Messaggio di papa Francesco per la Quaresima 2019

Opus Dei - Messaggio di papa Francesco per la Quaresima 2019

 

«L’ardente aspettativa della creazione è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio» (Rm 8,19)

Cari fratelli e sorelle,

ogni anno, mediante la Madre Chiesa, Dio «dona ai suoi fedeli di prepararsi con gioia, purificati nello spirito, alla celebrazione della Pasqua, perché […] attingano ai misteri della redenzione la pienezza della vita nuova in Cristo» (Prefazio di Quaresima 1). In questo modo possiamo camminare, di Pasqua in Pasqua, verso il compimento di quella salvezza che già abbiamo ricevuto grazie al mistero pasquale di Cristo: «nella speranza infatti siamo stati salvati» (Rm 8,24). Questo mistero di salvezza, già operante in noi durante la vita terrena, è un processo dinamico che include anche la storia e tutto il creato. San Paolo arriva a dire: «L’ardente aspettativa della creazione è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio» (Rm 8,19). In tale prospettiva vorrei offrire qualche spunto di riflessione, che accompagni il nostro cammino di conversione nella prossima Quaresima.

1. La redenzione del creato

La celebrazione del Triduo Pasquale della passione, morte e risurrezione di Cristo, culmine dell’anno liturgico, ci chiama ogni volta a vivere un itinerario di preparazione, consapevoli che il nostro diventare conformi a Cristo (cfr Rm 8,29) è un dono inestimabile della misericordia di Dio.

Se l’uomo vive da figlio di Dio, se vive da persona redenta, che si lascia guidare dallo Spirito Santo (cfr Rm 8,14) e sa riconoscere e mettere in pratica la legge di Dio, cominciando da quella inscritta nel suo cuore e nella natura, egli fa del bene anche al creato, cooperando alla sua redenzione. Per questo il creato – dice san Paolo – ha come un desiderio intensissimo che si manifestino i figli di Dio, che cioè quanti godono della grazia del mistero pasquale di Gesù ne vivano pienamente i frutti, destinati a raggiungere la loro compiuta maturazione nella redenzione dello stesso corpo umano. Quando la carità di Cristo trasfigura la vita dei santi – spirito, anima e corpo –, questi danno lode a Dio e, con la preghiera, la contemplazione, l’arte coinvolgono in questo anche le creature, come dimostra mirabilmente il “Cantico di frate sole” di San Francesco d’Assisi (cfr Enc. Laudato si’, 87). Ma in questo mondo l’armonia generata dalla redenzione è ancora e sempre minacciata dalla forza negativa del peccato e della morte.

2. La forza distruttiva del peccato

Infatti, quando non viviamo da figli di Dio, mettiamo spesso in atto comportamenti distruttivi verso il prossimo e le altre creature – ma anche verso noi stessi – ritenendo, più o meno consapevolmente, di poterne fare uso a nostro piacimento. L’intemperanza prende allora il sopravvento, conducendo a uno stile di vita che vìola i limiti che la nostra condizione umana e la natura ci chiedono di rispettare, seguendo quei desideri incontrollati che nel libro della Sapienza vengono attribuiti agli empi, ovvero a coloro che non hanno Dio come punto di riferimento delle loro azioni, né una speranza per il futuro (cfr 2,1-11). Se non siamo protesi continuamente verso la Pasqua, verso l’orizzonte della Risurrezione, è chiaro che la logica del tutto e subito, dell’avere sempre di più finisce per imporsi.

La causa di ogni male, lo sappiamo, è il peccato, che fin dal suo apparire in mezzo agli uomini ha interrotto la comunione con Dio, con gli altri e con il creato, al quale siamo legati anzitutto attraverso il nostro corpo. Rompendosi la comunione con Dio, si è venuto ad incrinare anche l’armonioso rapporto degli esseri umani con l’ambiente in cui sono chiamati a vivere, così che il giardino si è trasformato in un deserto (cfr Gen 3,17-18). Si tratta di quel peccato che porta l’uomo a ritenersi dio del creato, a sentirsene il padrone assoluto e a usarlo non per il fine voluto dal Creatore, ma per il proprio interesse, a scapito delle creature e degli altri.

Quando viene abbandonata la legge di Dio, la legge dell’amore, finisce per affermarsi la legge del più forte sul più debole. Il peccato che abita nel cuore dell’uomo (cfr Mc 7,20-23) – e si manifesta come avidità, brama per uno smodato benessere, disinteresse per il bene degli altri e spesso anche per il proprio – porta allo sfruttamento del creato, persone e ambiente, secondo quella cupidigia insaziabile che ritiene ogni desiderio un diritto e che prima o poi finirà per distruggere anche chi ne è dominato.

3. La forza risanatrice del pentimento e del perdono

Per questo, il creato ha la necessità impellente che si rivelino i figli di Dio, coloro che sono diventati “nuova creazione”: «Se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove» (2 Cor 5,17). Infatti, con la loro manifestazione anche il creato stesso può “fare pasqua”: aprirsi ai cieli nuovi e alla terra nuova (cfr Ap 21,1). E il cammino verso la Pasqua ci chiama proprio a restaurare il nostro volto e il nostro cuore di cristiani, tramite il pentimento, la conversione e il perdono, per poter vivere tutta la ricchezza della grazia del mistero pasquale.

Questa “impazienza”, questa attesa del creato troverà compimento quando si manifesteranno i figli di Dio, cioè quando i cristiani e tutti gli uomini entreranno decisamente in questo “travaglio” che è la conversione. Tutta la creazione è chiamata, insieme a noi, a uscire «dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8,21). La Quaresima è segno sacramentale di questa conversione. Essa chiama i cristiani a incarnare più intensamente e concretamente il mistero pasquale nella loro vita personale, familiare e sociale, in particolare attraverso il digiuno, la preghiera e l’elemosina.

Digiunare, cioè imparare a cambiare il nostro atteggiamento verso gli altri e le creature: dalla tentazione di “divorare” tutto per saziare la nostra ingordigia, alla capacità di soffrire per amore, che può colmare il vuoto del nostro cuore. Pregare per saper rinunciare all’idolatria e all’autosufficienza del nostro io, e dichiararci bisognosi del Signore e della sua misericordia. Fare elemosina per uscire dalla stoltezza di vivere e accumulare tutto per noi stessi, nell’illusione di assicurarci un futuro che non ci appartiene. E così ritrovare la gioia del progetto che Dio ha messo nella creazione e nel nostro cuore, quello di amare Lui, i nostri fratelli e il mondo intero, e trovare in questo amore la vera felicità.

Cari fratelli e sorelle, la “quaresima” del Figlio di Dio è stata un entrare nel deserto del creato per farlo tornare ad essere quel giardino della comunione con Dio che era prima del peccato delle origini (cfr Mc 1,12-13; Is 51,3). La nostra Quaresima sia un ripercorrere lo stesso cammino, per portare la speranza di Cristo anche alla creazione, che «sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8,21). Non lasciamo trascorrere invano questo tempo favorevole! Chiediamo a Dio di aiutarci a mettere in atto un cammino di vera conversione. Abbandoniamo l’egoismo, lo sguardo fisso su noi stessi, e rivolgiamoci alla Pasqua di Gesù; facciamoci prossimi dei fratelli e delle sorelle in difficoltà, condividendo con loro i nostri beni spirituali e materiali. Così, accogliendo nel concreto della nostra vita la vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte, attireremo anche sul creato la sua forza trasformatrice.

Dal Vaticano, 4 ottobre 2018,
Festa di San Francesco d’Assisi

FRANCESCO


MESSAGGIO DEL SANTO PADRE

FRANCESCO

PER LA CELEBRAZIONE DELLA

LII GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

1° GENNAIO 2019

La buona politica è al servizio della pace

Inviando in missione i suoi discepoli, Gesù dice loro: «In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi» (Lc 10,5-6).

Offrire la pace è al cuore della missione dei discepoli di Cristo. E questa offerta è rivolta a tutti coloro, uomini e donne, che sperano nella pace in mezzo ai drammi e alle violenze della storia umana.[1] La “casa” di cui parla Gesù è ogni famiglia, ogni comunità, ogni Paese, ogni continente, nella loro singolarità e nella loro storia; è prima di tutto ogni persona, senza distinzioni né discriminazioni. È anche la nostra “casa comune”: il pianeta in cui Dio ci ha posto ad abitare e del quale siamo chiamati a prenderci cura con sollecitudine.

Sia questo dunque anche il mio augurio all’inizio del nuovo anno: “Pace a questa casa!”.

2. La sfida della buona politica

La pace è simile alla speranza di cui parla il poeta Charles Péguy;[2] è come un fiore fragile che cerca di sbocciare in mezzo alle pietre della violenza. Lo sappiamo: la ricerca del potere ad ogni

page1image23302624page1image23302960

2

costo porta ad abusi e ingiustizie. La politica è un veicolo fondamentale per costruire la cittadinanza e le opere dell’uomo, ma quando, da coloro che la esercitano, non è vissuta come servizio alla collettività umana, può diventare strumento di oppressione, di emarginazione e persino di distruzione.

«Se uno vuol essere il primo – dice Gesù – sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti» (Mc 9,35). Come sottolineava Papa San Paolo VI: «Prendere sul serio la politica nei suoi diversi livelli – locale, regionale, nazionale e mondiale – significa affermare il dovere dell’uomo, di ogni uomo, di riconoscere la realtà concreta e il valore della libertà di scelta che gli è offerta per cercare di realizzare insieme il bene della città, della nazione, dell’umanità».[3]

In effetti, la funzione e la responsabilità politica costituiscono una sfida permanente per tutti coloro che ricevono il mandato di servire il proprio Paese, di proteggere quanti vi abitano e di lavorare per porre le condizioni di un avvenire degno e giusto. Se attuata nel rispetto fondamentale della vita, della libertà e della dignità delle persone, la politica può diventare veramente una forma eminente di carità.

3. Carità e virtù umane per una politica al servizio dei diritti umani e della pace

Papa Benedetto XVI ricordava che «ogni cristiano è chiamato a questa carità, nel modo della sua vocazione e secondo le sue possibilità d’incidenza nella polis. [...] Quando la carità lo anima, l’impegno per il bene comune ha una valenza superiore a quella dell’impegno soltanto secolare e politico. [...] L’azione dell’uomo sulla terra, quando è ispirata e sostenuta dalla carità, contribuisce all’edificazione di quella universale città di Dio verso cui avanza la storia della famiglia umana».[4]È un programma nel quale si possono ritrovare tutti i politici, di qualunque appartenenza culturale o religiosa che, insieme, desiderano operare per il bene della famiglia umana, praticando quelle virtù umane che soggiacciono al buon agire politico: la giustizia, l’equità, il rispetto reciproco, la sincerità, l’onestà, la fedeltà.

A questo proposito meritano di essere ricordate le “beatitudini del politico”, proposte dal Cardinale vietnamita François-Xavier Nguyễn Vãn Thuận, morto nel 2002, che è stato un fedele testimone del Vangelo:

Beato il politico che ha un’alta consapevolezza e una profonda coscienza del suo ruolo. Beato il politico la cui persona rispecchia la credibilità.
Beato il politico che lavora per il bene comune e non per il proprio interesse.
Beato il politico che si mantiene fedelmente coerente.

page2image21427504page2image21427776page2image21428048page2image21428384

3

Beato il politico che realizza l’unità.
Beato il politico che è impegnato nella realizzazione di un cambiamento radicale. Beato il politico che sa ascoltare.
Beato il politico che non ha paura.
[5]

Ogni rinnovo delle funzioni elettive, ogni scadenza elettorale, ogni tappa della vita pubblica costituisce un’occasione per tornare alla fonte e ai riferimenti che ispirano la giustizia e il diritto. Ne siamo certi: la buona politica è al servizio della pace; essa rispetta e promuove i diritti umani fondamentali, che sono ugualmente doveri reciproci, affinché tra le generazioni presenti e quelle future si tessa un legame di fiducia e di riconoscenza.

4. I vizi della politica

Accanto alle virtù, purtroppo, anche nella politica non mancano i vizi, dovuti sia ad inettitudine personale sia a storture nell’ambiente e nelle istituzioni. È chiaro a tutti che i vizi della vita politica tolgono credibilità ai sistemi entro i quali essa si svolge, così come all’autorevolezza, alle decisioni e all’azione delle persone che vi si dedicano. Questi vizi, che indeboliscono l’ideale di un’autentica democrazia, sono la vergogna della vita pubblica e mettono in pericolo la pace sociale: la corruzione – nelle sue molteplici forme di appropriazione indebita dei beni pubblici o di strumentalizzazione delle persone –, la negazione del diritto, il non rispetto delle regole comunitarie, l’arricchimento illegale, la giustificazione del potere mediante la forza o col pretesto arbitrario della “ragion di Stato”, la tendenza a perpetuarsi nel potere, la xenofobia e il razzismo, il rifiuto di prendersi cura della Terra, lo sfruttamento illimitato delle risorse naturali in ragione del profitto immediato, il disprezzo di coloro che sono stati costretti all’esilio.

5. La buona politica promuove la partecipazione dei giovani e la fiducia nell’altro

Quando l’esercizio del potere politico mira unicamente a salvaguardare gli interessi di taluni individui privilegiati, l’avvenire è compromesso e i giovani possono essere tentati dalla sfiducia, perché condannati a restare ai margini della società, senza possibilità di partecipare a un progetto per il futuro. Quando, invece, la politica si traduce, in concreto, nell’incoraggiamento dei giovani talenti e delle vocazioni che chiedono di realizzarsi, la pace si diffonde nelle coscienze e sui volti. Diventa una fiducia dinamica, che vuol dire “io mi fido di te e credo con te” nella possibilità di lavorare insieme per il bene comune. La politica è per la pace se si esprime, dunque, nel riconoscimento dei carismi e delle capacità di ogni persona. «Cosa c’è di più bello di una mano tesa? Essa è stata voluta da Dio per donare e ricevere. Dio non ha voluto che essa uccida (cfr Gen 4,1ss) o che faccia soffrire, ma che curi e aiuti a vivere. Accanto al cuore e all’intelligenza, la mano può diventare, anch’essa, uno strumento di dialogo».[6]

page3image21809920page3image21810192

4

Ognuno può apportare la propria pietra alla costruzione della casa comune. La vita politica autentica, che si fonda sul diritto e su un dialogo leale tra i soggetti, si rinnova con la convinzione che ogni donna, ogni uomo e ogni generazione racchiudono in sé una promessa che può sprigionare nuove energie relazionali, intellettuali, culturali e spirituali. Una tale fiducia non è mai facile da vivere perché le relazioni umane sono complesse. In particolare, viviamo in questi tempi in un clima di sfiducia che si radica nella paura dell’altro o dell’estraneo, nell’ansia di perdere i propri vantaggi, e si manifesta purtroppo anche a livello politico, attraverso atteggiamenti di chiusura o nazionalismi che mettono in discussione quella fraternità di cui il nostro mondo globalizzato ha tanto bisogno. Oggi più che mai, le nostre società necessitano di “artigiani della pace” che possano essere messaggeri e testimoni autentici di Dio Padre che vuole il bene e la felicità della famiglia umana.

6. No alla guerra e alla strategia della paura

Cento anni dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, mentre ricordiamo i giovani caduti durante quei combattimenti e le popolazioni civili dilaniate, oggi più di ieri conosciamo il terribile insegnamento delle guerre fratricide, cioè che la pace non può mai ridursi al solo equilibrio delle forze e della paura. Tenere l’altro sotto minaccia vuol dire ridurlo allo stato di oggetto e negarne la dignità. È la ragione per la quale riaffermiamo che l’escalation in termini di intimidazione, così come la proliferazione incontrollata delle armi sono contrarie alla morale e alla ricerca di una vera concordia. Il terrore esercitato sulle persone più vulnerabili contribuisce all’esilio di intere popolazioni nella ricerca di una terra di pace. Non sono sostenibili i discorsi politici che tendono ad accusare i migranti di tutti i mali e a privare i poveri della speranza. Va invece ribadito che la pace si basa sul rispetto di ogni persona, qualunque sia la sua storia, sul rispetto del diritto e del bene comune, del creato che ci è stato affidato e della ricchezza morale trasmessa dalle generazioni passate.

Il nostro pensiero va, inoltre, in modo particolare ai bambini che vivono nelle attuali zone di conflitto, e a tutti coloro che si impegnano affinché le loro vite e i loro diritti siano protetti. Nel mondo, un bambino su sei è colpito dalla violenza della guerra o dalle sue conseguenze, quando non è arruolato per diventare egli stesso soldato o ostaggio dei gruppi armati. La testimonianza di quanti si adoperano per difendere la dignità e il rispetto dei bambini è quanto mai preziosa per il futuro dell’umanità.

7. Un grande progetto di pace

Celebriamo in questi giorni il settantesimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, adottata all’indomani del secondo conflitto mondiale. Ricordiamo in proposito l’osservazione del Papa San Giovanni XXIII: «Quando negli esseri umani affiora la coscienza dei loro diritti, in quella coscienza non può non sorgere l’avvertimento dei rispettivi doveri: nei soggetti che ne sono titolari, del dovere di far valere i diritti come esigenza ed espressione della loro

page4image24450400

 

5

dignità; e in tutti gli altri esseri umani, del dovere di riconoscere gli stessi diritti e di rispettarli».[7]

page5image24168320

La pace, in effetti, è frutto di un grande progetto politico che si fonda sulla responsabilità reciproca e sull’interdipendenza degli esseri umani. Ma è anche una sfida che chiede di essere accolta giorno dopo giorno. La pace è una conversione del cuore e dell’anima, ed è facile riconoscere tre dimensioni indissociabili di questa pace interiore e comunitaria:

- la pace con sé stessi, rifiutando l’intransigenza, la collera e l’impazienza e, come consigliava San Francesco di Sales, esercitando “un po’ di dolcezza verso sé stessi”, per offrire “un po’ di dolcezza agli altri”;

- la pace con l’altro: il familiare, l’amico, lo straniero, il povero, il sofferente...; osando l’incontro e ascoltando il messaggio che porta con sé;

- la pace con il creato, riscoprendo la grandezza del dono di Dio e la parte di responsabilità che spetta a ciascuno di noi, come abitante del mondo, cittadino e attore dell’avvenire.

La politica della pace, che ben conosce le fragilità umane e se ne fa carico, può sempre attingere dallo spirito del Magnificat che Maria, Madre di Cristo Salvatore e Regina della Pace, canta a nome di tutti gli uomini: «Di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; [...] ricordandosi della sua misericordia, come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre» (Lc 1,50-55).

Dal Vaticano, 8 dicembre 2018

Francesco

[1] Cfr Lc 2,14: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama». [2] Cfr Le Porche du mystère de la deuxième vertu, Paris 1986.
[3] Lett. ap. Octogesima adveniens (14 maggio 1971), 46.
[4] Enc. Caritas in veritate (29 giugno 2009), 7.

[5] Cfr Discorso alla mostra-convegno “Civitas” di Padova: “30giorni”, n. 5 del 2002. [6] Benedetto XVIDiscorso alle Autorità del Benin, Cotonou, 19 novembre 2011. [7] Enc. Pacem in terris (11 aprile 1963), 24.

 


"CAMMINIAMO, FAMIGLIE!" - LETTERA DEI VESCOVI LOMBARDI AI SACERDOTI, ALLE FAMIGLIE, ALLE COMUNITÀ
 






 
Camminiamo, famiglie, continuiamo a camminare! Questo è l’invito conclusivo dell’esortazione apostolica Amoris Laetitia, pubblicata da papa Francesco il 19 marzo 2016, solennità di San Giuseppe, quale frutto di un’intensa preparazione, che ha visto riunirsi due Sinodi dei Vescovi, raccogliendo il contributo di tante comunità e famiglie. 
 
Noi Vescovi lombardi, oggi, ci rivolgiamo ai sacerdoti, diocesani e religiosi, agli operatori pastorali e alle famiglie delle nostre Chiese locali per esprimerci sulla ricezione di tale importante documento nel nostro contesto. Lo facciamo dopo un po’ di tempo, in modo da poter valorizzare le riflessioni e le esperienze diffuse, per offrire chiarezza e ulteriore slancio al quotidiano impegno pastorale di tutti noi.
 
Un percorso intrapreso da tempo
L’attenzione al matrimonio e alla famiglia ci è sempre stata cara. Nel 2001 i Vescovi lombardi rivolsero una lettera alle famiglie, dal titolo: Seguire Gesù sulle strade dell’amore e della vita, per offrire una “parola che porta gioia”, proprio come la parola di Gesù: “questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena (Gv 15,11)” (n.42). Ci colpisce la profonda sintonia con AL, che inizia così: “La gioia dell’amore che si vive nelle famiglie è anche il giubilo della Chiesa”. Questo Vangelo di gioia e speranza è per tutti, come già si diceva nel 2001: “Chiediamo allo Spirito Santo che ci ispiri gesti e segni profetici che rendano chiaro a tutti che nessuno è escluso dalla misericordia di Dio, che nessuno è mai da Dio abbandonato, ma solo e sempre cercato e amato. La consapevolezza di essere amati rende possibile l’impossibile” (n.28). E così si ribadisce in AL: “La strada della Chiesa, dal Concilio di Gerusalemme in poi, è sempre quella di Gesù: della misericordia e dell’integrazione... quella di non condannare eternamente nessuno; di effondere la misericordia di Dio a tutte le persone che la chiedono con cuore sincero” (n.296). Da diversi anni le diocesi lombarde collaborano su vari temi di pastorale familiare, anche riguardo le persone separate, divorziate o risposate; e sono molteplici i gruppi e le iniziative in atto nelle nostre Chiese su questo ambito.
 
Accogliere tutto il ricco messaggio di AL
L’AL è un documento ricchissimo, che il Papa stesso raccomanda di non accostare frettolosamente. Richiede di essere letta e studiata per intero, con pazienza, per comprenderla nelle sue intenzioni e accoglierla nei suoi contenuti e metodi. Nelle diocesi sono state già offerte occasioni di presentazione e studio, sono stati costituiti gruppi di lavoro per l’approfondimento di alcuni aspetti; a livello regionale abbiamo avviato un intenso percorso di formazione dei formatori, che culminerà nella settimana estiva in programma nel prossimo luglio.
L’esortazione apostolica spazia dai fondamenti biblici allo sguardo sulla realtà attuale, ripropone l’insegnamento della Chiesa su matrimonio e famiglia, dilatando gli orizzonti spirituali e pastorali del grande tema dell’amore, entra nel concreto delle vicende familiari ed educative, si incarna nell’esigenza di preparazione e accompagnamento, nelle diverse fasi della vita, specie a fronte di diffusa fragilità.
 
Promuovere la vocazione al matrimonio e alla famiglia
Sono tante le cause dell’attuale grave diminuzione dei matrimoni, religiosi e anche civili. L’incertezza e il timore per il futuro, con l’aumento della precarietà a livello sociale e lavorativo, possono bloccare una progettualità d’amore stabile e generativa. Più forte oggi può essere la tentazione di accontentarsi di esperienze limitate o, peggio ancora, di lasciarsi abbindolare da attrattive semplicemente edonistiche. Eppure ci sorprende come, pure in queste condizioni esistenziali, il cuore di tanti sia anche oggi riscaldato dal desiderio di un amore vero, dalla gioia di un amore che dia senso e pienezza alla vita.
Come Pastori della Chiesa, incoraggiamo ad accogliere questo dono del Signore come qualcosa di prezioso, da non perdere o sciupare, ma da conservare e maturare con delicatezza e attenzione. Invitiamo ad accogliere con fiducia anche un altro dono, strettamente legato a quello dell’amore, cioè quello di generare nuova vita; è proprio infatti nei figli che trova compimento l’esperienza dell’amore. Di fronte al calo delle nascite e a tutti i problemi culturali e sociali che ne sono l’origine, la testimonianza di famiglie cristiane che accettano la sfida della generazione come opportunità di crescita è oggi la via più promettente.
Dovremo pertanto affinare ancor meglio le nostre iniziative pastorali per aiutare ragazzi e giovani a scoprire la gioia dell’amore, affrontando le tematiche riguardanti l’affettività, la sessualità, la vocazione matrimoniale e genitoriale; tematiche già al centro del confronto fra le nostre Consulte regionali. Tutto questo, però, non avrà buon esito se non con la collaborazione di voi, sacerdoti e famiglie, consacrati e consacrate, comunità che sul territorio testimoniate direttamente la sfida del coniugare vita e fede, mettendo in contatto la concretezza dell’esperienza familiare e l’energia che viene dalla vita cristiana.
 
Accompagnare, discernere, integrare: le prospettive aperte dal cap.VIII
Durante i Sinodi e dopo la pubblicazione di AL, l’attenzione dei mass-media si è concentrata soprattutto sulla problematica legata alle situazioni familiari difficili o complesse (convivenze, matrimoni solo civili, separazioni, divorzi, nuove unioni). Certamente la complessità di queste situazioni è oggi più accentuata rispetto al passato, e ci impone di non attardarci in silenzi inoperosi.
Mentre si ribadisce il significato alto e affascinante dell’amore coniugale (cfr. cap.IV di AL) come cuore della vita di coppia, dobbiamo tener conto delle situazioni reali delle famiglie, e farci carico di accompagnare ogni persona a compiere quei passi che le sono concretamente possibili. Proprio come ci ricorda il Papa: “Benché sempre proponga la perfezione e inviti a una risposta più piena a Dio, «la Chiesa deve accompagnare con attenzione e premura i suoi figli più fragili, segnati dall’amore ferito e smarrito, ridonando fiducia e speranza, come la luce del faro di un porto o di una fiaccola portata in mezzo alla gente per illuminare coloro che hanno smarrito la rotta o si trovano in mezzo alla tempesta»” (AL 291).
La strada che come Chiesa vogliamo continuare a percorrere è quella della bellezza dell’amore vissuto in famiglia, pur nella consapevolezza delle difficoltà e fragilità presenti oggi, di fronte alle quali solo la luce della verità e la medicina della misericordia possono, insieme, dare sollievo e forza. Tutte le comunità cristiane vanno aiutate a crescere in questa consapevolezza e capacità di accoglienza e accompagnamento.
 
Il delicato compito dei sacerdoti
Tutta l’AL, ma in particolare il cap.VIII, richiama importanti responsabilità dei pastori d’anime, riguardo l’accompagnamento di ogni fratello e sorella, di ogni coppia, di ogni famiglia. Chiamati ad operare un discernimento spirituale serio, non frettoloso né irrigidito nella presunta applicazione di norme e casistiche, comprendiamo talune ragioni di difficoltà e il possibile disagio di alcuni, ma vogliamo testimoniarvi la serenità e la comunione che viviamo tra noi Vescovi, anche su questo tema.
Affinare l’arte del discernimento, confidando nella grazia e nella Chiesa, significa non ridurre mai la questione ad un Sì o un No immediati, e tanto meno generali, per offrire piuttosto concrete opportunità di crescita nella fede, di verifica attenta della vicenda esistenziale, di cammino verso l’esperienza piena della vita in Cristo. Infatti, crediamo che l’invito a discernere, accompagnare, integrare le situazioni di fragilità, da un lato corrisponde alla migliore tradizione di carità pastorale dei ministri della Chiesa, dall’altro sviluppa ulteriormente le felici intuizioni di Familiaris Consortio e pone un compito di aggiornamento e dialogo per saper rispondere in modo adeguato alle nuove sfide che si presentano, arricchendo quanto l’insegnamento teologico e pastorale ha progressivamente acquisito nel cammino postconciliare. Non muta l’insegnamento morale della Chiesa, riguardo il rapporto tra gravità oggettiva di un male e la sua effettiva imputabilità alla coscienza della persona, nella concretezza del suo divenire. Ci viene chiesto di essere più pastori e padri, educatori e fratelli, nel condividere con gli uomini e le donne del nostro tempo la fatica dell’essere cristiani oggi.
 
I criteri di discernimento
I Sinodi hanno messo il Papa in condizione di esporre la linea da seguire, che non va riformulata in ulteriori determinazioni generali, ma adottata in una prassi di saggio e prudente discernimento, alla luce dei criteri indicati soprattutto ai nn.296-306 di AL.
In particolare, AL 298 raccomanda di vagliare attentamente le diverse situazioni, il loro sviluppo nel tempo, le responsabilità verso tutte le persone coinvolte, e quei tanti possibili aspetti, che richiedono approfondimento, alla luce dell’ideale che il Vangelo propone per il matrimonio e la famiglia. Incoraggiati “ad un responsabile discernimento personale e pastorale dei casi particolari” (AL 300), i presbiteri devono aiutare a compiere un serio esame di coscienza, tramite momenti di riflessione e di pentimento, riguardo i propri comportamenti e le loro conseguenze sugli altri.
Volendo esemplificare cosa questo comporti al momento di discernere la singola situazione, il Papa ha indicato come interpretazione corretta del cap.VIII e delle intenzioni che vi soggiacciono quella espressa nel documento dei Vescovi della regione pastorale di Buenos Aires (Argentina), assunto dal Papa stesso, unitamente alla sua lettera di risposta, come magistero autentico. In tale documento si ricorda giustamente che “non è opportuno parlare di “permesso” di accedere ai Sacramenti, ma di un processo di discernimento accompagnati da un pastore”, che ha sempre il compito di valutare anche la presenza di eventuali condizionamenti di coscienza ed altre circostanze che attenuano la responsabilità e la colpevolezza (cfr. AL 301-302).
Pretendere “prontuari” più determinati e casistici per il discernimento tradirebbe l’alta consegna che abbiamo ricevuto, e che invece possiamo onorare con una sapiente condivisione di esperienze.
Ci appare chiaro che l’invito ad una pastorale del discernere non indebolisce affatto il vivo legame della Chiesa con lo splendore della verità, che resta riferimento oggettivo per un retto giudizio di coscienza, e che l’attenzione alle circostanze soggettive concrete è patrimonio costante della migliore prassi penitenziale, senza per nulla cadere in una sorta di “etica della situazione”. Chiediamo a tutti i presbiteri di stimare la cura da avere per l’accompagnamento spirituale e la pedagogia morale dei fedeli, anche valorizzando adeguate occasioni per la propria formazione permanente.
 
Il lavoro da sviluppare nelle nostre diocesi
Mentre altre Conferenze episcopali regionali hanno prodotto documenti, ed anche alcuni Vescovi della nostra regione hanno già pubblicato orientamenti pastorali maturati gradualmente con il loro Presbiterio e con altri interlocutori nella diocesi, ci pare importante incoraggiare in ogni nostra Chiesa locale un analogo processo di studio, confronto di riflessioni ed esperienze diverse, anche coi necessari apporti interdisciplinari, che conduca all’elaborazione di orientamenti pastorali diocesani, per incarnare l’AL con fedeltà al magistero e aderenza alla propria realtà. Occorre entrare insieme nella ricchezza di AL e del suo impatto con la vita, confrontandosi con preti, persone consacrate e sposi, nelle zone, nei percorsi formativi, sin dalla preparazione al matrimonio.
Facendo tesoro di quanto disposto da AL 244, riteniamo opportuno che, in ogni diocesi, il ministero ordinario di parroci e sacerdoti, e il servizio degli operatori pastorali, sia affiancato da un servizio diocesano, sussidiario e permanente, cui ci si possa rivolgere per avere orientamenti e aiuto, in modo da rispondere adeguatamente e non superficialmente alle esigenze di un discernimento, cui non sono estranei delicati aspetti umani e spirituali, sacramentali e canonici.
Riguardo l’eventuale superamento delle “diverse forme di esclusione attualmente praticate in ambito liturgico, pastorale, educativo e istituzionale” per divorziati risposati (AL 299), precisiamo che si tratta di materia attualmente regolata da norme a carattere nazionale (CEI, Direttorio di pastorale familiare, n.218) e dal Codice di Diritto Canonico (can.874 §3). Pertanto, la Conferenza Episcopale Lombarda, proseguendo nel confronto su quanto avviene nelle diverse realtà pastorali del territorio, contribuirà alla maturazione di orientamenti condivisi nella Chiesa italiana per quei battezzati che si fanno accompagnare in un cammino di crescita ed integrazione nella comunità cristiana.
 
Un pensiero alle famiglie “ferite”
È proprio a voi, fratelli e sorelle, che nelle vostre famiglie avete vissuto momenti di crisi, fatica, sofferenza, smarrimento per un lutto, una disgrazia o magari una separazione, che rivolgiamo un particolare incoraggiamento a non perdere la speranza. Ed è per voi che esprimiamo alle nostre comunità un forte invito a saper accompagnare, discernere ed integrare anche la fragilità che spesso attraversa la condizione famigliare. Accogliendo sempre meglio gli orientamenti di AL, con attenzione alle specificità delle nostre comunità, cercheremo di esser più vicini a tutti, con chiarezza e amorevolezza. Vi invitiamo a rivolgervi con fiducia ai sacerdoti e agli altri animatori pastorali, ai vari servizi diocesani, ai consultori, ai gruppi per separati, divorziati o risposati che già operano nelle nostre diocesi, per confidare problemi, dolori, domande che vi stanno a cuore. Per tutti, anche per chi è passato ad una nuova unione, ci può essere un percorso di conversione adatto e fruttuoso per camminare nell’amore, nell’Amore di Dio.
 
La vera sfida: il primato dell’evangelizzazione 
L’accoglienza cordiale ed intelligente del documento papale ci aiuti ad evangelizzare la stupenda vocazione coniugale e familiare, declinandone il valore rispetto alle concrete sfide che nuove prassi pongono alla Chiesa e alla società.
Più ampiamente, è urgente vivere e testimoniare tutti e a tutti la gioia del Vangelo, per annunciarlo con credibilità e frutto, in modo da diffondere per attrazione la bellezza della sequela del Signore. L’Evangelii Gaudium contiene, in tal senso, precisi compiti di rinnovamento ecclesiale e di formazione permanente, che non possiamo sottovalutare. Se la vita dei giovani non è illuminata dalla fede, narrata e comunicata con l’autorevolezza dell’amore, si perde anche il senso del peccato e della grazia. A questo i Vescovi lombardi, interpretando bisogni e speranze delle proprie Chiese, intendono impegnarsi totalmente: ricercare i passi da compiere per essere oggi la Chiesa di Gesù, che va incontro all’uomo, specie ai giovani, con il suo stesso stile, con il suo stesso cuore.
 
Milano, 8 aprile 2018.
I Vescovi della Conferenza Episcopale Lombarda
 

 

 

ESORTAZIONE APOSTOLICA

GAUDETE ET EXSULTATE

DEL SANTO PADRE FRANCESCO

SULLA CHIAMATA ALLA SANTITÀ

NEL MONDO CONTEMPORANEO

 

papa-francesco_esortazione-ap_20180319_gaudete-et-exsultate.pdf (309715)

 


LETTERA PASTORALE 2017-2018
 





 

 

 (versione PDF)
 
SUSSIDIO BIBLICO-CATECHISTICO
 
IL DISCEPOLO CHE GESÙ AMAVA
 Schede per la catechesi, la meditazione, la riflessione 
e la preghiera con gli adulti nelle comunità parrocchiali.
 
 
Il sussidio prende spunto dal tema della Lettera Pastorale del Vescovo Francesco sui giovani proposta alla Diocesi di Bergamo per l’anno pastorale 2017 – 2018 in occasione anche del Sinodo dei giovani.
 
Si compone di 10 schede: le prime 5 che riflettono sulla figura del discepolo amato, icona biblica, così come è presentata nei 5 brani del Vangelo di Giovanni, e le successive 5 che propongono storie bibliche di chiamate, vista la tematica vocazionale proposta dalla Lettera Pastorale.
 
Le schede, come i precedenti anni, avranno una struttura articolata in 6 momenti, ipotetica struttura di un incontro con adulti, seguendo ii metodo vita – Parola – vita che fa da riferimento anche nella formazione diocesana dei catechisti per adulti:
1. preghiera introduttiva
2. provocazioni (dalla vita …)
3. brano biblico e commento (… alla Parola …)
4. altre provocazioni (… alla vita)
5. preghiera conclusiva e impegno
6. provocazione a partire da una testimonianza dei giovani