DOMENICA 9 MAGGIO 2021

366° ANNIVERSARIO DEL MIRACOLO

 
 
DA LUNEDI  3   A SABATO  8 MAGGIO:
 
SANTE MESSE:   ORE 7,30  E  ORE 17,00  
(precedute dal Santo Rosario)
 

VENERDI 7 MAGGIO ORE 16:

ADORAZIONE EUCARISTICA E SANTO ROSARIO MEDITATO

 
 
 
SABATO 8 MAGGIO ORE 20,30<<:
 
SANTO ROSARIO MEDITATO
 
 
 

DOMENICA 9 MAGGIO:

SANTE MESSE:  ORE 7,30;  9,00;  10,30 (CONCELEBRATA);  17,00

 
PREGHIERA DEI VESPRI E SANTO ROSARIO ORE 15,00
 
 
 
 
 

 OGNI GIORNO: RIFLESSIONE SULLA PAROLA DI DIO QUI SOTTO.

 
 
 
 
 
 

 

 

Settenario maggio 2021 – 1 lunedi

santi filippo e giacomo apostoli

 

" IO SONO LA VIA, LA VERITÀ, LA VITA ".

            Immaginiamo di assistere su un marciapiede di una stazione ferroviaria a questa conversazione fra due amici: "Guarda chi si vede! Ciao. Anche tu prendi il treno? Dove sei diretto?"

"Non lo so". Avremo dei buoni motivi per dubitare del buon senso di questo interlocutore!

            Che lo vogliamo o no, siamo tutti in viaggio: il gran viaggio della vita. Dove ci porta il nostro "treno"? Ci sono solo due stazioni terminali: il cielo o il nulla che noi spesso chiamiamo l'inferno. Il viaggio può essere più o meno lungo, più o meno facile, ma una sola vera domanda conta: su quale "treno" ci troviamo?

            Non è la nostra opinione o i nostri sentimenti che hanno valore, né d'altronde il parere di quelli che sono impegnati come noi in questo viaggio. Uno solo può rischiararci sul destino dell'uomo, creatura di Dio.

            Egli ci ha parlato in un libro: consultiamo dunque il Vangelo come il viaggiatore consulta il tabellone esplicativo affisso in stazione e impareremo verso quale destinazione stiamo camminando.

            Se andiamo nella direzione sbagliata, cioè lontano da Dio, possiamo ancora cambiare treno. Non esitiamo. Fermiamoci, facciamo dietro-front, volgiamoci verso Dio, crediamo al sacrificio di Gesù morto per espiare i nostri peccati. Eccoci così sul terreno giusto. Forse diremo: ho bisogno di un biglietto. È vero. Ma è gratuito! Cristo ha pagato per noi.

Infatti ci ricorda lui oggi: “QUESTA E’ LA VOLONTA’ DI COLUI CHE MI HA MANDATO, CHE IO NON PERDA NULLA DI QUANTO EGLI MI HA DATO, MA LO RISUSCITI NELL’ULTIMO GIORNO”. (Gv. 6,39)

            Se meditassimo a fondo questa affermazione di Gesù decadrebbe in maniera definitiva la maschera con la quale abbiamo camuffato Dio rendendolo un padrone terribile, sempre alla cerca del peccato per punirlo, ideatore di inferni sadici, contrario ad ogni felicità dell’uomo, propinatore di sofferenze per metterci alla prova.           Gesù è venuto per fare la volontà di Dio, ora se Dio fosse come lo abbiamo mascherato noi, Gesù dovrebbe essere uno che va alla caccia dei peccatori per stanarli e punirli, invece Gesù va alla ricerca di loro per salvarli, dovrebbe metterci sulla schiena norme e leggi pesanti da piegarci e invece ci parla di amore che raccoglie tutte le leggi, dovrebbe metterci addosso una paura sconfinata di Dio e delle sue punizioni e invece lo chiama Padre, dovrebbe dipingere di nero la nostra natura e invece gioisce per i fiori del campo e non disdegna di partecipare ai banchetti e di cambiare acqua in vino di festa.

            Dunque, il Padre di Gesù, il nostro Dio, desidera che noi siamo felici, salvati, e per questo, come il padre della parabola, non ci rinfaccia neppure le nostre colpe ma ci ridona la dignità di figli, non chiede la nostra sofferenza ma soffre Lui per e con noi.

            E anche questa sera mi viene spontaneo riferirmi a Maria.

            Noi che pur la chiamiamo Immacolata cioè senza peccato la invochiamo anche come “Rifugio dei peccatori”: Maria la “tutta pulita” non disdegna di sporcarsi le mani con coloro che “puliti non sono” e come Suo Figlio intercede per tutti i suoi figli lontani.        Quando ci riscopriamo peccatori perché allora chiudersi in se stessi, disperare della misericordia di Dio?

            Non è forse meglio correre ad abbracciare nostra madre, che con amore ci prende in braccio e ci porta da Gesù per fare insieme la gioia del Padre?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SETTENARIO MAGGIO 2021 – 2 - MARTEDI

Vangelo Gv. 14,27-31a

 

“VI LASCIO LA PACE, VI DO' LA MIA PACE, NON COME LA DA’ IL MONDO, IO LA DO’ A VOI”. (Gv.14,27)

 

            Ogni popolo, ogni persona avverte un profondo desiderio alla pace, alla concordia, all’unità. Eppure, nonostante gli sforzi e la buona volontà, dopo millenni di storia ci ritroviamo incapaci di pace stabile e duratura.

            Cosa ha fatto Gesù per donarci la "sua" pace? Ha pagato di persona. Proprio mentre ci prometteva pace, veniva tradito da uno dei suoi amici, consegnato nelle mani dei nemici, condannato ad una morte crudele e infamante.  

            Si è messo in mezzo ai contendenti, si è fatto carico degli odi e delle separazioni, ha abbattuto i muri che separavano i popoli. Morendo sulla croce, dopo aver sperimentato per amore nostro l’abbandono del Padre, ha riunito gli uomini a Dio e tra di loro, portando sulla terra la fraternità universale.

            Sì, ognuno mi è fratello e sorella. La pace inizia proprio qui, dal rapporto che so instaurare con ogni mio prossimo.

            Maria, madre e maestra, ci indica la via della pace, quella che ogni cuore desidera, ma non sempre è capace di vivere perché troppo egoista.

        Maria è la donna della Pace perché ha vissuto sempre nella costante ricerca della volontà di Dio; non pensando a se stessa per realizzarsi nella vita, ma aperta al servizio del prossimo.

        Maria è la donna della Pace perché ha vinto l’egoismo con l’umiltà; ha rinunciato al proprio interesse per fare spazio all’amore di Dio; ha accettato ogni cosa, anche il dolore, non con rassegnazione, ma con fede consapevole che tutto è occasione di vita e di amore se si sa trasformare il dolore in speranza, l’apparente sconfitta in nuova occasione di vita.

        Maria è la donna della Pace, perché donna di fede! Nel suo “sia fatto secondo la tua volontà” è racchiuso tutto il potere di Maria, donna di pace: ha accolto l’Amore e lo ha donato a tutti, in umiltà e servizio; in disponibilità e accoglienza; in attenzione e premura.

        Maria è la donna di pace, non perché privilegiata e a conoscenza di tutto, ma perché ha vissuto nella certezza dell’Amore di Dio, che non delude e non tradisce. Ha vissuto nella “Speranza”, che non è rassegnazione o desiderio vano, ma certezza e consapevolezza che il Bene è superiore al Male, sempre!

       Maria è la donna della pace perché ha camminato nella fede, compiendo ogni cosa e cercando di dare a Dio quello che gli appartiene, nella consapevolezza delle proprie responsabilità .

      «Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2, 19). Maria ci insegna che la vera pace nasce nel cuore di chi riconosce e rispetta il mistero della vita, come dono e occasione di bene per sé e per gli altri.

            Maria ci insegna che solo un cuore attento a non perdere neanche un istante della vita, purché sia occasione di amore, può essere capace di vivere e cogliere pienamente il senso dell’esistenza.

       La preghiera, l’ascolto meditativo della Parola, la vita di Grazia mediante i sacramenti e l’incontro con i fratelli nella comunità di fede sono i luoghi in cui crescere nella fede e imparare a vivere nella vera pace.

       Maria è la donna della Pace, per la fede in Dio, perché segno tangibile del suo amore, della Salvezza donata a noi da Gesù, morto e risorto.

       Maria, donna di Pace, ci insegna a vivere nella virtù della Speranza, nella certezza di essere destinati alla Gloria ed eredi del Paradiso per la fede vissuta.

     Mettiamoci alla scuola di Maria, donna di Pace, perché ci sostenga per non vacillare nella fede e perdere la speranza.

       Chiediamo al Signore di donarci la sua Pace, per intercessione della Vergine Madre, perché risplenda la sua Luce nei nostri cuori, sia carica di speranza la nostra quotidianità e sappiamo affrontare ogni cosa con sapienza ed amore, testimoniando in semplicità e coerenza il nostro appartenere a Gesù Cristo, nostro Signore.

 

 

 

 

 

 

 

SETTENARIO MAGGIO 2021 – 3 - MERCOLEDI

Vangelo Gv 15, 1-8

 

“IO SONO LA VITE E VOI I TRALCI. CHI RIMANE IN ME E IO IN LUI FA MOLTO FRUTTO, PERCHE’ SENZA DI ME NON POTETE FAR NULLA”. (Gv. 15,5)

 

            Il verbo "rimanere" nel Vangelo di Giovanni è uno di quelli che caratterizzano la risposta dell’uomo all’iniziativa di Dio.

            "Stare", "Rimanere", "Dimorare" indicano qualcosa di più di un legame superficiale, provvisorio. E’ andar oltre alla semplice vicinanza, per esprimere una realtà profonda, uno scambio vitale, un rapporto duraturo.

            Si tratta di "dimorare" nella sua parola. Non basta che la parola risuoni dall’esterno. Occorre che penetri, venga assimilata fino a diventare la regola ispiratrice della propria condotta.

            Si tratta di "dimorare in Gesù", cioè di spostare il centro di interesse da noi stessi a Lui. Gesù è il terreno dove porre le nostre radici perché "senza di Lui non possiamo far nulla".

            A questo punto Gesù parla di frutti che il cristiano deve produrre. Ma non si tratta, genericamente, di produttività. Il problema principale non è quello di aumentare la quantità, cercare con i più moderni mezzi di "incrementare gli utili".

            Questa vigna, poi, non assicura guadagni e vantaggi a coloro che ne fanno parte. I frutti sono principalmente per gli altri. E’ una vigna "per pubblica utilità". Qualsiasi "passante" ha diritto di esigere i frutti.

            E i frutti coincidono sempre con l’amore. E nessuno è libero di produrre frutti adottando metodi e mezzi che più gli aggradino. E’ il Signore stesso che stabilisce rigorosamente le condizioni della fecondità. Due essenzialmente: rimanere in Lui e accettare la potatura.

            E se è difficile accettare il ragionamento della potatura specialmente di chi già opera il bene, spesso nella nostra vita spirituale c'è un altro grande rischio: quello di tagliarci le gambe da soli.

            Vogliamo bene a Gesù, siamo cristiani! ma ad un certo punto: "Al mattino non riesco più a pregare: c'è fretta... l'ufficio, il mercato...", "Ho cominciato a saltare messa una domenica perché mi è arrivata gente... adesso sono due mesi che non vado più in chiesa: ogni domenica ce n'è una... (di scusa?!)", "Andavo a trovare quella persona paralizzata in casa, ma poi sono arrivate le feste con tutto il loro da fare, mi sono limitato a telefonarle, poi qualche giorno me ne sono dimentica...., ora non mi oso più...".

            Con queste o altre cose simili, noi tagliamo i nostri rapporti con il Signore. I sacramenti della sua presenza diventano sempre più lontani, non troviamo più la voglia di pregare... rinsecchiamo.

            Se accumuliamo ostacoli nelle nostre vene c'è pericolo che presto la linfa vitale di Cristo non ci possa più raggiungere e allora a cosa serve un ramo secco.

            Gesù ci invita a “portare frutto”. Portare frutto non è un lusso del tralcio. E’ la sua ragion d’essere. Il frutto non è l’ornamento della vigna. Ne costituisce il “dovere” più elementare. Per portare frutto bisogna però “rimanere in Lui”.

            Questo strettissimo legame fra la vite e i tralci, tra noi e Cristo, ci obbliga a porci delle domande assai importanti e decisive. Quanta linfa di Cristo circola in me? Quanto le mie parole e le mie azioni sono azioni e parole di Cristo? Sono un tralcio attaccato alla vite, oppure sono stato tagliato a causa del peccato che è dentro di me?

            Sono interrogativi presenti nella nostra coscienza. Non possiamo eluderli. Sarebbe come mettere la testa sotto la sabbia per non vedere. Sarebbe un’imperdonabile sceneggiata.        Verifichiamo il nostro stato di peso, di salute, di lavoro. Ma quando mai ci viene in mente di verificare se siamo “uniti” a Gesù Cristo?

             Ciascuno di noi è un tralcio dell’unica vite; e tutti insieme siamo chiamati a portare i frutti di questa comune appartenenza a Cristo e alla Chiesa.

            Affidiamoci all’intercessione della Vergine Maria, affinché possiamo essere tralci vivi nella Chiesa e testimoniare in modo coerente la nostra fede - coerenza proprio di vita e di pensiero, di vita e di fede -, consapevoli che tutti, a seconda delle nostre vocazioni particolari, partecipiamo all’unica missione salvifica di Cristo.

 

 

SETTENARIO MAGGIO 2021 – 4 – GIOVEDI’

Vangelo Gv 15, 9-17

 

 “QUESTO VI HO DETTO PERCHE’ LA MIA GIOIA SIA IN VOI E LA VOSTRA GIOIA SIA PIENA”.(Gv. 15,11)

 

            Nelle Litanie invochiamo Maria, Fonte della nostra gioia; ma di quale gioia si tratta? Papa Francesco nell’esortazione apostolica Gaudete et exultate inserisce la gioia tra le caratteristiche della santità nel mondo di oggi. Per gioia non si intende il piacere occasionale e individualistico di un momento.

            La gioia cristiana è la serena letizia di chi sa di essere amato personalmente da un Dio che ama con passione tutta la creazione e in particolare ognuno di noi.

            È la speranza che non si spegne nelle prove, ma è più forte di esse, fondandosi sull'amore del Padre che ci ha donato totalmente suo Figlio.

            È la fede in un amore infinito che, di fronte all’infedeltà dell’uomo, non rinuncia a riscattare la vita dalla morte.

            È una gioia che si vive in comunione, che si condivide e si partecipa nella certezza che “Dio ama chi dona con gioia.

            Di questa gioia Maria ha fatto esperienza più di ogni altra creatura. Inizialmente turbata all’annuncio dell’angelo, ha scelto di abbandonarsi con totale fiducia nelle mani di Dio. Sentendosi chiamare beata da Elisabetta per aver creduto nell’adempimento delle parole del Signore, ha cantato nel Magnificat la gioia che nasce dall’aver scoperto la novità portata da Gesù: “e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore (Lc 1,47)”.

            Con la letizia nel cuore ha dato alla luce il Figlio e lo ha subito presentato, ovvero restituito, al Padre nel tempio.

            Ha confidato sempre in Dio accogliendo anche la spada nel cuore della profezia di Simeone, camminando da umile discepola dietro al Figlio, stando sotto la croce. Nel momento in cui le tenebre sembravano aver vinto sulla luce, Maria è rimasta nella speranza, sicura che la gioia sepolta non poteva morire. E Gesù, che è la gioia vera, è risorto.

            La Vergine madre è stata la serva umile che ha permesso a Dio di realizzare il suo disegno, e non ha tenuto nulla per sé ma ha riconosciuto la gioia di entrare in comunione con Dio per donare a noi colui che ci ha amato fino alla fine. Il “Sì” di Maria è la fonte, il modello di risposta alla proposta di gioia che lo Spirito Santo fa a ognuno noi.

            Se permettiamo al Signore di farci uscire dal nostro guscio e di cambiarci la vita, potremo, come Maria, vivere e condividere questa gioia secondo l’invito di San Paolo ad essere sempre lieti nel Signore.

            Sarà capitato anche a voi (e senza andare troppo lontano) di entrare in una Chiesa, di vedere un prete dir messa, o meglio bofonchiare certe parole e fare gesti più o meno imbastiti, vedere cristiani che arrivano ad ogni momento e iniziano a infilare giaculatorie ed ave marie di corsa una dietro l'altra, per fare in fretta, ciascuno per conto suo: volti chiusi, vestiti neri... Forse Cristo si è sbagliato? Forse doveva dire: "Chi crede in me avrà tristezza assicurata"?

            Non dico che il cristiano debba aver la maschera o debba mettersi degli stecchini agli angoli della bocca per mostrare un falso sorriso ad ogni occasione. Il cristiano soffre come gli altri, piange come gli altri per le prove e i dolori della vita, ma il cristiano ha dentro di sé Cristo, e anche quando è nella prova è testimone di un amore che viene dall'alto e che non finisce mai.

            Se analizziamo i momenti di gioia della nostra vita scopriamo che hanno tutti un qualcosa in comune. La gioia nasce dalla consapevolezza di essere amati e di poter amare.

            Se so di essere amato, stimato, provo gioia e forza e sono contento se vedo questa gioia allargarsi attorno a me.

            Se divento cosciente dell’amore che Dio ha per me, della sua stima, del suo perdono, della fiducia che ripone in me, non posso non aver gioia: Dio, il Creatore, il Sapiente, l’Unico, mi ama di un amore totale e personale, e me lo ha dimostrato e dimostra attraverso suo Figlio Gesù.

            Posso ancora essere pessimista, triste, posso ancora sentirmi solo? E se io sono amato così, posso tenermelo per me solo o non devo sprizzare gioia da tutti i pori?

            Il mondo ha bisogno della mia gioia. Nel mondo c’è il grande contagio del possedere, della tristezza, io ho l’antidoto della gioia e ce l’ho in abbondanza; perché non regalarlo? Se farò così scoprirò un’altra meraviglia: donare gioia non ci impoverisce anzi, la moltiplica in noi.

 

 

 

SETTENARIO MAGGIO 2021 – 5 – VENERDI’

 

Vangelo Gv 15, 12-17

“QUESTO E’ IL MIO COMANDAMENTO: CHE VI AMIATE GLI UNI GLI ALTRI”. (Gv.15,12)

            Ancora una volta sentiamo che Gesù ci dice di amarci a vicenda.  Non ci dice di pregare di più. Non di andare a messa anche nei giorni feriali. Non di accendere candele. Non di pellegrinare per santuari. Niente di tutto questo, ma: “Amatevi gli uni gli altri”.

            La nostra reazione a queste parole? “Ma è scontato!”. È davvero così scontato che la gente che prega, che va a messa, che va sempre con la corona in mano... si ama?

            Una volta dei cristiani dicevano: “Guardate come si amano!”. Dicono così anche di noi, oggi? Oggi ci definiscono: “Quelli che vanno a messa”. Se prendiamo sul serio il comandamento di Gesù, questo non è un bel modo di lasciarci identificare. Meditiamo!

            Ma cosa intende Gesù con “Amatevi”? Via ogni interpretazione sentimentale e pia. Per Gesù, amare significa dare la vita per i propri amici. Che sono tutti, anche coloro che non conosciamo, che non ci sono simpatici. Anche coloro che ci crocifiggono.

            L’amore che Gesù ci chiede è quello del samaritano. Che vede, ha compassione, si fa vicino. Che interviene subito in prima persona. Questo ci comanda Gesù. Con tutti. Ogni giorno. Dovunque.

            Ma allora la preghiera, la messa, i pellegrinaggi, le chiese, le parrocchie... non servono a niente? Servono se sono un mezzo per ottenere da Dio l’aiuto ad amarci tra di noi come Gesù ci chiede.            Allora la gioia di Gesù sarà in noi, e la nostra gioia sarà piena. E la nostra fede sarà vera.

            Maria vuole insegnarci questo cammino, lei è profondamente unita a Dio, che ama immensamente, ed è riamata da lui con un amore tutto particolare. Questo suo profondo rapporto con Dio è fonte del suo amore verso il prossimo. L’intera sua vita è una testimonianza preziosissima di ciò. Lo attestano significativi episodi menzionati nelle Scritture.

            Un esempio è la sua visita alla cugina Elisabetta in attesa del figlio Giovanni (cf. Lc 1, 39-56). Dall’agire di Maria in questa occasione traspaiono le caratteristiche dell’amore cristiano: per amore ella mette a disposizione il suo tempo e le sue forze, con umiltà e con gioia, in una donazione senza limiti.

            Nella descrizione dell’episodio, infatti, l’evangelista Luca sottolinea il recarsi di Maria “in fretta”, correndo sui monti per una strada lunga e sconosciuta, noncurante dei pericoli e dei disagi.             Ella va per servire la cugina che ha bisogno di lei. E non esita a comunicarle la sua straordinaria esperienza con il canto del Magnificat. Dopo aver lodato Dio per le “grandi cose” compiute in lei, Ella prosegue il suo inno esprimendo la piena realizzazione del progetto d’amore di Dio sull’umanità: “ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi” (Lc 1, 50-53).

            In questo meraviglioso canto, Maria volge il suo sguardo a tutte le generazioni. E di fronte alle miserie del mondo, esprime, esultando, la sua fede in Dio che opera nella storia, che si prende cura dei poveri e degli oppressi.

            E crede e spera nel Suo piano d’amore che conduce gli uomini a vivere come fratelli, nella solidarietà e nella condivisione. L’incontro con Elisabetta è occasione per lei di testimoniare, anche con la parola, la sua profonda confidenza in Dio. 

            In questo episodio Maria si fa immagine dell’amore fraterno per coloro che, per tradurre in pratica la scelta di Dio, si impegnano ad amare ogni prossimo condividendo con lui gioie e dolori.       Nell’incontro con il fratello amato essi scoprono che l’amore è luce che fa cogliere il senso di ogni avvenimento passato ed è luce che illumina il futuro.

            Chiediamo a Maria di insegnarci l’amore e ad amare.

Maria, Madre dell'Amore, amaci intensamente. 

Ora più che mai ne abbiamo bisogno. 

La terra, che tu stessa hai conosciuto, è piena di angosciosi problemi. 

Proteggi coloro che, turbati dalle difficoltà o avviliti dalla sofferenza, 

sono presi da sfiducia e da disperazione. A coloro cui tutto va male, dona conforto; suscita in loro la nostalgia di Dio e la fede nel suo infinito potere di soccorso. 

Ama coloro che non sanno farsi amare e che la gente non ama più. Consola coloro a cui la morte o l'incomprensione ha strappato gli ultimi amici e si sentono terribilmente soli. 

Ama, finalmente, coloro che non ci amano più. Maria, Madre dell'Amore, madre di tutti noi, donaci speranza, pace, amore. Amen.


 

OMELIA 6 PASQUA 2021 – vespertina sabato

Hai gioia nella tua vita?

A volte faccio questa domanda alle persone che incontro soprattutto nella confessione, in maggioranza giovani e ragazzi. Quante volte vedo il volto dei miei interlocutori cambiare: a volte indurirsi; a volte rabbuiarsi; rarissime volte sorridere…

“Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore... Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”.

Gesù, parlando ai suoi discepoli, fa capire con molta chiarezza che l’amore può donarci una gioia piena.

È una parola…, l’amore è un termine molto usato nel nostro quotidiano, a volte però anche a sproposito o addirittura abusato, tutti ne parlano, ma come?

Una cosa è certa però, tutti ricercano amore.

È vero, l’amore è fondamentale per ogni essere vivente, a prescindere dalla nazionalità; a prescindere dal dio in cui si crede; a prescindere dallo stato sociale; a prescindere se si sia carcerati o liberi… a prescindere da tutto.

È questa l’esperienza che facciamo quotidianamente parlando con la gente, facendoci compagni di viaggio nelle loro difficoltà, nelle loro amarezze…

Da questi incontri possiamo trarre questa convinzione: “L’uomo ha un bisogno primario di essere amato”.

A pensarci è la cosa più bella che abbiamo nel cuore, da questa possono nascere tante situazioni stupende; ma a pensarci è la cosa più complicata che abbiamo nel cuore, da questa possono nascere tante sofferenze.          

Magari, a qualcuno di voi, ascoltando queste mie parole, viene in mente una delusione, un’amarezza profonda che ha appena ricevuto… Come fanno male, come fanno soffrire, quanto è penoso riprendere il cammino dopo aver subito delle umiliazioni, come ti viene voglia di chiuderti in te stesso per sempre.

“Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici.”

Cosa? Dare la vita…? Ma conviene?

Quasi quasi ci verrebbe voglia di dire: “Caro Gesù, hai già dimenticato un certo Giuda Iscariota, o un certo Simon Pietro in un cortile davanti ad una serva curiosa che i fatti suoi proprio non riusciva a farseli?

Caro Gesù, hai già dimenticato che sotto la croce tutta quella gente che avevi guarito e liberato da ogni male era sparita…? Per non parlare poi, dei “pii” farisei e “dell’innocente e lavato” Pilato? Figlio di Dio, proprio tu mi chiedi di “…dare la vita per i gli amici”?

Cari fratelli, noi parliamo di un amore che purtroppo è limitato, un amore che è fortemente legato al ricevere, al prendere, all’arraffare.

Cristo ci insegna l’unico amore, l’amore che nasce dalla donazione, che nasce non dal proprio vantaggio ma dal bene di chi si ama. Amare nella dimensione della Croce.

Un amore irresistibile, totale, pieno come quello della Croce di Cristo non esiste.

L’amore umano, anche quello più bello, ha dei limiti. Questi limiti sono spesso legati alla paura, ai momenti della nostra vita, al proprio egoismo… Ma l’amore invade ogni angolo della nostra mente. Quando ami ogni pensiero porta il nome della persona amata…

            L’amore di Cristo vince tutte le paure, tutti gli egoismi, tutti gli interessi umani, tutti i rancori, tutte le divisioni... L’amore di Cristo riesce a perdonare tutto, non esiste un limite di sopportazione. Esiste l’Amore che nasce dalla Croce di Cristo. Ed è un amore rivolto a tutta l’umanità, è un amore che salva il credente e l’ateo, il mussulmano e il buddista, l’avanzo di galera e l’incensurato, l’assassino e la vittima.

In nome di questo amore puoi vedere dei miracoli stupendi. Ho visto degli uomini perdonarsi, vincere il male ricevuto perdonando di cuore. Amare significa accogliere.

E se magari qualcuno ci chiedesse perché accogliere…, la risposta più esauriente sarebbe: “Perché Gesù fa così”

Tu non lo hai mai sperimentato in vita tua questo amore?

Se alla domanda iniziale: “Hai gioia nella tua vita?” devi purtroppo rispondere: No, non sono mai stato felice!

E allora: povero te.   

La Vergine Maria del Pianto ci aiuti, con la sua materna intercessione, ad accogliere dal suo Figlio Gesù il dono del suo comandamento, e dallo Spirito Santo la forza di praticarlo nella vita di ogni giorno.

 

OMELIA 6 PASQUA 2021 - 1

 

Tutta la Parola di Dio oggi parla di amore.

Ma l'amore è un concetto astratto, una parola un po’ abusata di questi tempi; l’amore normalmente viene usato nel riferimento alla relazione di coppia, al desiderio, all’attrazione, sentiamo spesso usare questa parola anche dalla telenovela di turno che permette di sognare amori impossibili e favole moderne.

La realtà a volte è meno poetica: si fatica ad amare, ci sono coppie in difficoltà, persone che rinunciano ad amare, rapporti tra genitori e figli appesantiti da egoismi, persone che, pur desiderando amare, si ritrovano sole; ogni giorno leggiamo sui giornali di amori finiti nella violenza e nella follia.

Mai come in questo tempo l'uomo manifesta in mille modi il desiderio di essere amato, eppure mai, come in questo tempo, questo desiderio è svalutato, frenato, tagliato.

L’amore si vende, si esalta, si smercia, si ingigantisce, ma il sentimento, che nel nostro cuore viene trattato come un'emozione da gestire, rischia di lasciare l'amaro in bocca.

Quante coppie sperimentano il fallimento del loro rapporto, scontrandosi con le concrete esigenze del quotidiano!

In un tempo di insicurezze e di crollo degli ideali, ci si rifugia in un sogno di tenerezza che viene talmente caricato di attese da diventare irrealizzabile…

Sentiamo che siamo fatti per qualcosa di straordinariamente grande e bello (l'amore, appunto), eppure questo desiderio non riusciamo a realizzarlo in pienezza.

Dio ha qualcosa da dire su tutto questo?

Egli è l'unico a poterne parlare con verità, visto che l'ha inventato.

Perché allora rivolgerci ai venditori di sogni invece che accostarci alla sorgente dell’amore?

Dio, oggi, il nostro Dio, ci racconta che è vero, l'amore è l’esperienza più importante della vita dell’uomo.

Nasciamo e viviamo per imparare ad amare, il nostro essere profondo può essere colmato solo dall’amore.

Dimorare nel cuore di qualcuno, essere apprezzato e stimato per quello che si è, non per quello che si appare o si costruisce, essere prezioso nella mente di qualcuno, essere avvolto da una tenerezza che fa dimenticare il dolore, questo e solo questo è il pieno destino dell'uomo.

Viviamo la nostra vita elemosinando amore, viviamo la nostra vita nella segreta speranza di vedere il nostro cuore colmato di gioia.

Ma Dio la pensa allo stesso modo, Gesù è venuto perché (lo dice lui!) la nostra gioia sia piena (non a pezzettini) e per farlo dona la sua vita (e scusate se è poco).

Ma c’è un unico problema: deve trovarci per poterci amare!

Spesso il circuito d’amore viene interrotto dalle nostre lentezze e chiusure, dalla nostra fatica e dal nostro peccato.

Se capissimo che Dio ci chiede soltanto di lasciarci amare, di lasciarci raggiungere dalla sua misericordia! Ed è ovvio che l'amore cambia, mi cambia.

Già lo fa l'amore di una persona, figuriamoci l'amore di Dio!  Un amore senza condizioni, gratis.

Dio non ci ama perché siamo buoni ma – amandoci – ci rende capaci di amare.

Giovanni nella sua prima lettera ci chiama ad essere testimoni dell'amore.  Con i fatti.

Amare l'altro (chiunque esso sia) significa mettere lui al centro della mia attenzione, significa lasciare che la sua vita, i suoi interessi, il suo modo di essere sia accolto e valorizzato.

Essere cristiani significa guardare l'altro (chiunque esso sia) negli occhi e dirgli: "Ti voglio bene". Magari non sono d'accordo su come la pensi, su cosa fai, ma ti voglio bene, desidero il tuo bene, ti aiuto a raggiungere il bene.

E il sentirsi amati, credetemi, sposta il mondo.

O le nostre comunità, nella coscienza dei propri limiti, si lasciano abbracciare dall'amore di Dio per diventare testimoni credibili di questo amore, o la nostra fede diventa inutile osservanza rendendoci soltanto dei veri ipocriti.

Qualcuno ha detto: se il tuo cuore non brucerà d'amore, il mondo morirà di freddo.

La Vergine Maria del Pianto ci aiuti, con la sua materna intercessione, ad accogliere dal suo Figlio Gesù il dono del suo comandamento, e dallo Spirito Santo la forza di praticarlo nella vita di ogni giorno.

 

OMELIA 6 PASQUA 2021 - 2

 

            Come abbiamo appena ascoltato, tutta la parola di Dio di questa sesta domenica di Pasqua è giocata sul tema dell'amore e completa il discorso di domenica scorsa sulla vite e sui tralci. In definitiva, le letture di oggi ci dicono ancora più chiaramente quali sono i frutti che dobbiamo portare.

            "Io, dice Gesù, vi ho scelto perché andiate per il mondo e portiate frutto e il vostro frutto rimanga".

            Parliamo dunque allora di questo benedetto "amore": tutti ne parlano e ne straparlano... e in definitiva ben pochi sanno che cosa veramente è.

            Troppi sentimenti si appropriano di questo nome che diventa il contenitore di tutto e di niente. Cerchiamo allora di fare insieme qualche considerazione alla luce della parola di Dio, perché tutta la nostra vita dipende dall'amore.

            Il bisogno di amare e di essere amati è comune a tutti ed è talmente forte da costituire la molla della vita. Ma amare chi? Amare come?

            Un giorno Gesù, interrogato da un dottore della legge su quale fosse il più grande di tutti i comandamenti, aveva risposto, come tutti sappiamo: «Il più grande è: amerai Dio con tutta l'anima e con tutte le forze e il prossimo come te stesso».

            Cose risapute, vero? Dette e ridette, ascoltate e riascoltate, ma, ad essere sinceri, non ancora messe in pratica, perché ognuno di noi, in fatto di amore, fa le sue scelte senza troppi problemi e, volta a volta, rivolge il suo interesse verso quelle realtà che lo circondano e che formano la base del suo vivere come persona sociale e socievole: famiglia, parenti, amici, colleghi....

            Oltre però non si va, anzi si pongono steccati: di qua "i miei cari" come si usa dire, di là tutti gli altri.

            Ma Gesù, come al solito, fa un discorso diverso. Intanto comincia col comandarci di amare: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate». Come si fa a comandare l'amore? Per noi, l'amore è una cosa spontanea: o c'è o non c'è e nessuno può comandarmi di amare. Eppure Gesù lo fa e rincara la dose dicendo ancora: "Sarete miei amici se farete quello che vi comando".

            Anche qui, noi ci ribelleremmo a chi ci dicesse: "Saremo amici solo se farai quello che dico io". Eppure Gesù ci dice proprio questo e siccome Gesù non può dirci cose sbagliate o false, vuol dire che:

            1) l'amore non è solo un sentimentalismo (sul tipo delle telenovele), ma una volontà che decide di amare. Col sentimento possiamo amare solo poche persone, con la volontà possiamo amare veramente tutti, cioè voler bene a tutti, volere il bene di tutti, amici e nemici, vicini e lontani;

            2) che la fabbrica di questo amore non c'è nel nostro cuore. Un giorno Gesù ha fatto l'elenco impressionante di quello che esce dal nostro cuore lasciato a se stesso: non l'amore, ma impurità, furti, violenze, omicidi, tradimenti... E chi non l'ha provato?

            L'amore viene da Dio, perché solo Dio è amore: amore per essenza, amore assoluto, amore senza pentimenti, amore eterno e universale; nulla c'è in Dio che non sia amore.

            3) di conseguenza, ciò che comunemente chiamiamo amore, amore molte volte non è, perché a fare l'amore ce lo insegnano in tutti i modi, ma a voler bene solo Dio può insegnarcelo;

            4) ce lo insegna non con le parole, ma mettendo il suo amore, cioè lo Spirito Santo, nel nostro cuore. Di qui l'esigenza di chiedere umilmente e continuamente questo dono.

            Gesù dà ai suoi il comando di amarsi gli uni gli altri come lui li ha amati. E come li ha amati? dando la vita per loro perché non c'è amore più grande di questo.

            Certo superare i limiti del nostro egoismo, la pesantezza della nostra natura, non è facile. Ma a sostenerci in questa lotta ci sono due promesse di Gesù: che il Padre ci concederà tutto quello che gli chiederemo nel suo nome e che osservare questo comandamento ci darà la vera gioia, quella che nessuno potrà mai toglierci.

 

La Vergine Maria del Pianto ci aiuti, con la sua materna intercessione, ad accogliere dal suo Figlio Gesù il dono del suo comandamento, e dallo Spirito Santo la forza di praticarlo nella vita di ogni giorno.