MAGGIO CON MARIA

 

OMELIE  SETTENARIO MAGGIO 2019

MARIA MODELLO DI ASCOLTO 1.


            La Sacra Scrittura presenta Maria come modello di ascolto… E’ Lei la “Vergine dell’ascolto”, come la definisce Papa San Paolo VI, nell’enciclica Marialis cultus. Maria da “pia israelita” è abituata all’ascolto, prega in ascolto, contempla l’ascolto.

LE TAPPE DELL’ASCOLTO DI MARIA:

            1 Tappa: NAZARET. Maria si pone in ascolto di Dio. Nel dialogo con l’angelo Gabriele, Maria si rivela attenta, disponibile, pronta a collaborare con Dio. La sua fede e la sua obbedienza è paragonabile alla fede di Abramo…

            2 Tappa: AIN KAREM. Maria si pone in ascolto degli indigenti. Il dialogo con la parente Elisabetta la rivela sollecita, premurosa, pronta a soccorrere i più bisognosi. La sua carità è più eloquente delle sue parole…

            3 Tappa: BETLEMME. Maria si pone in ascolto dei pastori. E’ stupita del loro racconto, non comprende, ma conserva e medita nel suo cuore ogni parola e gesto. La gioia di aver generato l’autore della vita la contagia di vita nuova….

            4 Tappa: CANA. Maria si pone in ascolto degli sposi. Ascolta cose che nessuno riferisce e guarda cose che nessuno vede. La sua sensibilità femminile previene il fallimento della festa nunziale. La fiducia nel Figlio suo fa tutto il resto…

            5 Tappa: GERUSALEMME. Maria si pone in ascolto del Figlio Crocifisso. Ascolta chi non ha nessuno che lo ascolta. Ascolta i crocifissi di oggi: drogati, malati, rifiutati, profughi, emarginati, abbandonati, ecc. La sua speranza è contro ogni speranza…

            Il silenzio oggi, purtroppo, è il grande assente, è ignorato.

            Se noi ci pensiamo anche solo un momento, per poter davvero ascoltare ci vuole davvero il silenzio. Per parlare con una parola che sia ricca di forza, che sia autentica, che sia davvero tesa alla comunicazione e non alla chiacchiera e non al rumore, ci vuole un silenzio che generi questa parola.

            E poi il silenzio permette altri linguaggi: il linguaggio dello sguardo, il linguaggio della delicatezza, il linguaggio dell'intuito... il silenzio è davvero ciò che può renderci più umani. Il silenzio è un antidoto all'aggressività, alla violenza.

            C'è un bisogno profondo di silenzio nelle persone oggi. Si è talmente poco abituati al silenzio e alla solitudine che se ne ha paura e sovente si vede che quando uno deve affrontare un tempo di silenzio e di solitudine è assalito dall'angoscia.

            Ma se vogliamo pensare, se vogliamo ricercare, meditare, rispondere alle domande più profonde che ci abitano (che senso ha la vita, chi sono gli altri per me, da dove vengo, dove vado) occorre che ci sia il silenzio.

            Pascal diceva: la più grande disgrazia degli uomini è che non sanno più stare in silenzio per mezzora al giorno in solitudine.

            Per una vera valorizzazione della persona umana si dovrebbe partire dal silenzio come linguaggio da custodire, come maniera per trovare la pace, per trovare una certa calma, per non finire nella crudeltà di questo momento storico e non cedere all'aggressività che si vede abbondare quando la chiacchiera e la parola diventa rumore.

            Può sembrare una contraddizione, proporre il silenzio di Maria, ma il silenzio in alcuni casi potrebbe essere la soluzione più opportuna ed efficace per stare con Dio. Mantenere il silenzio davanti a Dio, è una lezione meravigliosa che Maria può impartire ad ognuno di noi.

            Infatti da lei apprendiamo lo stile esatto, il modo più umano che esista per stare davanti a Dio, all’uomo e ai suoi sogni.

            Ecco tua madre, guarda tua madre, ci dice Gesù..

            Se vuoi essere discepolo, guarda Maria, impara da lei, dai suoi gesti, dalle sue parole, dai suoi silenzi. E ripeti il suo ascolto e il suo conservare nel cuore, la sua lode, il suo prendersi cura, la sua fortezza e il suo stupore, prolungando la sua presenza tenera e forte, imparando da lei come si servano Dio con serietà e i fratelli con tenerezza.

            Maria, Tu che sei al di sopra di noi, tu che sei anche in noi, possano tutti vedere te anche in me, possa io rendere grazie per tutto ciò che mi accade.

Tienimi nel tuo amore così come vuoi che tutti dimorino nel mio.

Io sono sotto la tua mano, e in te è ogni forza e bontà.

Dammi occhi, per vederti...

Dammi orecchie, per udirti...

Dammi un cuore d’amore, per servirti...

Dammi tanta fede, per dimorare in te... Amen.

 

 

MARIA MODELLO DI ASCOLTO 2.

 

            Tra i tanti appellativi mariani, ne ho trovato uno di straordinaria suggestione: Maria, cattedrale del silenzio.

Maria è appunto come una cattedrale gotica che custodisce il silenzio. Gelosamente. Non lo rompe neppure quando parla.

            Ma perché Maria è cattedrale del silenzio?

Intanto, perché è una donna di poche parole. Nel Vangelo parla appena quattro volte. All’annuncio dell’angelo. Quando intona il Magnificat. Quando ritrova Gesù nel tempio. E a Cana di Galilea.

Poi, dopo aver raccomandato ai servi delle nozze di dare ascolto all’unica parola che conta, lei tace per sempre.

            Ma il suo silenzio non è solo assenza di voci. Non è il vuoto di rumori. È, invece, il contenitore di una presenza: il suo grembo custodisce la Parola di Dio, il Verbo di Dio, Gesù suo Figlio.

            Uno degli ultimi versetti della Lettera ai Romani ci aiuta ad interpretare il silenzio di Maria. Parla di Gesù Cristo come «rivelazione del mistero taciuto per secoli eterni». Cristo, mistero taciuto. Segreto. Letteralmente: avvolto nel silenzio. In altri termini: il Verbo di Dio era fasciato dal silenzio di Maria.

            Maria è divenuta così per noi tutti, devastati dal frastuono, modello del silenzio: «Serbava tutte queste cose nel suo cuore».

            Per questo stasera chiediamo a lei, donna del silenzio, di riportaci alle sorgenti della pace. Di liberaci dall’assedio delle parole. Da quelle nostre, prima di tutto. Ma anche da quelle degli altri. Figli del rumore, noi pensiamo di mascherare l’insicurezza che ci tormenta affidandoci al nostro interminabile dire e parlare.

            Le chiediamo di farci comprendere che, solo quando avremo taciuto noi, Dio potrà parlare in noi. Coinquilini del chiasso, ci siamo persuasi di poter allontanare la paura alzando il volume delle nostre parole; di farci capire che Dio si comunica all’uomo solo sulle sabbie del deserto, e che la sua voce non ha nulla da spartire con i decibel dei nostri baccani.

            Le domandiamo di spiegaci il senso profondo di quel brano della Sapienza, che un tempo si leggeva a Natale facendoci trasalire di meraviglia che dice: «Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose, e la notte era a metà del suo corso, la tua Parola onnipotente dal cielo, dal tuo trono regale, scese sulla terra…».

            Chiediamole di riportaci allo stupore del primo presepe, e di ridestarci nel cuore la nostalgia di quella “tacita notte” .

            Santa Maria, donna del silenzio, raccontaci anche dei tuoi appuntamenti con Dio. In quali campagne ti recavi nei pomeriggi di primavera, lontano dal frastuono di Nazareth, per udire la sua voce? In quali fenditure della roccia ti nascondevi adolescente, perché l’incontro con lui non venisse profanato dalla violenza dei rumori degli uomini? Su quali terrazzi di Galilea, arricchivi le tue veglie di notturne preghiere?

            Che discorsi facevi, presso la fontana del villaggio, con le tue compagne di gioventù? Che cosa trasmettevi a Giuseppe quando al crepuscolo, prendendoti per mano, usciva con te, o ti conduceva al lago di Tiberiade nelle giornate di sole?

            Il mistero che nascondevi nel grembo glielo confidasti con parole o con lacrime di felicità? Di quali altre voci risuonava la bottega del falegname nelle sere d’inverno? Avevi un registro segreto su cui scrivevi le parole di Gesù? Che cosa vi siete detto, per trent’anni, attorno a quel tavolo di povera gente?

            Santa Maria, donna del silenzio, ammettici alla tua scuola. Tienici lontani dalla fiera dei rumori entro cui rischiamo di stordirci.             Persuadici che solo nel silenzio maturano le cose grandi della vita: la conversione, l’amore, il sacrificio, la morte.

            Un’ultima cosa vogliamo chiederti, Madre dolcissima. Tu che hai sperimentato, come Cristo sulla croce, il silenzio di Dio, non ti allontanare dal nostro fianco nell’ora della nostra morte. Rimanici accanto e in quel momento, rompi pure il silenzio: per dirci parole d’amore

 

 

MARIA MODELLO DI ASCOLTO 3.

 

            Lasciamoci ancora guidare dal Vangelo.

            Della Madre di Dio si dice oggi una sola frase: «Custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19).

            Custodiva. Semplicemente custodiva. Maria non parla: il Vangelo non riporta neanche una sua parola in tutto il racconto. Anche in questo la Madre è unita al Figlio: Gesù è neonato, cioè “senza parola”. Lui, il Verbo, la Parola di Dio che «molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato» (Eb 1,1), ora, nella «pienezza del tempo» (Gal 4,4), è muto.

            Il nostro Dio è un bimbo che non parla. La sua maestà è senza parole, il suo mistero di amore si svela nella piccolezza. Questa piccolezza silenziosa è il linguaggio della sua regalità. La Madre si associa al Figlio e custodisce nel silenzio.

            E il silenzio ci dice che anche noi, se vogliamo mettere in risalto la nostra vita, abbiamo bisogno di silenzio. Abbiamo bisogno di rimanere in silenzio guardando la famiglia di Nazareth, perché davanti a lei ci riscopriamo amati, assaporiamo il senso genuino della vita. E guardando in silenzio, lasciamo che Gesù parli al nostro cuore: che la sua piccolezza smonti la nostra superbia, che la sua povertà disturbi le nostre esibizioni, che la sua tenerezza smuova il nostro cuore insensibile.

            Ritagliare ogni giorno un momento di silenzio con Dio è custodire la nostra anima; è custodire la nostra libertà dalle banalità aggressive del consumo e dagli stordimenti della pubblicità, dal dilagare di parole vuote e dalle onde travolgenti delle chiacchiere e del clamore.

            Maria custodiva, prosegue il Vangelo, tutte queste cose, meditandole. Quali erano queste cose? Erano gioie e dolori: da una parte la nascita di Gesù, l’amore di Giuseppe, la visita dei pastori, quella notte di luce. Ma dall’altra: un futuro incerto, la mancanza di una casa, «perché per loro non c’era posto nell’alloggio» (Lc 2,7); la desolazione del rifiuto; la delusione di aver dovuto far nascere Gesù in una stalla. Speranze e angosce, luce e tenebra: tutte queste cose popolavano il cuore di Maria.

            E lei, che cosa ha fatto? Le ha meditate, cioè le ha passate in rassegna con Dio nel suo cuore. Niente ha tenuto per sé, niente ha rinchiuso nella solitudine o affogato nell’amarezza, tutto ha portato a Dio. Così ha custodito. Affidando si custodisce: non lasciando la vita in preda alla paura, allo sconforto, non chiudendosi o cercando di dimenticare, ma facendo di tutto un dialogo con Dio. E Dio che ci ha a cuore, viene ad abitare le nostre vite.

            Ecco i segreti della Madre di Dio: custodire nel silenzio e portare a Dio. Ciò avveniva, conclude il Vangelo, nel suo cuore.

            Il cuore invita a guardare al centro della persona, degli affetti, della vita. Anche noi, cristiani in cammino, sentiamo il bisogno di ripartire dal centro, di lasciare alle spalle i fardelli del passato e di ricominciare da ciò che conta.

            Ecco oggi davanti a noi il punto di partenza: la Madre di Dio. Perché Maria è Madre tenera, umile, povera di cose e ricca di amore, libera dal peccato, unita a Gesù, che custodisce Dio nel cuore e il prossimo nella vita.

            Per vivere bene, guardiamo alla Madre. Nel suo cuore batte il cuore della Chiesa. Per andare avanti, occorre ricominciare dalla Madre che tiene in braccio Dio.

            La devozione a Maria non è un rito spirituale, è un’esigenza della vita cristiana. Guardando alla Madre siamo incoraggiati a lasciare tanti pesi inutili e a ritrovare ciò che conta.

            Il dono della Madre, il dono di ogni madre e di ogni donna è tanto prezioso per la Chiesa, che è madre e donna.

            E mentre l’uomo tante volte impone le sue idee, la donna, la madre, sa custodire, collegare nel cuore, ravvivare.

            Perché la fede non si riduca solo a idea o a dottrina, abbiamo bisogno, tutti, di un cuore di madre, che sappia custodire la tenerezza di Dio e ascoltare i palpiti dell’uomo.

            La Vergine Madre, custodisca le nostre famiglie e porti la pace di suo Figlio nei cuori, nei nostri cuori, e nel mondo.

 


MARIA MODELLO DI ASCOLTO 4.

 

            Maria è alla crocifissione di Gesù.

            Gesù non è più tra le braccia della Madre; ma tra altre braccia; non appoggia più il capo alla guancia di lei, ma a un’altra guancia ben dura: quella della croce. Stando ai Vangeli e a ciò che è scritto scopriamo che Maria ha vissuto tutto il Mistero pasquale, fatto di morte e di risurrezione, di abbassamento e di esaltazione, e l’ha vissuto più da vicino di tutti. A parlarci di Maria ai piedi della Croce è l’evangelista Giovanni.

            “Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria di Magdala”. C’era dunque un gruppo di donne. Maria, non era sola; era una delle donne. Era lì come sua madre e questo cambia tutto, ponendo Maria in una situazione diversa dalle altre.

            Ho assistito a volte, al funerale di alcuni giovani; penso in particolare a un ragazzo. Seguivano il feretro varie donne. Tutte erano vestite di nero, tutte piangevano. Sembravano tutte uguali. Ma tra esse ce n’era una diversa, una alla quale tutti i presenti pensavano, senza voltarsi, guardavano la madre. Solo lei guardava la bara, si vedeva che le sue labbra ripetevano senza posa il nome del figlio. In quel momento ho pensato a Maria ai piedi della croce.

            Ma a lei fu chiesto qualcosa di più difficile: di perdonare. Quando sentì il Figlio che diceva: «Padre perdonali; perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34), ella capì che il Padre celeste si aspettava da lei che dicesse con il cuore le stesse parole: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno». Ella perdonò.

            Di Maria sotto la croce non ci sono riferite grida, lamenti come per le donne che lo accompagnavano lungo la salita ai Calvario; non ci sono trasmesse parole, come nel ritrovamento al tempio; o come a Cana di Galilea. Ci è trasmesso solo il suo silenzio. Maria tace, nel vangelo di Luca, al momento della nascita di Gesù, e tace, nel Vangelo di Giovanni, momento della morte di Gesù.

            La croce si esprime attraverso il silenzio. Il linguaggio della croce è il silenzio.

            Se Maria poté essere tentata; come lo fu anche; Gesù nel deserto, questo avvenne soprattutto sotto la croce. E fu una tentazione profondissima e dolorosissima, perché aveva per motivo proprio Gesù. Lei credeva alle promesse, credeva che Gesù era il Messia, il Figlio di Dio; sapeva che, se Gesù avesse pregato, il Padre gli avrebbe mandato «più di dodici legioni di angeli». Ma vede che Gesù non fa nulla; liberando se stesso dalla croce, libererebbe anche lei dal suo profondo dolore, ma non lo fa

            Maria non grida: «Scendi dalla croce; salva te stesso e me!». Non chiede, nemmeno più a Gesù: «Figlio, perché ci hai fatto questo?», come disse quando, dopo averlo smarrito, lo ritrovò nel tempio.

            Maria tace.

            Maria non stava dunque «presso la croce di Gesù», vicino a lui, solo in senso fisico, ma anche in senso spirituale. Era unita alla croce di Gesù; era dentro la stessa sofferenza. Ella fu la prima di coloro che «patiscono con Cristo».

            Soffriva nel suo cuore quello che il Figlio soffriva nella sua carne. E chi potrebbe solo pensare diversamente, se appena sa cosa vuol dire essere madre?

            La Vergine Maria dovette essere penetrata da una sofferenza che umanamente corrispondeva a quella del Figlio. “Una spada trapasserà la tua anima”, credo che in quel momento ricordò le parole che il vecchio Simeone al tempio le predisse al momento della presentazione di Gesù.

            Stare presso la croce di Gesù. Queste parole ci dicono che la prima cosa da fare, la più importante, non è stare presso la croce in modo indifferente, ma stare presso la croce di Gesù. Ciò che conta, non è la propria croce, ma quella di Cristo Non è il soffrire, ma, il credere e così appropriarsi della sofferenza di Cristo.        La prima cosa è la fede. La cosa più grande di Maria sotto la croce fu la sua fede, più grande ancora che la sua sofferenza.

            Il testamento di Gesù è universale: una madre è data a tutti i discepoli di tutti i tempi, dono fra i doni.

            Dalla croce Gesù dice ad ogni discepolo: Guarda: è tua madre  non semplicemente: «Ecco tua madre». Guarda tua madre: rivolgi gli occhi, tieni fisso lo sguardo contempla quella immagine per diventare come lei.

 

 

DOPO LA PROCESSIONE

 

            Al termine della nostra Processione, affidiamo tutti noi, qui presenti, le nostre famiglie, le persone a noi care, chi si affida alle nostre preghiere... tutti alla nostra Madonna del Pianto.

            Dal suo atteggiamento ai piedi della Croce, vogliamo imparare da lei a stare un po’ più in silenzio, a vivere il silenzio di fronte a Dio.

            Affidiamole tutte le nostre difficoltà e i nostri dubbi. In questo modo, contemplando Lei che contempla suo Figlio, apprendiamo anche noi a crescere e maturare nella fede, nella relazione d’amore con Dio, fidandoci ed affidandoci sempre più̀ alla sua Parola, anche quando oggi tutto sembra contraddirla.

            E come comunità̀ cristiana, riconoscente per tanti doni ricevuti, del passato e anche del presente, presentiamo a Lei tutti i crocifissi, gli addolorati, tutti coloro che soffrono nel corpo e nello spirito, tutti i dimenticati dalla nostra società, e forse dimenticati anche da noi, tutti coloro che sperimentano il silenzio incomprensibile di Dio.

            E come siamo capaci desideriamo anche dirle il nostro grazie.

Grazie per il suoi ‘Si’ a Dio, ripetuti e costanti

Grazie per la sua completa disponibilità̀ di ‘serva’ di Dio.

Grazie per la sua povertà̀ e umiltà.

Grazie per il dolore sofferto ai piedi della croce di suo Figlio Gesù.

            Madonna dl Pianto:

Donaci il coraggio e l’umiltà̀ di perdonare sempre, di andare incontro a chi si vorrebbe allontanare da noi, di mettere in risalto il molto che ci unisce e non il poco che ci divide.

Dacci la vista per scorgere il tuo volto, in ogni persona che avviciniamo, e in ogni croce che incontriamo.

Donaci un cuore fedele e aperto, che vibri a ogni tocco della tua parola e della tua grazia.

            Ispiraci sempre nuova fiducia e slancio per non scoraggiarci di fronte ai fallimenti, alle debolezze e alle ingratitudini degli uomini.

            Fa’ che la nostra parrocchia sia davvero una famiglia, dove ognuno si sforza di comprendere, perdonare, aiutare, condividere; dove l’unica legge che ci lega e ci fa essere veri tuoi discepoli sia l’amore scambievole. Amen

 

 

OMELIA 4° PASQUA 2019 – 1 (settenario Addolorata)

 

L'immagine del pastore, che il Vangelo ci propone, è molto lontana dalla nostra sensibilità. Non so se qualcuno di voi ha mai fatto il pastore o ha conosciuto da vicino un pastore e il suo rapporto con le pecore. Per gli antichi era diverso!

II pastore era quanto di più comune c'era, lì, sulle colline della Galilea. Tanti pastori conducevano al pascolo le pecore, che conoscevano una per una. Il pastore viene - fin dall'Antico Testamento - preso come un'immagine di Dio.

Più volte si parla di Dio come del pastore che cammina avanti alle sue pecore, le conduce sui pascoli della vita ed esse lo seguono. A volte se ne parla con una straordinaria tenerezza, come nel libro del profeta Isaia che dice che Dio, come un pastore, cammina davanti al suo gregge "porta gli agnellini sul petto e conduce pian piano le pecore madri": la tenerezza di Dio nei confronti del suo popolo.

II Nuovo Testamento riprende l'immagine del pastore. Il nostro compito è quella di tradurla per noi a cui dice poco!

Vedete, il credente segue Gesù, cerca di andare con Lui, di seguire i suoi passi sulla strada della vita. Crede che in Lui ci siano i valori essenziali e con Lui cammina e tenta interpretare il cammino su cui ci conduce e di domandarsi: "Cosa farebbe Gesù se stesse, qui, al posto mio?". 

Ma c'è un'immagine ancora più forte nel Nuovo Testamento: il pastore nutre le sue pecore, non soltanto gli cammina davanti e le conduce, ma le nutre... noi siamo qui riuniti intorno alla Tavola e fra poco dirò: "Prendete e mangiate".

Ecco, forse è l'immagine più forte del Nuovo Testamento. Gesù stesso, il pastore, che si fa cibo per le sue pecore perché si nutrano di Lui, perché diventino con Lui una cosa sola.

Il sogno di ogni cristiano è quello di Paolo: "Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me". Nutrirsi di Gesù, della sua Parola, della sua vita, del suo amore. 

La tenerezza... è un'altra parte del rapporto con Gesù... "nessuno le strapperà dalla mia mano": siamo nelle mani del Signore e nessuno può strapparci da Lui, perché ci vuole bene, perché dona la sua vita per noi.

Ma non c'è solo l'immagine del pastore, c'è anche l'immagine delle pecore. La pecora - per molti di noi - è un animale un po' sciocco che va seguendo le altre con la testa china... è tutt'altro! La pecora conosce il pastore, ascolta la sua voce; sa che il pastore la protegge e se viene il lupo non scappa, sta con lei e la difende. E, allora, lo cerca, in Lui cerca le strade della vita 

Nella Chiesa si può stare soltanto a testa alta cercando di capire chi è veramente il pastore. II Vangelo ci ricorda che c'è un unico pastore: "Non chiamate nessuno pastore sulla terra, perché è uno il vostro pastore, il Cristo".

Nell'esperienza della Chiesa antica - ma anche presente - troppi si fanno "pastori del gregge". Troppi credono di fare il pastore in nome di Gesù e, invece, invitano soltanto a seguire se stessi... Guardatevi da loro! Ce ne sono troppi! Ce ne sono troppi nel mondo ecclesiale e purtroppo - in questo paese - anche troppi nel mondo civile.

Le pecore dovrebbero essere capaci di pensare con la propria testa, il loro scopo dovrebbe essere quello di riconoscere il pastore e seguirlo aldilà dei dubbi, delle difficoltà; capire chi è veramente, quali sono i valori essenziali che Lui è venuto a testimoniarci.

Ecco, Gesù ci cammina davanti e siamo invitati a seguirlo da uomini liberi, responsabili, consapevoli. Gesù si fa Pane per noi, per nutrirci; perché possiamo vivere di Lui; perché possiamo far nostri i suoi valori e camminare con Lui per le strade della terra. Non è sempre semplice, ma questa è la fede.

 

            (Maria ci accompagna in questo cammino, indicando a noi suo Figlio che ci porta l’amore stesso del Padre. Lei è davvero la Madre che mostra il percorso che siamo chiamati a compiere per essere veri discepoli di Gesù buon Pastore.

            Sentiamola vicina a noi e invochiamola nella certezza di essere soccorsi dalla sua materna misericordia, perché Lei, gloriosa e benedetta, possa essere protezione, aiuto e benedizione per ogni giorno della nostra vita.)

 

 

OMELIA 4° PASQUA 2019 – 2 (settenario Addolorata)

 

            Se fossi la pecora mi chiederei…

Dove mi vuole portare questo pastore? Quale è il motivo per cui mi sta così vicino? Ma io mi fido veramente di lui?

E poi è così strano… mette nel gregge pecore di tutti i tipi, anche quelle che altri greggi scartano!

Ha detto che se viene un lupo o un ladro lui mi difenderà… ma ci credo? Non mi conviene forse pascolarmi da me e decidere da sola dove andare? Non è meglio che mi faccia il mio piccolo gregge?

            E come cristiano mi domando…

Gesù è il mio Pastore?

Ma credo davvero che è un “buon” pastore così come dicono?

Posso fidarmi di quello che mi dice e di dove mi porta?

Credo che le sue parole antiche nel Vangelo hanno ancora senso per me oggi, adesso?

Quale dubbio si affaccia alla mente e nel cuore…

            Chi è il pastore che guida la mia vita adesso?

            Non è forse il pubblicitario che non conosco di persona, ma che pensa la campagna di un prodotto per arrivare dritto ai miei desideri più immediati e ne crea anche di nuovi?

            Non sono forse guidato dal giudizio degli altri, anche se dico che non mi condiziona, ma in realtà è la mia continua ossessione?

            Chi conduce le mie azioni nella relazione con gli altri?.. Forse l’impulso del momento di ira, di gioia, di desiderio, di noia, di pregiudizio? E così le relazioni iniziano e finiscono senza motivo e senza apparente senso…

            Chi guida le mie scelte di vita? E chi guida anche le mie piccole scelte quotidiane quando inizio la giornata, quando sto con la mia famiglia, quando sto con gli amici, quando incontro qualcuno per strada, quando entro in un negozio, quando lavoro, quando incrocio qualcuno che non conosco, quando incontro il povero e il diverso da me? Chi mi guida e dove alla fine mi trovo?

            Chi è il mio pastore e quale voce parla al profondo della mia coscienza?

            Devo farmi queste domande, perché se me le pongo forse è segno che lo Spirito di Dio si sta facendo spazio dentro la mia caotica vita. Se non mi faccio queste domande allora sono proprio una pecora sorda e ben presto destinata a perdersi perché non ascolta la voce del pastore che la guida e la protegge.

            Non posso dare per scontata la mia fiducia in Dio e il mio legame con lui…

            Continuamente devo aprire la mente e il cuore, e nella preghiera chiedermi se veramente mi sto lasciando condurre da Dio.

            Posso anche andare tutte le domeniche in chiesa e avere al collo tutte i segni della mia religione e nello stesso tempo cercare altri pastori e seguire altre voci… che non sono come la Sua.

In Gesù posso invece scoprire il senso della libertà: libertà dalle mode correnti, dagli "slogan" facili, libertà anche da me stesso, dai miei egoismi; libertà di cercare quello che è giusto.

 In Lui posso scoprire la gratuità, l'attenzione verso gli altri, la vita condivisa, il servizio e posso farlo se smetto di essere una "pecora stupida", se tento di mettere in gioco la passione del mio cuore, per cercare di intuire, di capire… e poi per di mettere in pratica. Non è Facile!

Per questo ci ritroviamo qui ogni domenica.

Gesù: è Lui il Pastore! È Lui che continuiamo a cercare per rendere vivi i suoi insegnamenti nella nostra vita di ogni giorno.

Non è semplice! Ma non ci stanchiamo e non ci stancheremo di continuare a cercare, a camminare; a camminare con la testa alta, come si conviene a chi ha scoperto la libertà, convinti che nessuno può pretendere di prendere il posto a Dio, perché noi abbiamo un solo Maestro: qualche volta non riusciamo a capire che cosa vuole dirci; ma non ci stanchiamo e continuiamo a cercare con coraggio e fedeltà.

"Pecore" sì, ma pecore libere! Pecore con la testa alta, capaci di pensare e di amare senza stancarci.

 

            (Maria ci accompagna in questo cammino, indicando a noi suo Figlio che ci porta l’amore stesso del Padre. Lei è davvero la Madre che mostra il percorso che siamo chiamati a compiere per essere veri discepoli di Gesù buon Pastore.

            Sentiamola vicina a noi e invochiamola nella certezza di essere soccorsi dalla sua materna misericordia, perché Lei, gloriosa e benedetta, possa essere protezione, aiuto e benedizione per ogni giorno della nostra vita.)

 

 

OMELIA 4° PASQUA 2019 – 3 (settenario Addolorata)

 

Il Vangelo di oggi esprime efficacemente quello che Dio desidera essere per il suo popolo: il buon pastore.

Noi oggi cerchiamo sicurezze, garanzie, solidarietà, comprensione…, cerchiamo sempre qualche ‘pastore’ che ci guidi, ma se non facciamo attenzione finiamo nelle mani di mercenari.

Gesù intende raccogliere intorno a sé coloro che credono in Lui, ed essere per loro: certezza, protezione, unità, guida, gioia e pace. Per questo parla di noi come "sue" pecore.

Gli uomini che dopo il peccato si sono divisi e dispersi per le vie del mondo, lontani da Dio e in guerra tra loro, hanno in lui Buon pastore la possibilità di essere di nuovo uniti, l’inimicizia può essere tolta e instaurata la vera pace.

            Come si può realizzare questo progetto? Gesù lo esprime così: "Io dò la vita per le mie pecore, ed esse non andranno perdute"

            Gesù non rivendica il ruolo del pastore per dire "io sono il duce, il tiranno, il padrone assoluto", ma per dirci: "Io sono il Buon Pastore, il servitore, non il mercenario a cui nulla importa delle pecore".

            Gesù non solo non scappa davanti al nemico, ma lo combatte, ha cura, difende, salva il gregge: è colui che ha dato la sua vita per comunicare agli uomini la salvezza e la vita eterna.             Gesù infatti non è solo il Pastore, ma è anche, come ci ha ricordato la lettura del libro dell’Apocalisse, l’Agnello immolato, Colui che si è offerto a Dio per la nostra liberazione, vittima innocente per sconfiggere il male.

            Se dunque Gesù è l’unico buon Pastore è proprio a Lui che devono guardare coloro che sono chiamati a rappresentarlo qui sulla terra. Lui oggi si serve del ministero del Papa, dei Vescovi e dei sacerdoti per continuare la sua opera nei confronti del suo gregge. Per questo il ministro dovrebbe davvero essere simile a Lui.

            Il gregge ha bisogno di essere guidato a "pascoli di erbe fresche", difeso da tanti lupi e anche dai lupi camuffati da agnelli che si nascondono all’interno del gregge stesso.

            Oggi si celebra la giornata mondiale per le vocazioni.

            Quanti vescovi e preti oggi si lamenteranno dicendo che ci sono poche vocazioni, pochi preti e tante parrocchie e organizzazioni cattoliche scoperte, e diranno che è colpa delle famiglie che non presentano più questa vocazione come qualcosa di bello, diranno che il mondo dei giovani è piatto, con pochi valori per cui, mancando il senso del sacrificio si è diventati sordi alla voce del Signore…

            Una parte di verità c’è in tutto questo, ma se oggi ci sono poche vocazioni non è per colpa di Dio che non chiama più e, secondo me, non è neanche colpa delle famiglie o del mondo giovanile attratto da altre cose, è principalmente colpa di una cattiva impressione che il mondo religioso ha dato e sta dando sulla visione del sacerdozio.

            Finché il sacerdozio è non presentato come forma del dono ma del potere, i giovani intravedono che nella società ci sono professioni ben più attraenti, finché i giovani percepiscono dei preti poco convinti, mestieranti del sacro o poco entusiasti, finché incontrano in essi solo dei sociologi, degli psicologi, e non uomini di preghiera, possono anche ammirarli, ma i loro idoli sono altri.

            I giovani per essere attenti ad una eventuale chiamata devono incontrare dei preti che credono a Gesù Cristo, dei preti che non hanno paura di dire quello che pensano, se questo è detto nel  nome del Signore.

            E poi, Dio vorrà proprio tanti preti per mantenere le attuali strutture della Chiesa o piuttosto non vorrà aiutarci a ripensare ai nostri organismi slegandoli dal clericalismo per far riscoprire in pieno le molteplici vocazioni dei laici nella chiesa?

            In questa giornata di preghiera per le vocazioni, guardando a Gesù Buon Pastore vi invito non tanto a pregare, quasi imponendo a Dio che faccia aumentare il numero delle vocazioni sacerdotali o religiose, ma, come dice il Papa affinché qualcuno trovi "Il coraggio di rischiare per la promessa di Dio". La chiamata di Dio non è un'ingerenza nella nostra libertà ma l'offerta di entrare in un progetto di vita, in una promessa di bene e felicità.

            Maria ci accompagni in questo cammino, indicandoci suo Figlio che ci porta l’amore stesso del Padre. Lei è davvero la Madre che mostra il percorso che siamo chiamati a compiere per essere veri discepoli di Gesù buon Pastore.

            Sentiamola vicina a noi e invochiamola nella certezza di essere soccorsi dalla sua materna misericordia, perché Lei, gloriosa e benedetta, possa essere protezione, aiuto e benedizione per ogni giorno della nostra vita.