessario per esserci con loro e per loro e la fatica determinata dalla scarsità di persone preparate e dedicate e da un’organizzazione che non prevede queste esigenze; la necessità di “unire le forze” e quindi di qualificarle, alimentando un rapporto virtuoso tra parrocchie, soggetti giovanili e diocesi; l’esigenza di entrare in una prospettiva missionaria, non dando per scontata la fede, ma neppure l’indifferenza e l’incredulità, con la convinzione che il miglior servizio che si possa fare ad ogni persona umana è quello dell’annuncio del Vangelo.

È a partire da questa prospettiva, che passiamo dalla storia raccontata, alla storia ancora da scrivere.

 

UNA STORIA DA SCRIVERE

SECONDO PASSAGGIO

Il Documento Finale del Sinodo (n. 69) dice: Papa Francesco invita i giovani a pensare la propria vita nell’orizzonte della missione: «Tante volte, nella vita, perdiamo tempo a domandarci: “Ma chi sono io?”. Tu puoi domandarti chi sei tu e fare tutta una vita cercando chi sei tu. Ma domandati: “Per chi sono io?”». Questa affermazione illumina in modo profondo le scelte di vita, perché sollecita ad assumerle nell’orizzonte liberante del dono di sé. È questa l’unica strada per giungere a una felicità autentica e duratura! Effettivamente «la missione al cuore del popolo non è una parte della mia vita, o un ornamento che mi posso togliere, non è un’appendice, o un momento tra i tanti dell’esistenza. È qualcosa che non posso sradicare dal mio essere se non voglio distruggermi. Io sono una missione su questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo» (EG 273)”.

La missione è ritornata ad interpellare la coscienza dei cristiani: il Signore ha affidato il compito di annunciare e comunicare il Vangelo agli Apostoli e con loro, a tutti quelli che hanno ricevuto il suo dono nel Battesimo e sono inviati a testimoniarlo e diffonderlo nella vita di tutta l’umanità. E’ sempre stato così, ma negli ultimi secoli, la Comunità cristiana nei paesi di antica tradizione, ha ritenuto che la missione fosse destinata a coloro che non avevano ancora ricevuto il Battesimo e proprio per questo dovevano essere salvati e incorporati nella Chiesa.

L’Europa in particolare, è stata concepita come il centro di irradiazione missionaria, affidando questo compito a donne e uomini che consacrassero la loro vita alla sua realizzazione. I grandi ordini religiosi prima e poi gli Istituti missionari sono stati gli eroici protagonisti di questa avventura e lo sono ancora, ma non più in modo esclusivo.

Oggi, i cristiani sono consapevoli che la missione evangelica appartiene a ciascun battezzato, che la missione caratterizza la Chiesa in ogni suo gesto, che non esiste una Chiesa che invia e una umanità fuori dalla Chiesa che riceve, ma che l’annuncio del Vangelo, la comunicazione della sua vita e la testimonianza, pervade ogni dimensione della vita e della Comunità cristiana. L’insegnamento del Concilio e i determinanti documenti dei Pontefici di questi ultimi secoli hanno illuminato e alimentato questa coscienza missionaria. Papa Francesco ne è la rappresentazione attuale e intensa e, particolarmente con la Lettera “Evangelii Gaudium”, ha fatto della missione il programma del suo pontificato.

Il Vangelo e la vita nuova che scaturisce dalla sua comunicazione sono il dono più bello e più grande che i cristiani possono fare ad ogni singola persona e all’intera umanità. Il sacrificio di una moltitudine e la testimonianza eroica di tanti, alimentano la coscienza e la responsabilità missionaria di tutti noi. “Se non abbiamo fatto abbastanza nel mondo, non è perché siamo cristiani, ma perché non lo siamo abbastanza”. Proprio per questa ragione, siamo consapevoli che non esiste missione secondo il Vangelo se non a partire da un’esperienza personale e comunitaria, convincente e gioiosa, del Vangelo stesso. Stare con Gesù ed essere inviati al mondo da Lui non sono separabili e nemmeno sono in successione. Nel momento in cui avvertiamo la bellezza e l’importanza della fede in Lui, avvertiamo anche la responsabilità e la gioia di testimoniarlo e nel momento in cui lo testimoniamo, riconosciamo che non possiamo farlo senza stare in amicizia con Lui. La missione non è propaganda o seduzione, tantomeno circonvenzione o costrizione: la missione scaturisce da un’attrazione e assume lo stile dell’attrazione a Lui e al suo Vangelo.

La modalità che Papa Francesco, e prima papa Benedetto XVI, ci indicano è proprio quella dell’”attrazione”. “La missione di Cristo si è compiuta nell’amore (…) La Chiesa si sente discepola e missionaria di questo amore: missionaria solo in quanto discepola, cioè capace di lasciarsi sempre attrarre con rinnovato stupore da Dio, che ci ha amati e ci ama per primo. La Chiesa non fa proselitismo. Essa si sviluppa piuttosto per ‘attrazione’: come Cristo ‘attira tutti a sè’ con la forza del suo amore, culminato nel sacrificio della croce, così la Chiesa compie la sua missione quando, associata a Cristo, compie ogni sua opera in conformità spirituale e concreta alla carità del suo Signore”. (Papa Benedetto XVI – Aparecida 2007)

La missione quindi assume le caratteristiche della gioia, della gratuità, della proposta e della testimonianza, della profezia e della condivisione. La missione rinuncia ad ogni forma di pretesa e si consegna alla libertà degli uomini, come ha fatto Gesù. La missione è presa di coscienza che la fede non può essere mai scontata e che la possibilità di sperimentare la gioia del Vangelo scaturisce proprio nel momento in cui viene annunciato, vissuto e proposto.

“Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione. La riforma delle strutture, che esige la conversione pastorale, si può intendere solo in questo senso: fare in modo che esse diventino tutte più missionarie, che la pastorale ordinaria in tutte le sue istanze sia più espansiva e aperta, che ponga gli agenti pastorali in costante atteggiamento di “uscita” e favorisca così la risposta positiva di tutti coloro ai quali Gesù offre la sua amicizia”. (EG 27)”.

La missione evangelica ha bisogno dei giovani, ha bisogno di giovinezza, rappresenta la giovinezza della Chiesa. “Innamorati di Cristo, i giovani sono chiamati a testimoniare il Vangelo ovunque con la propria vita. (CV 175) «Dove ci invia Gesù? Non ci sono confini, non ci sono limiti: ci invia a tutti. Il Vangelo è per tutti e non per alcuni. Non è solo per quelli che ci sembrano più vicini, più ricettivi, più accoglienti. È per tutti. (CV 177) Voglio ricordare che non è necessario fare un lungo percorso perché i giovani diventino missionari. Anche i più deboli, limitati e feriti possono esserlo a modo loro, perché bisogna sempre permettere che il bene venga comunicato, anche se coesiste con molte fragilità”. (CV 239)

Molti di coloro che hanno consacrato la loro vita alla missione sono anziani, ma coloro che li incontrano percepiscono in loro la giovinezza dello spirito, la freschezza della fede e del convincimento. Sappiamo che il Vangelo non è una “causa” o una “bandiera” come tante: si tratta di una Persona, di un Incontro, di una Vita. Nel momento in cui un giovane viene sfiorato dalla bellezza di tutto questo si mobilita, si muove, si mette in cammino.

I giovani non sono solo i destinatari della missione evangelica, ma ne sono i primi protagonisti.

Se è vero che la testimonianza sapiente e credibile di un adulto è condizione indispensabile per la comunicazione e l’apprendistato della fede, è altrettanto vero che la sorpresa e la meraviglia di una fede fresca, coraggiosa, disinibita di un giovane, contiene una forza interpellante per ciascuno e soprattutto per i suoi coetanei.

È sotto gli occhi di tutti che, per una persona giovane, la fede non può essere assolutamente abitudine, conformismo, tradizionalismo. Anche la loro indifferenza e la loro distanza diventano allora parole forti alla Comunità cristiana perché si riproponga a loro con una “vitalità” che li provochi e li interpelli.

La “voce” dell’adulto credente deve risuonare nella coscienza dei giovani, non per il suo volume, ma per la sua credibilità. La moltiplicazione delle parole, il loro svuotamento, la loro spregiudicata strumentalizzazione possono essere superate da segni e comportamenti che la Comunità cristiana, a partire dagli adulti, deve poter offrire.

Se uno dei frutti della missione è la conversione, tutti avvertiamo l’esigenza di una conversione personale, comunitaria, pastorale.

Siamo adulti credenti se abbiamo la forza morale di inviare i giovani, se riusciamo a rendere visibile la nostra fiducia in loro, proprio in nome di quel Vangelo che vogliamo comunicare.

Sotto questa luce, desidero esprimere in modo particolare ai giovani preti e consacrati e ai giovani impegnati in Parrocchie, Unità pastorali, oratori, volontariato, catechesi, servizi ecclesiali, Comunità Ecclesiali Territoriali, tutto il mio apprezzamento e la mia riconoscenza.

Una delle caratteristiche della missione è la condivisione. Non è solo un frutto missionario, ma una condizione per la missione. La missione è sempre un’opera comunitaria, anche quando un cristiano si trova solo ed isolato. Nell’orizzonte della Comunità secondo il Vangelo, si collocano i diversi carismi, i diversi ministeri; assume significato una diversità che continuamente si ricompone in unità missionaria.

Questa dinamica fondamentale ha precise conseguenze sul modo di compiere la missione insieme ai giovani, che richiede di avviare, con franchezza e senza compromessi, un dialogo con tutti gli uomini e le donne di buona volontà. … In un mondo segnato dalla diversità dei popoli e dalla varietà delle culture, “camminare insieme” è fondamentale per dare credibilità ed efficacia alle iniziative di solidarietà, di integrazione, di promozione della giustizia, e per mostrare in che cosa consista una cultura dell’incontro e della gratuità. Proprio i giovani, che vivono quotidianamente a contatto con i loro coetanei di altre confessioni cristiane, religioni, convinzioni e culture, stimolano l’intera Comunità cristiana a vivere l’ecumenismo e il dialogo interreligioso. (DF 126)”.

Alla luce di questi convincimenti, vogliamo ora proporci una storia da vivere.

 

UNA STORIA DA VIVERE

TERZO PASSAGGIO

Ogni Giornata Mondiale della Gioventù "nasconde" una parola chiave. E quella di Panama non ha fatto eccezione. Quella parola è "futuro" e il Papa l’ha ripetuta più volte, parlando ai giovani giunti da tutto il mondo. Già a Rio de Janeiro nel 2013, al suo esordio nelle Giornate mondiali, Papa Francesco aveva detto che sono proprio loro, i giovani, “la finestra dalla quale il futuro entra nel mondo”. Così come non si contano più i suoi appelli “a non lasciarsi rubare la speranza” e dunque il futuro stesso. Il futuro, ha detto, è un autentico “diritto umano” e quindi non può in alcun modo essere sottratto ai singoli, alle famiglie, ai popoli, all’umanità intera. I giovani e il Papa hanno detto al mondo che restituire a ciascuno il diritto al futuro significa cancellare la paura che costruisce muri e ci fa diventare pazzi; vuol dire diventare “maestri e testimoni della cultura dell’incontro”, promuovere politiche di inclusione, diffondere semi di pace tra i popoli, anche tra quelli a torto ritenuti di "periferia", e non affibbiare etichette immutabili alle persone e alle situazioni.

La missione che scaturisce dall’annuncio della speranza del Vangelo e unisce giovani e Comunità cristiana nel suo insieme, apre l’orizzonte del futuro, offre senso al presente, si nutre alle radici dei testimoni che ci hanno preceduto.

Desidero a questo punto evidenziare alcuni percorsi con connotazione missionaria, senza per questo dimenticare o sottovalutarne altri che in questi anni ho ricordato e proposto particolarmente nelle due ultime Lettere pastorali. Non si tratta dunque di un compendio di pastorale giovanile, quanto di una declinazione della missione propria della Comunità cristiana, che riconosce i giovani come destinatari e protagonisti nello stesso tempo.

 

LA “CONSEGNA” DELLA FEDE

La missione del cristiano si compie nell’annuncio, nella testimonianza e nella trasformazione del mondo secondo il Vangelo. I giovani sono destinatari e protagonisti privilegiati di questa missione. Le condizioni di riscoperta e di scelta personale della fede in Gesù Signore sono le più diverse.

In questi anni ha assunto importanza ed efficacia la modalità di una proposta “diretta” del Vangelo, dell’incontro personale con Gesù, della pratica di vita cristiana impegnativa ed appassionante. Non si tratta dell’unica modalità di proposta della fede, ma la connotazione della “serietà della posta in gioco” e della gioia che ne scaturisce, senza diventare esclusiva ed elitaria, è capace di suscitare interesse, adesione e passione. Certamente assume una particolare efficacia quando i giovani non sono solo i destinatari di questa proposta, ma ne diventano soggetti. Come è caratteristico della missione, proprio nel momento in cui si diventa protagonisti del mandato di Gesù, si avverte di esserne i primi destinatari. Si alimenta dunque un circolo virtuoso che trasforma i percorsi formativi in esperienze esistenziali e non soltanto di apprendimento teorico.

Le diverse proposte di annuncio e riscoperta della fede, troveranno un particolare sostegno nel nuovo “Servizio per il Primo Annuncio”, istituito presso l’Ufficio Catechistico Diocesano. A loro rimando, per approfondire contenuti e modalità di questa forma di missione.

In questo percorso, connotato dalla “consegna della fede” rimane emblematica la Missione Giovani: una proposta che scaturisce dalla condivisione della fede di un gruppo di giovani e diventa offerta a parrocchie, unità pastorali, realtà interparrocchiali.

Altrettanto significative stanno diventando le esperienze di residenzialità tra giovani, nelle strutture della Parrocchia o dell’Oratorio, guidate da sacerdoti e adulti che ne curano la ricchezza di possibilità relazionali, formative e spirituali. Il proposito di dar vita ad una forma comunitaria di residenzialità per universitari, ispirata alla fede e al Vangelo, sta prendendo sempre più forma.

La questione della fede e della sua consegna, si colloca in un orizzonte caratterizzato dall’incontro e confronto tra cristiani appartenenti a Chiese diverse, piuttosto che tra giovani di diverse religioni. E’ una grande occasione di dialogo, che si arricchisce di molteplici espressioni e diventa provocazione per la libertà e la serietà di qualunque scelta in ambito religioso. Le iniziative che vengono proposte con queste caratteristiche meritano particolare attenzione.

Pur consapevoli che il mandato missionario esige un incontro personale con Gesù e con i cristiani, non possiamo rimanere estranei alle dinamiche della comunicazione, che sempre più dispongono di mezzi pervasivi, al punto che ormai mondo reale e virtuale sembrano sovrapporsi e addirittura confondersi. Anche la Chiesa, a tutti i livelli, ha adottato questi strumenti, ma non è sufficiente. Si tratta di imparare linguaggi e soprattutto modalità comunicative che diventino formative: i giovani “nativi digitali” non usano soltanto i nuovi media, ma li abitano. Il rilancio dell’Ufficio Diocesano delle Comunicazioni sociali si propone di corrispondere a queste esigenze.

La creazione di luoghi, tempi, occasioni d’incontro e dialogo è consuetudine della nostra pastorale: nello stesso tempo, vogliamo riconoscere e valorizzare gli spazi e le occasioni create dai giovani stessi, chiedendo loro ospitalità, ascoltandoli con sensibilità evangelica, riconoscendo le istanze e i germogli del Vangelo e dello Spirito, presenti nelle loro proposte. I mondi della cultura, dell’arte, della musica, dello sport sono abitati con abbondanza dai giovani, li vedono protagonisti e meritano di essere riconosciuti ed accolti da parte della Comunità cristiana e degli adulti che la compongono.

 

LA PROPOSTA VOCAZIONALE

Nell’orizzonte della dimensione vocazionale della vita, avvertiamo l’esigenza di proporre non solo l’incontro con Gesù, ma la sua sequela. L’esperienza della chiamata di Gesù si condensa nell’appello: “Seguimi”. Sulle esigenze e caratteristiche della propositività vocazionale mi sono soffermato nella Lettera dello scorso anno pastorale. In questo momento, vorrei sottolineare la dimensioni missionaria della vocazione a seguire Gesù. La figura del discepolo-missionario è ben delineata in Evangelii Gaudium e mette in luce la permanente dinamica per cui si è missionari nella misura in cui si rimane discepoli e si è discepoli autentici nella misura in cui si partecipa della stessa missione del Maestro.

Troppo spesso sottovalutiamo la forza della proposta esplicita, ci arrendiamo al primo diniego, lanciamo la proposta senza convinzione. Sappiamo che la nostra voce non è quella del Signore Gesù: ma senza la nostra voce, difficilmente anche quella del Signore verrà ascoltata e riconosciuta. Le difficoltà che accompagnano la proposta personale, diretta e interpellante sono veramente molte, ma non vogliamo sottrarci a questa semplice e diretta propositività vocazionale. Persone convinte, credibili e gioiose sono già una proposta vocazionale, ma è necessario dare “voce” ad una chiamata, che supera anche la più attraente testimonianza.

La vocazione personale di ciascuno si iscrive in una fondamentale e universale chiamata rivolta a tutti coloro che hanno ricevuto il dono di Dio: quella alla santità. La potente riflessione del Concilio Vaticano Secondo, le innumerevoli canonizzazioni e beatificazioni nel corso del pontificato di San Giovanni Paolo II, la recente Esortazione apostolica Gaudete et Exultate di Papa Francesco, il dono della proclamazione numerosa di Santi e Beati della nostra Diocesi in questi anni, rappresentano un’opportunità provvidenziale per annunciare ad ogni battezzato questo dono, questo appello, questo destino.

Le feste patronali, le modalità narrative della vita dei santi, il riconoscimento della santità feriale di persone che conosciamo e abbiamo conosciuto, sono un patrimonio vocazionale prezioso. I giovani sono affascinati dai Santi e in modo particolare dai Santi giovani.

Attraverso la santità dei giovani la Chiesa può rinnovare il suo ardore spirituale e il suo vigore apostolico”. Sono molteplici i segnali che dicono che la Chiesa sta imparando a riconoscere i tratti di una vita cristiana esemplare in figure di giovani 'normali', eppure straordinari. Figure da proporre come modelli di vita buona secondo il Vangelo”, esempi di una testimonianza cristiana praticabile anche dai “millennials”.

Il 7 aprile scorso la diocesi di Bergamo ha aperto la fase diocesana del processo di beatificazione di Giulia Gabrieli, morta all’età di 14 anni, il 19 agosto 2011, dopo due anni di sofferenze, affrontate con grande fede. Con la consapevolezza del necessario procedimento che la Chiesa prevede in queste situazioni, mi auguro che la testimonianza di Giulia, sia capace di aprire i cuori alla bellezza della fede e alla chiamata alla santità.

Un rinnovato incontro dei giovani con la Parola di Dio, rappresenta la strada maestra per ogni prospettiva vocazionale. Le proposte di “Scuola della Parola” e di “Scuola di Preghiera” vanno particolarmente curate e sostenute. Le esperienze di ritiro, offerte con convinzione e ben preparate, anche condividendole tra più comunità parrocchiali, rappresentano un’occasione riconosciuta di accostamento personale alla Parola di Dio, in contesti che ne favoriscono l’ascolto e l’assimilazione. La stessa esperienza liturgica, che richiede la comprensione di linguaggi spesso molto diversi, si arricchisce dell’esperienza della Parola di Dio, capace di svelare e illuminare i “santi segni” che la liturgia ripresenta.

Per perseguire questi propositi, appare sempre più necessaria l’esperienza dell’accompagnamento personale e dunque la disponibilità di accompagnatori preparati e dedicati. Le iniziative di formazione a questo servizio vanno favorite e promosse. Anche il tempo dedicato a questo servizio, che indubbiamente mette in crisi l’attuale organizzazione pastorale, particolarmente quando coinvolge i presbiteri, non è un lusso per pochi privilegiati, ma è necessario in un orizzonte di propositività vocazionale.

Infine è assolutamente necessario che ogni iniziativa di pastorale giovanile, sia a livello diocesano che a livello parrocchiale, abbia una consapevole dimensione vocazionale. Non si tratta di una forzatura o di qualcosa che va ad aggiungersi a questa pastorale, ma ne rappresenta l’intenzione profonda: quella appunto dell’incontro con il Signore Gesù e della risposta al suo appello alla sequela. In questa luce la sinergia permanente tra UPEE e Ufficio diocesano per la Pastorale delle Vocazioni è decisiva.

 

 

LE TERRE ESISTENZIALI

Le Comunità Ecclesiali Territoriali rappresentano una significativa opportunità per la declinazione della missione evangelica e del coinvolgimento dei giovani. In diversi Consigli Pastorali Territoriali sono presenti giovani preparati e generosi.

Ritengo che una connotazione dei percorsi individuati dai Consigli, che esprima riconoscibile attenzione al mondo giovanile, rappresentato nelle Terre Esistenziali, sia del tutto pertinente al cammino dell’intera Diocesi e alle finalità proprie delle CET. Dimensioni come quelle delle “relazioni significative”, del lavoro e della festa, delle fragilità, della cultura, della scuola e dell’educazione, dell’economia, dell’ecologia, del sociale e della politica, toccano le giovani generazioni in termini decisivi, nel momento in cui sono destinatarie delle scelte degli adulti, come quando loro stesse si sentono protagoniste in questi ambiti. “Faccio appello soprattutto «a voi, giovani, perché siete forti», diceva l’Apostolo Giovanni (1 Gv 1,14). Giovani, superate l’apatia. Che nessuno disprezzi la vostra giovinezza, ma imparate ad essere modelli nel parlare e nell’agire. Vi chiedo di essere costruttori dell’Italia, di mettervi al lavoro per una Italia migliore. Per favore, non guardate dal balcone la vita, ma impegnatevi, immergetevi nell’ampio dialogo sociale e politico. Le mani della vostra fede si alzino verso il cielo, ma lo facciano mentre edificano una città costruita su rapporti in cui l’amore di Dio è il fondamento. E così sarete liberi di accettare le sfide dell’oggi, di vivere i cambiamenti e le trasformazioni”. (Dal discorso di Papa Francesco a Firenze 2015)

A sostegno di questa prospettiva, ritengo che le competenze degli Uffici pastorali della Curia diocesana, rappresentino un prezioso strumento, capace di offrire competenze e strumenti che alimentano le dinamiche e i percorsi individuati dalle Comunità Ecclesiali Territoriali.

 

IL DISAGIO GIOVANILE

Le giovani generazioni sono esposte a forme di fragilità, precarietà e disagio sociale, del tutto particolari e sperimentate in modo diverso rispetto ad altre età della vita. L’impressione è che il “disagio giovanile” sia finito sottotraccia rispetto ad anni passati. Purtroppo non dipende dal fatto che sia diminuito o scomparso, ma piuttosto in quanto oggetto di una specie di “censura” ed “oscuramento” che rendono queste situazioni ancora più delicate e difficili, proprio perché abbandonate alla solitudine, a volte familiare e, sempre più spesso, sociale.

L’impressionante diffusione e consumo di sostanze stupefacenti, trova giustificazioni culturali che non solo ne alimentano l’uso, ma lo giustificano socialmente. Le forme di sfruttamento e di emarginazione sociale sono continuamente in agguato e toccano particolarmente i giovani in condizione di povertà relazionale, culturale, sociale e spirituale. I processi di ingresso, inserimento e stabilizzazione nel mondo del lavoro, subiscono ancora una diffusa precarietà e la debolezza di una cultura del lavoro all’altezza delle sue attuali e veloci trasformazioni. Gli spazi di trasgressività, troppo spesso superficialmente giustificati, diventano aree in cui con grande frequenza si sperimentano condizioni di abbandono, di disperazione, di violenza. Non possiamo dimenticare le oggettive condizioni di disagio di giovani provenienti da altri Paesi ed estranei a pertinenti processi di interazione. Non ultimi i giovani che, a causa dei loro comportamenti, entrano nella difficile e problematica esperienza del carcere.

A fronte di giovani gravemente malati che offrono a tutti una testimonianza di forza, solarità e fede, non dimentichiamo coloro che subiscono la malattia come un’ingiustizia, proprio per la loro giovane età. Anche il mondo della disabilità, ricco di molteplici esperienze esemplari di solidarietà e riscatto, vede non poche situazioni, esposte al rischio dell’abbandono sociale e dell’indifferenza diffusa.

Le nostre Comunità cristiane, consapevoli della limitatezza delle proprie risorse, possono ancora offrire risposte a questo disagio, soprattutto entrando nella prospettiva del “lavoro in rete” con le altre Istituzioni e i “mondi vitali” di natura associativa e cooperativistica, presenti sul territorio. Soprattutto questi soggetti, sostenuti dalla presenza di giovani generati alla fede e alla generosità dalle nostre Parrocchie, possono corrispondere adeguatamente alla fragile e sofferta condizione di non pochi giovani ed adolescenti.

A livello diocesano, i percorsi consolidati e innovativi di Caritas e dell’Ufficio di Pastorale sociale e del lavoro, rappresentano concreti segni di speranza nei confronti di queste situazioni. Le storie sempre attuali e vive rappresentate dalla intelligenza e generosità delle Congregazioni religiose, dalle loro strutture e soprattutto dalle persone consacrate e dai loro collaboratori, tessono un rete di accoglienza e risposta al disagio tra i giovani, che spesso rappresenta un autentico segno profetico. Il Patronato S.Vincenzo, mantiene e rinnova la capacità di rispondere a situazione delicate, vissute e subite da giovani, con vicende spesso molto dolorose.

 

L’AMICIZIA SOCIALE

A fronte di queste situazioni e oltre queste situazioni il Papa indica ai giovani, e non solo a loro, la prospettiva e il compito dell’amicizia sociale. “Propongo ai giovani di andare oltre i gruppi di amici e costruire “l’amicizia sociale, cercare il bene comune. L’inimicizia sociale distrugge. E una famiglia si distrugge per l’inimicizia. Un paese si distrugge per l’inimicizia. Il mondo si distrugge per l’inimicizia. … Siate capaci di creare l’amicizia sociale. Non è facile, occorre sempre rinunciare a qualcosa, occorre negoziare, ma se lo facciamo pensando al bene di tutti potremo realizzare la magnifica esperienza di mettere da parte le differenze per lottare insieme per uno scopo comune. Se riusciamo a trovare dei punti di coincidenza in mezzo a tante divergenze, in questo impegno artigianale e a volte faticoso di gettare ponti, di costruire una pace che sia buona per tutti, questo è il miracolo della cultura dell’incontro che i giovani possono avere il coraggio di vivere con passione”. (CV 169)

 

In queste parole non troviamo soltanto indicata la meta, ma anche la via da percorrere. Si tratta di ricostituire e accrescere il “patrimonio sociale”: si tratta del bene prezioso della vita e della casa comune, che il marcato individualismo ha consumato e dissipato. Si tratta di prendere sul serio il superamento illuminato, paziente e tenace di diverse forme di “dittatura culturale” che ci rendono schiavi senza che ce ne accorgiamo: è la dittatura del consumismo, del settarismo, dell’eccellenza esclusiva ed escludente della competitività disumana. Non basta incrementare il Prodotto Interno Lordo, è necessario incrementare il patrimonio di autentica e solidale socialità capace di alimentare uno sviluppo equo e sostenibile.

La stima e la cura delle fondamentali esperienze umane va in questa direzione: parliamo della famiglia, della scuola, dell’impresa e del lavoro, della solidarietà e della partecipazione politica, dell’associazionismo e del volontariato. Si tratta di una cura premurosa e condivisa di tutte le situazioni di precarietà e povertà sociale, consapevoli che le condizioni sempre più devastanti di ingiustizia e diseguaglianza infragiliscono il tessuto sociale e nessuna forma di sicurezza potrà garantire non solo i nostri beni, ma la nostra stessa vita e la sua qualità.

Le forme di “amicizia sociale” sono variegate: desidero sottolineare quella consolidata del volontariato che ci viene riconosciuta in tutto il Paese e quella dell’interazione con persone provenienti da Paesi diversi dal nostro. La ricchezza di forme di volontariato nelle nostre Comunità e sul nostro territorio è veramente impressionante: nello stesso tempo, siamo consapevoli che l’attuale cultura individualista e addirittura alcune forme di delegittimazione politica del volontariato, stanno erodendo questo patrimonio sociale. I volontari diminuiscono e invecchiano. Nello stesso tempo nascono nuove forme di volontariato che vedono i giovani protagonisti di generosità spesso non riconosciute.

Insieme al generoso volontariato parrocchiale, al delicato e sempre più necessario servizio nelle Equipe Educative dell’Oratorio, a quello dedicato ai più piccoli nelle esperienze estive dei CRE e dei Campi Scuola, ricordo il volontariato Missionario e quello proposto dalla Caritas, capaci di alimentare coscienze aperte alla solidarietà e alla fraternità ispirate dal Vangelo. Vi è poi il molteplice volontariato delle associazioni, alcune delle quali mantengono una sorprendente capacità attrattiva nei confronti delle giovani generazioni.

In questo orizzonte, in cui la missione diventa servizio, desidero proporre, in modo particolare ai giovani venti-trentenni, una forma di volontariato, molto impegnativo. Si tratta del volontariato in carcere: un’esperienza assai delicata e, per le sue caratteristiche, spesso dimenticata e disattesa. La disponibilità a questo servizio viene sostenuta sia istituzionalmente che attraverso qualificati contributi formativi e rappresenta una modalità concreta di missione, su una frontiera particolarmente sensibile.

Insieme a questa forma di volontariato, consegno alle Comunità e ai giovani un’originale esperienza di volontariato missionario: quello della “fraternità missionaria”. Tre o quattro giovani, partono insieme per un Paese con il quale abbiamo rapporti ecclesiali, preparati a dar testimonianza di vita fraterna tra loro, con le Comunità locali, con i missionari già presenti.

Ho descritto alcune modalità per vivere l’amicizia sociale da parte dei giovani ed arricchire così il patrimonio sociale della nostra vita comune, a partire dall’esperienza cristiana.

 

LE FIGURE MISSIONARIE

Le figure della missione dei giovani sono evidentemente molteplici, a partire da quelle familiari fino alla varietà di quelle presenti nella Comunità cristiana.

Mentre esprimo la mia profonda riconoscenza per tutti coloro che le incarnano, desidero ricordare e proporre in maniera particolare le seguenti.

Prima di tutto la figura dei giovani stessi: sono loro i decisivi “missionari” presso la moltitudine dei loro coetanei. La parola missionario non deve spaventarli. Non si tratta di un ruolo e tanto meno di un’operazione di conquista: piuttosto la consapevolezza che la passione per il Vangelo e per il Signore Gesù, assume una particolare forza comunicativa e attrattiva, quando prende la fisionomia del volto e della vita dei giovani. In questo senso il coraggio dell’annuncio, della testimonianza e della trasformazione del mondo sono un dono che la Comunità riceve dai giovani, consapevole che essi rappresentano il volto del messaggio evangelico presso i loro coetanei.

In secondo luogo, desidero proporre la figura degli “accompagnatori spirituali”, come accennavo nelle righe precedenti. Se la parola “padre” e quella di “guida” hanno goduto del loro apprezzato significato, oggi la prospettiva del farsi compagno di viaggio, capace di ascolto e di discernimento, è quella che delinea la figura dell’”accompagnatore”. La persona del presbitero incarna, a partire dal suo stesso DNA, il compito dell’accompagnamento spirituale; ma questo specifico carisma e ministero è riconoscibile e riconosciuto anche alle persone consacrate, ricche della loro originalità ecclesiale e spirituale, e agli stessi laici, preparati e adatti per questo compito.

Un particolare riconoscimento da parte della Comunità cristiana e del Presbiterio, lo meritano i preti giovani, purtroppo in contrazione quantitativa, ma non contratti per quanto riguarda la “freschezza” e la “vitalità” del loro ministero.

Maggiore considerazione ecclesiale va attribuita alle donne che rappresentano una vera risorsa spirituale e pastorale e svolgono il servizio di accompagnamento spirituale con speciale acutezza e sensibilità.

Nella figura dell’”accompagnatore” desidero collocare anche la realtà delle associazioni e dei movimenti ecclesiali. Si tratta dell’accompagnamento nel segno della reciprocità e della condivisione di responsabilità, che in modo efficace accompagna la maturazione nella fede delle giovani generazioni.

Consapevole dell’importanza di questa figura, ritengo che la proposta di percorsi formativi per “accompagnatori spirituali” sia da promuovere e sostenere a tutti i livelli, cominciando dalle competenze che gli Uffici Diocesani possono mettere in campo.

Nello stesso tempo, indico come segno coerente con tutto il percorso segnato dalle tre Lettere pastorali, l’individuazione in ogni Fraternità di un presbitero che assuma il servizio della pastorale dei giovani con connotazione vocazionale e missionaria, sostenuto dalla condivisa convinzione e dal riconoscimento della Fraternità stessa e degli Uffici Diocesani.

 

LO STILE E IL METODO

Nel concludere questa parte, che, come ho già ricordato, non può essere esaustiva della relazione tra Comunità, Missione e Giovani, e tanto meno un compendio di pastorale giovanile, desidero ricordare l’importanza dello stile che nelle tre Lettere ho suggerito: si tratta di “camminare insieme”, condizione caratteristica dell’esperienza cristiana ed ecclesiale, in cui alle dinamiche processuali si uniscono quelle delle relazioni, particolarmente tra generazioni diverse.

Nello stesso tempo, a fronte della passione per l’annuncio e la condivisione della fede con i giovani, desidero non si dimentichi il loro protagonismo: non si tratta di moltiplicare iniziative, quanto di riconoscere, apprezzare, discernere le loro.

Papa Francesco insiste sul metodo dell'’esperienza: non è esclusivo, ma è appropriato ai giovani, particolarmente in questo tempo. “Plachiamo l’ansia di trasmettere una gran quantità di contenuti dottrinali e, soprattutto, cerchiamo di suscitare e radicare le grandi esperienze che sostengono la vita cristiana. Come diceva Romano Guardini: «Nell’esperienza di un grande amore tutto ciò che accade diventa un avvenimento nel suo ambito»”. Non si tratta di rinunciare ad una necessaria formazione morale e dottrinale, ma di intrecciarla con una viva esperienza di fede e di Chiesa. Sotto questo profillo, si prospetta la dinamica del rapporto tra eventi, esperienze, vita quotidiana e pastorale ordinaria dei giovani.

 

 

APPUNTAMENTI

L’apertura dell’anno pastorale 2019-2020, sarà caratterizzata dal Mese missionario straordinario. La Chiesa universale e quella italiana propongono iniziative particolari. A livello diocesano e parrocchiale, valorizzeremo gli appuntamenti tradizionali e particolarmente la Veglia in occasione della Giornata mondiale, con la consegna dei crocifissi a coloro che partono. Invito ogni parrocchia ad alimentare preghiera, solidarietà e formazione in questa particolare circostanza, valorizzando la testimonianza eroica del Beato Sandro Dordi, prete diocesano fidei donum, della Comunità del Paradiso, morto martire in Perù nel 1991.

La conclusione dell’anno pastorale e di questo triennio dedicato ai giovani, sarà segnata dall’esperienza del Pellegrinaggio a piedi dei giovani in Terrasanta, che si terrà in agosto. Si tratta di un’esperienza-segno che continua quelle dei Pellegrinaggi giovanili compiuti in questi anni, capaci di creare condivisione e comunicazione della fede tra coloro che vi partecipano.

I Vescovi di Lombardia hanno condiviso la proposta di giungere ad un appuntamento comune per consegnare in forma impegnativa a tutte le Diocesi della Regione la Lettera del Papa Christus vivit, nella prospettiva della partecipazione alla Giornata mondiale della gioventù, che si terrà a Lisbona nell’estate del 2022.

L’anno pastorale sarà anche caratterizzato dalla preparazione del “Pellegrinaggio pastorale”: la particolare forma della visita pastorale del Vescovo alle Parrocchie della Diocesi, che occuperà gli anni dal 2020 al 2026.

 

CONCLUSIONE

La missione dona vita a chi la compie! «La Missione, infatti, rinnova la Chiesa, rinvigorisce la fede e l’identità cristiana, dà nuovo entusiasmo e motivazioni» (Redemptoris missio, 2). In questi anni abbiamo percorso strade impegnative e sofferte, ma non abbiamo rinunciato alla missione: se è necessario “aprire il Libro della missione” e “accendere il Fuoco della missione” ora, nel segno dell’evangelica provocazione delle giovani generazioni, vogliamo percorrere la “Via della missione”. E’ quella “Via” che il Crocifisso Risorto apre davanti a noi, precedendoci sempre in ogni Galilea geografica, storica, esistenziale: quella Via che è Lui stesso. “Io sono la Via”. Noi siamo quelli della via.