DOMENICA 8 MAGGIO 2022

367° ANNIVERSARIO DEL MIRACOLO

 
 
DA LUNEDI  2   A SABATO  7 MAGGIO:
 
SANTE MESSE:   ORE 7,30  E  ORE 17,00  
(precedute dal Santo Rosario)
 

VENERDI 6 MAGGIO ORE 16:

ADORAZIONE EUCARISTICA E SANTO ROSARIO MEDITATO

 
 
 
SABATO 7 MAGGIO ORE 20,30:
PROCESSIONE DALLA PREPOSITURALE AL SANTUARIO
(percorrendo Via Mazzini)
 
 
 
 
 

DOMENICA 8  MAGGIO:

SANTE MESSE:  ORE 7,30;  9,00;  10,30 (CONCELEBRATA);  17,00

 
PREGHIERA DEI VESPRI E SANTO ROSARIO ORE 15,00
 
 
ORE 21 IN SANTUARIO: ELEVAZIONE MUSICALE:
"LEGICTIMAE SUSPICIONIS"
 
 

 

 
 
 
 
 
 

 

 

1. SETTENARIO MAGGIO 2022 - LUNEDI

 

Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati

            Gesù non si illude di aver raggiunto il suo scopo di evangelizzazione al vedere che le folle lo ricercano, sa benissimo che molti sono lì solo perché hanno mangiato gratis quando Lui ha moltiplicato pani e pesci, sa anche che molta gente va da Lui non tanto per fede quanto per desiderio di miracoli, di straordinario.

            E il rischio è lo stesso anche oggi: cercare una religione per assicurarsi un paradiso, andare da Gesù quando si ha bisogno di una grazia, sperare in un Signore che risolva Lui i nostri problemi, che con qualche bel miracolo ci tolga dai nostri fastidi.

            Ma Gesù non è un’agenzia di assicurazioni, un mago buono e neanche uno che si possa comprare con qualche preghiera o con qualche raccomandazione.

            Gesù rimprovera quella gente sfamata, perché non ha più fame. Ossia non ha fame di qualcos’altro.

            La mancanza di appetito è sempre un segno preoccupante per la salute fisica o morale di una persona.

            Gesù è come se ci dicesse: "Comincia a preoccuparti quando ti senti saziato dalle cose, dal denaro, dal successo e invece non senti più il desiderio del bello, del giusto, di Dio. Devi preoccuparti perché stai perdendo una delle cose più importanti di te stesso: il desiderio di andare avanti, la misura dei propri limiti, la frontiera della speranza".

            Se noi ci accontentiamo delle cose, del potere, del successo vuol dire che soffriamo di inappetenza, vuol dire che abbiamo rinunciato allo spirito stesso dell’uomo.

            Gesù ce lo ricorderà chiaramente quando ci dirà che: "Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio". E’ solo assecondando questo stimolo che partirai alla ricerca, che scoprirai che da solo non puoi saziare quella fame e che allora avrai l’umiltà di chiedere: "Signore, dacci sempre questo pane!".

            Anche noi, oggi, spesso siamo come quella folla: vorremmo un Dio solutore dei nostri problemi pratici, una specie di Dio - pronto - soccorso da invocare nei momenti di necessità e un Dio che poi, non disturbandoci troppo, si possa comperare con una manciata di buone azioni o con l’osservanza di un certo numero di leggi.

            Gesù invece ci ricorda che la nostra fede non è l’incontro con un’idea, non è una serie di atti religiosi, non è un manifestare volontarismo per compiere tante opere, è incontrare "Colui che Dio ha mandato".

            Noi vogliamo però credere a Gesù. E’ una persona concreta come noi, è il Figlio di Dio che ci salva, è la Via, la Verità, la Vita, è la risurrezione dai morti, è il Pane della vita eterna...

            A volte guardando la mia vita, mi chiedo: "Ma Gesù l’ho incontrato davvero? oppure ho incontrato solo le sue apparenze?". Se l’avessi incontrato davvero dovrei avere meno paure, più speranza, più gioia. La mia vita dovrebbe farlo trasparire maggiormente e le mie "opere" dovrebbero essere la conseguenza di questo incontro sconvolgente.

            Per renderci conto di questo basta farci qualche semplice domanda: “Oggi, nella mia giornata, quali saranno le più gravi preoccupazioni? Nella mia vita per che cosa sto correndo, impegnandomi, lavorando?” 

            Se rispondiamo con onestà a queste domande, noi vediamo che la maggioranza dei nostri sforzi sono per le cose. Spesso il lavoro è soprattutto per avere denaro, perché il denaro serve a vivere e il denaro dà benessere. Altro tempo poi lo spendiamo per apparire, per avere successo e anche per ritagliarci il nostro piccolo spazio di potere e anche negli affetti siamo più preoccupati per l’amore che essi ci possono dare che non per il valore in se stesso dell’amore.

            Quando vogliamo esprimere ad un amico il nostro augurio gli diciamo: “Che tutto ti vada bene”, ed in quello pensiamo al suo benessere fisico e materiale. Ma tutte le cose, almeno materialmente, finiscono. I soldi e le cose che abbiamo messo da parte finiscono e se non finiscono nella nostra vita non sono più nostre dopo la morte; il corpo, anche il più ben curato, ha delle sue date di scadenza  che forse la medicina può allungare un poco ma che poi arrivano inesorabili; anche negli affetti basta un nulla perché siano modificati o finiscano. Qual è dunque il cibo che non perisce?

            Chiediamo questa sera a Maria di poter stare vicini a Gesù suo Figlio come Lei le è stata vicino, lo ha amato, e con lui ha collaborato per la salvezza degli uomini di tutti i tempi.

            Uniamo anche noi alla passione di Gesù il dolore, la fatica, i dispiaceri e tutto quello che rende difficile e pesante la vita terrena.

 

 

 

2. SETTENARIO MAGGIO 2022 - MARTEDI

SANTI FILIPPO E GIACOMO APOSTOLI

 

“SIGNORE, MOSTRACI IL PADRE E CI BASTA”. (Gv. 14,8)

            Filippo che ricordiamo oggi insieme a Giacomo rivolge a Gesù una domanda basilare. Ha capito che la meta dell’uomo è vedere il vero volto di Dio e lo chiede a Gesù.

            Egli esprime il nostro anelito fondamentale già tante volte espresso dalla Bibbia. L’uomo si rende conto che non vi è nulla sulla terra che possa dargli pieno senso. Deve cercare sopra di sé.    Ma Filippo fa anche una brutta figura perché con la sua domanda fa intendere che non ha ancora capito che Gesù è Dio.

            E Gesù gli risponde: “Filippo, guardami: chi vede me vede Dio, chi vede i miei segni vedi i segni di Dio. Tu stenti a riconoscere l’opera di Dio in me perché parti dai tuoi preconcetti su Dio. Tu pensi al Dio potente e non ti basta il Dio fratello, tu pensi al Dio glorioso e non capisci che l’amore vero è donare la propria vita, tu pensi al Dio del tempio e stenti a riconoscerlo nel fratello, tu pensi al Dio che premia e ti è difficile pensare ad un Dio che ama tutti e che predilige i peccatori, guarda a me, alle mie scelte, soprattutto al mio amore e allora scoprirai chi è il Padre di cui io sono la Parola”.

            Non sarà il caso di provare a lasciare da parte un certo ‘catechismo su Dio’ per scoprire anche noi quale sia il vero volto del Dio di Gesù?

            Filippo, si accontenta di poco per confortare la propria fede: chiedendo a Gesù di mostrare loro il volto del Padre, in fondo invoca un bel miracolo, una bella apparizione, magari qualche lampo e tuono come sul Sinai e la fede è confermata: di lì non scappa più nessuno! Anzi al massimo si dovrà dire come i contemporanei di Mosè: "Parlaci tu, perché se vediamo Dio poi moriamo”.

            Gesù invece manifesta un Dio così umile, così familiare, perfino ‘debole’, umano da lasciare interdetti. E Gesù ci manifesta il Padre non soltanto con le sue parole, ma con i suoi gesti, le sue scelte, le sue azioni.

            Quando nel Vangelo vediamo Gesù accordare la sua preferenza ai piccoli, mostrare compassione per i sofferenti, concedere largamente il perdono ai peccatori, ridare la fiducia agli squalificati, frequentare gli esclusi, esercitare la misericordia verso ogni genere di miseria umana, non nascondere la propria simpatia per gli ultimi, tenersi alla larga dai potenti, apparire così umano, pieno di tenerezza, piangere per la morte di un amico, gradire piccoli gesti di delicatezza, noi ‘impariamo’ chi è il Padre, siamo in grado di abbozzare i lineamenti del suo volto e così si possono avverare in noi le parole di Gesù: "Chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi".

            Noi qualche volta, dopo aver ascoltato questa parola rimaniamo perplessi e diciamo: “Io credo in Gesù, credo che sia davvero il Figlio di Dio, ma miracoli non ne faccio!

            Sento anch'io compassione per i lebbrosi, per i malati terminali, vorrei che tanti bambini nel mondo non morissero a causa della fame e delle guerre, ma non solo non riesco a fare i miracoli che Gesù faceva, ma neppure pregando ottengo qualcosa per loro”.             Noi cerchiamo miracoli, vorremmo lo straordinario, ci lamentiamo perché Dio non è a nostra misura... e non ci accorgiamo che invece queste parole di Gesù sono vere: io e te, se ci crediamo davvero siamo figli di Dio; io e te possiamo essere collaboratori di Dio nel mantenere e fare andare avanti la sua Creazione, possiamo trasformare la sofferenza in amore, nel nostro piccolo possiamo trasformare l'odio in perdono, possiamo far nascere un sorriso, possiamo dare un po' di speranza, offrire una lettura della storia diversa dal solito, abbiamo la possibilità, ogni momento, di fare il miracolo più grande, sentirsi amati ed amare.

            Perciò anche a noi, dolcemente, Gesù dice come a Filippo: “Da tanto tempo sono con voi e non vi siete ancora decisi a stracciare l’altra immagine di Dio, la vostra… Quando imparerete a conoscermi, e quindi a ‘vedere’ Dio?”

            Penso a Maria che tante volte ha visto suo Figlio, e avrà detto “Gesù è Dio”! Quale mistero!

            Maria ha sempre creduto. Vedeva il Figlio nella stalla di Betlemme e lo credeva il Creatore del mondo; lo vide nascere, ma lo credette eterno; lo vide povero e bisognoso, ma lo credette Signore dell’universo; osservò che non parlava, ma credette che Egli era la sapienza infinita; lo vide morire, oltraggiato e crocifisso, ma continuò a crederlo Dio eterno vivo e vero.

            Anche a noi con la fede possiamo vedere Dio, come Maria, nelle parole e nelle opere di Gesù.

 

 

 

 

3. SETTENARIO MAGGIO 2022 - MERCOLEDI

 

Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai! (Gv 6,35)

            Ci sono delle cose che noi non dimentichiamo mai nel nostro vivere fisico ma che sono talmente iscritte nel nostro dna da diventare automatiche. Ad esempio non ci dimentichiamo di respirare, se questo succede per una serie di cause fisiche, noi moriamo.

            Lo stimolo della fame e della sete ci ricordano il nostro bisogno di “combustibile” per vivere e per agire. Lo stesso stimolo sessuale è uno dei motivi di base perché la vita continui. Eppure con molta facilità e superficialità noi dimentichiamo di alimentare il nostro spirito.

            Ci lamentiamo che la fede è difficile, ma quanto spendiamo per alimentarla? Vogliamo che la nostra coscienza sia arbitro morale delle scelte della nostra vita, ma quanto alimentiamo la coscienza informandola rettamente?

            Dio, in Gesù, si è fatto parola e pane per noi, ma quanto noi sentiamo il bisogno di accostarci a queste due mense per avere in noi la vita di Figli di Dio?

            Tante volte siamo più preoccupati per le cose che per il senso delle cose, più preoccupati per la salute fisica, che per il senso della vita, preferiamo magari dedicare un'ora del nostro tempo dall’estetista o dal parrucchiere per curare il nostro aspetto esteriore e “non abbiamo tempo” per andare a ricevere il Pane della vita.

            Non stupiamoci poi se la nostra vita diventa spenta, se la nostra fede si inaridisce, se nel momento della prova non troviamo più la forza di Dio in noi.

            Io trovo che non ci sia nulla di più assurdo di quella frase dietro la quale spesso si mascherano alcune persone: “Io sono credente, non praticante”. Posso avere tutte le difficoltà che voglio a seguire la religiosità ufficiale spesso mal rappresentata, ma come posso vivere la vita di Figlio di Dio se non la alimento con i Sacramenti?

            Come posso dire di credere in Gesù Figlio di Dio se poi non utilizzo i segni che il Figlio di Dio mi ha lasciato perché la sua vita possa crescere dentro di me?

            Andare a ricevere i Sacramenti, cercare di ascoltare la Parola di Dio, dedicare tempo alla preghiera non è un qualcosa che serve a Dio: Dio è già grande in se stesso, non ha bisogno delle nostre lodi per esserlo di più!

            La preghiera, i sacramenti, L’Eucarestia sono un dono vitale per noi, trascurarli non è solo offendere chi per amore ce li ha donati, ma è anche soprattutto suicidare la nostra vita spirituale.

            Noi siamo fatti per Dio che lo vogliamo o no. La nostra vera fame, è una fame di Dio, il nostro solo vero nutrimento è quello che viene da Dio. “Perché spendete soldi per quello che non è fame e spendete per ciò che non sfama?” diceva già il profeta Isaia.

            Qual è la mia fame? In che modo cerco di nutrirmi? Penso siano sufficienti alle mie esigenze, le cose, i denari, il cibo, il piacere, la cultura? Cerco davvero Dio? Sento il bisogno di avvicinarmi spesso all’Eucaristia? Tra le mie letture che spazio ha la Parola di Dio?

            Oggi, una malattia che va purtroppo di moda in campo alimentare è l’anoressia, ma penso che di questa malattia in campo spirituale purtroppo siano malati molti cristiani.

         Un Dio che si fa “mangiare” dall’uomo! mi ha sempre meravigliato e stupito un Dio che per amore della sua creatura, traditrice e infida, accetta di lasciare la sua “beatitudine” per farsi uomo, povertà, peccato.

            E noi, qualche volta, ci lamentiamo di Dio che è lontano da noi, piangiamo quando non otteniamo qualche grazia, non apprezziamo il dono della sua Parola, rinunciamo per qualche banalità alla Messa, riduciamo l’Eucarestia ad un rituale ripetitivo. Siamo degli affamati e soffriamo di inappetenza. Abbiamo il Pane della vita e ci lasciamo morire di inedia.

            Ripenso allora alle mie comunioni eucaristiche, spesso distratte e superficiali o ridotte a un rito che si ripete.

            Eppure quando ricevo Gesù io sono come Maria: porto il Signore nel mio cuore, Lui il Dio della vita che vuol nascere in me e attraverso me e con Lui porto tutti i suoi e miei fratelli!

            Maria, fa’ che ricevere Gesù non sia mai per noi solo un rito e suscita in noi, ogni volta, la meraviglia e il ringraziamento per un Dio che per dirmi “Ti voglio bene” si fa “mangiare da me”.

 

 

 

 

4. SETTENARIO MAGGIO 2022 - GIOVEDI

 

“IO SONO IL PANE VIVO, DISCESO DAL CIELO. SE UNO MANGIA DI QUESTO PANE, VIVRÀ IN ETERNO”.

            Il primo libro della Bibbia, la Genesi, afferma che Dio aveva fatto l’uomo per l’immortalità, infatti egli “era in un giardino dove c’era l’albero della vita”. L’ultimo libro della Bibbia, l’Apocalisse, afferma che Dio ridarà questa immortalità.

            Ora, Gesù, in questo brano del Vangelo, ci dice che questa immortalità ci è già ridonata attraverso la fede e l’Eucaristia: “Chi mangia questo pane, vivrà”.

            Non è difficile paragonare la nostra vita ad un cammino, un pellegrinaggio. Anche la nostra esperienza ce lo insegna: si nasce piccoli e con lo sviluppo si diventa adulti; si nasce in un luogo ma non si è perpetuamente legati ad esso.

            Siamo dunque in “viaggio” e non sempre questo cammino è chiaro, senza difficoltà. Gesù si fa pane di vita per essere il “viatico”, pane per il cammino. Non possiamo andare a Dio senza Cristo.

            Ricevere l’Eucarestia è unirsi, assimilarsi a Cristo; è decidere di pensare come ha pensato Lui, mettere i nostri piedi nelle sue orme, agire come ha agito Lui.

            È Lui che ci accoglie, che ci rianima, ci illumina con la sua parola. Ci fortifica. Ci rende il vero senso della nostra vita.

            È il Signore che ci prepara il banchetto del suo Corpo e del suo Sangue e chiede il nostro modesto, umile, quasi insignificante contributo, perché ci vuole partecipi, attivi, corresponsabili.

            In ogni Eucaristia il Signore ci chiede con insistenza se noi lo amiamo, dimenticando i nostri tradimenti, le nostre inadempienze, le nostre infedeltà.

            In ogni Eucaristia il Signore ci coinvolge nella sua missione verso il suo gregge, anche se in maniera diversa gli uni dagli altri e ci ripete il suo invito: “Seguimi”.

            In ogni Eucaristia il Signore ci dona la forza, nonostante le difficoltà e le contraddizioni, di annunciare il suo nome, di proclamare che Lui è il Cristo, il Signore, e di rimanere nella pace anche quando siamo oltraggiati per amore del suo nome, come avveniva per gli apostoli, per i primi cristiani, come avviene ancora oggi per gli autentici testimoni della fede.

            Non basta allora che il Risorto entri in noi, è necessario che noi dimoriamo in lui, cioè che viviamo come lui è vissuto: una vita vera, buona, bella, fedele al Padre e ai fratelli.

            La messa non è una bacchetta magica che ci trasforma da ranocchi in principi. è un dono che agisce se viene accolto e trafficato. Il pane vivo ci porta verso la risurrezione se viviamo da risorti: da uomini saggi, secondo la volontà di Dio.

            Ma la vita eterna oggi ci interessa? La Scrittura chiede: C'è qualcuno che desidera la vita? C'è qualcuno che vuole lunghi giorni felici, per gustarla? (Salmo 33,13). Sì, io voglio per me e per i miei una vita che sia vera e piena. Voglio lunghi giorni e che siano felici. Li voglio per me e per i miei.

            Siamo cercatori di vita, affamati di vita, non rassegnati: allora troveremo risposte. Le troveremo nella vita di Gesù, nella sua carne e nel suo sangue, che includono la sua vita tutta intera, la sua vicenda umana, il suo respiro divino, le sue mani di carpentiere con il profumo del legno, le sue lacrime, le sue passioni, i suoi abbracci, la su casa che si riempie del profumo di amicizia, fino alla carne inchiodata, fino al sangue versato. Fino al dono di sé, di tutto se stesso. 

            Mangiare e bere Cristo significa essere in comunione con il suo segreto vitale: l'amore. Cristo possiede il segreto della vita che non muore. E vuole trasmetterlo.

            «Chi mangia la mia carne dimora in me e io in lui». È molto bello questo dimorare insieme. Gli uomini quando amano dicono: vieni a vivere nella mia casa, la mia casa è la tua casa. Dio lo dice a noi. E noi lo diciamo a Dio perché il nostro cuore è a casa solo accanto al suo.

            Al momento della professione il monaco armeno antico, invece che con i tre classici voti, si consacrava a Dio con queste parole: voglio essere uno con Te! Una sola cosa con te. Che è il fine della vita. «Uno con te»! E lascio che il mio cuore assorba te, lascio che tu assorba il mio cuore, e che di due diventiamo finalmente una cosa sola. Il fine della storia: Dio si è fatto uomo per questo, perché l'uomo si faccia come Dio. Gesù Cristo entra in noi per produrre un cambiamento profondo: un pezzo di Dio in me perché io diventi un pezzo di Dio nel mondo.

   

 

 

5. SETTENARIO MAGGIO 2022 - VENERDI

 

"SE NON MANGIATE LA CARNE DEL FIGLIO DELL’UOMO E NON BEVETE IL SUO SANGUE NON AVRETE IN VOI LA VITA". (Gv. 6,53)

            Quello che Gesù fa è un discorso scandaloso per gli Ebrei che lo ascoltano.

            Anche noi ci facciamo la stessa domanda dei Giudei: "Come può costui darci la sua carne da mangiare?".

            Mangiare la carne di un altro è scandalo, è in quasi tutte le culture una della cose più abominevoli, ancor di più lo è il sangue. Gesù, che certamente non vuole farci diventare cannibali, mette in relazione queste sue parole con la donazione totale che farà di se stesso sulla croce. L’Eucaristia è dunque il reale memoriale della Passione e Morte di Gesù.

            Chi fa l’Eucaristia, mangiando il suo Corpo, entra in comunione con questo mistero, ne partecipa, è chiamato a viverlo.     Certe forme di facile spiritualismo hanno fatto sì che troppe volte abbiamo ridotto la Comunione a un momento intimistico: ci esaminiamo se non abbiamo fatto qualche peccato grave, diciamo una bella serie di preghiere, andiamo a ricevere l’Eucaristia, ci coccoliamo "il nostro Gesù’! Tutto questo, pur essendo valido, è riduttivo.

            Se celebro e ricevo l’Eucaristia annuncio e proclamo il Signore risorto, mi unisco e accetto la sua Passione e Morte, attendo con gioia e fermezza il suo ritorno che preparo con la mia vita resa conforme a Colui che ho ricevuto.

            Colui che ci ha amato fino a dare la sua vita per noi, dà se stesso nel suo Corpo. Scopriamo allora che il termine "Comunione" si allarga a dismisura. Non è "l’andare a prender l’ostia" o "l’andare a prender Messa". E’ essere consci del dono, è entrare in sintonia con il Signore che ci parla, è diventare talmente "parenti" con Gesù da essere una cosa sola con Lui, è comunicare e partecipare alla sua vita, alla sua misericordia, alla sua solidarietà con tutti gli uomini.

            Qualche volta, un po’ stupidamente, noi ci chiediamo quali siano le preghiere che dobbiamo dire dopo aver fatto la comunione. Se fossimo coscienti di ciò che ci fa la Comunione Eucaristica, in fondo non ci fideremo tanto delle parole da dire, ma dovrebbe esserci nel cuore l’ammirazione, la lode, il ringraziamento, la gioia.          Chi dovrebbe essere allora il devoto dell’Eucaristia? Il devoto dell’Eucaristia è un patito di fraternità, condivisione, unità. Un operatore di pace, un appassionato per la giustizia. E’ uno capace di perdono, solidarietà, rispetto, tolleranza, accettazione della diversità. E’ un geloso custode della dignità e della sacralità del fratello. Lo si riconosce non tanto dalle mani giunte ma dalle maniche rimboccate e dal cuore non rattrappito, ma dilatato, reso sensibile, vulnerabile.

            Il devoto dell’Eucaristia non si segnala per i sospiri, le lamentazioni o le invocazioni, ma per l’impegno concreto a favore della comunione fra tutti gli uomini. Se c’è un profumo caratteristico dell’Eucarestia, non è certamente quello dell’incenso, ma quello penetrante dell’umanità. Guai se l’Eucarestia perde il suo inconfondibile sapore di pane.

             Sono diverse le promesse che Gesù fa a coloro che si cibano di Lui.

            Prima promessa: la vita eterna e la risurrezione nell’ultimo giorno, ma attenzione non basta aver ricevuto l’Eucaristia per essere automaticamente sicuri della salvezza, bisogna aver lasciato che Gesù realizzare la piena comunione con Lui nella nostra vita perché infatti Gesù dice: “Chi mangia di me vivrà per me”.

Dunque, quando ad esempio si parla della pia pratica dei nove venerdì del mese e della promessa di salvezza ad essa legata, questa non si realizza soltanto se ho adempiuto formalmente a tutti gli impegni connessi, ma se questa Comunione mi fa vivere per Lui.

            Seconda promessa: la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Credo questo sia un chiaro richiamo a coloro che spiritualizzano tutto e troppo facilmente. Quel pane che mangiamo è veramente il corpo del crocifisso risorto ed ha gli effetti di quel corpo trasfigurato: conferma nella fede, perdona veramente i peccati, manda e da incarichi: fare la comunione non è solo un fatto devozionale o un personale crogiolarsi con Gesù, è una forza vera, ma per andare ed essere la trasfigurazione del crocifisso risorto nel mondo.

            Maria, Madonna dell'Eucaristia, rendici fervorosi nella fede e portaci ad amare, adorare, contemplare, e vivere l’Amore del Cuore del tuo Figlio Gesù, nella S. Messa e nell’Adorazione Eucaristica.