NEL SANTUARIO DELLA MADONNA 

DEL PIANTO – ALBINO

 

 

CAMMINO DI AVVENTO 2025

 

 

SERVIRE LA VITA,

SERVIRE LA GIOIA DI VIVERE

 

 

MERCOLEDI

 

26 NOVEMBRE

Le meraviglie del Signore

 

 

ORE 15

 

 

MERCOLEDI

 

3 DICEMBRE

Dalle lacrime al canto di esultanza

 

 

ORE 15

 

MERCOLEDI

 

 

10 DICEMBRE

Spezzare il giogo, accogliere la gioia

 

 

ORE 15

 

MERCOLEDI

 

17 DICEMBRE

L’alba della gioia

 

 

ORE 15

 

1 avvento 2025.pdf 

 

SERVIRE LA VITA, SERVIRE LA GIOIA DI VIVERE

1- Catechesi di Avvento 2025

Le meraviglie del Signore

 

PREGHIAMO INSIEME

Signore, apri il nostro cuore e la nostra mente all’ascolto della Tua Parola. 

Fa’ che essa cada su un terreno buono e fertile, portando frutto abbondante nella nostra vita. Aiutaci a custodirla, a meditarla e a trasformarla in opere concrete, affinché non resti solo un seme, ma divenga albero rigoglioso. Amen

 

LA PAROLA DI DIO

Dal vangelo secondo Luca (1,46-55) 

46 Allora Maria disse: «L’anima mia magnifica il Signore 47 e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, 48 perché ha guardato l’umiltà della sua serva.  D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. 49 Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome;

50 di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono.

51 Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;

52 ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili;53 ha ricolmato di beni gli affamati, 

ha rimandato i ricchi a mani vuote. 54 Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia,55 come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre».

 

COMPRENDERE LA PAROLA

INTRODUZIONE

Il «canto della Figlia di Sion» è una perla preziosa incastonata nella Scrittura, che raccoglie luce dall’Antico e Nuovo Testamento.

Posto all’inizio del Vangelo di Luca, il Magnificat è ritenuto un testo basilare dell’annuncio cristiano, che fa da cerniera tra i due Testamenti. In esso si manifesta la preghiera vocazionale della Vergine, dopo aver detto il suo «sì» al progetto di Dio (Lc 1,38). 

Nelle sue Parole si associano Israele e la Chiesa, che s’incontrano nel “piccolo resto” santo del popolo della promessa, nei «poveri di Jahvè di cui la figura di Maria è di esempio.

Rispetto agli altri cantici biblici, il Magnificat ha ricevuto più attenzione e importanza per diverse ragioni. In primo luogo il cantico propone l’interpretazione dell’amore misericordioso di Dio che agisce nella storia degli uomini a favore dei poveri e dei piccoli. 

Si aggiungono ulteriori motivi: la descrizione del “rovesciamento delle sorti” nello stile dell’agire divino verso gli ultimi, la celebrazione del ruolo della donna, la preghiera dell’uomo di fronte al mistero del Creatore e Signore onnipotente, il destino del popolo e la sua attesa di salvezza.

Dopo aver segnalato alcuni aspetti letterari, fermiamo la nostra attenzione sul testo e sul suo messaggio teologico-spirituale.

 

Contesto, genere e disposizione del cantico

Questo brano di Luca appartiene ai racconti dell'infanzia di GESÙ: non è una dimostrazione di come sono successi i fatti, ma una RILETTURA dei fatti alla luce del grande avvenimento morte-risurrezione di Gesù, per illuminare il cammino di fede delle prime comunità cristiane. 

Quindi non si tratta di curiosità storica, ma di una lettura teologica.

L’esplosione del cantico del Magnificat si inserisce nel contesto di un incontro tra due donne,  Maria e la cugina Elisabetta che, sul piano umano, è sicuramente un incontro di grande gioia, in quanto è l’incontro tra due parenti e tra due donne in attesa di un figlio… ma il loro incontro è soprattutto di gioia e di esultanza nello Spirito SantoAppena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo...”  

E’, infatti, un incontro che si realizza ad un livello superiore rispetto a quello prettamente umano; la casa di Zaccaria è piena della presenza di Dio attraverso lo Spirito che colma le due donne. 

Maria, “la vergine”, ha da poco ricevuto l’Annuncio dell’Angelo che il Figlio di Dio è stato concepito nel suo seno, grazie all’intervento dello Spirito Santo; ed Elisabetta pure, “sterile e avanti negli anni”, ha avuto una grazia particolare, con la gravidanza di Giovanni Battista.  

E’ un saluto dunque, quello fra Maria ed Elisabetta, che si realizza nella pienezza di queste “esperienze di Dio” che ciascuna delle due donne portava nel proprio corpo e nella propria vita.

 

1 - Lc. 1,39-45: La Visitazione: un incontro tra due donne

v. 39-40: “Maria si mise in viaggio…”  

Luca mette l’accento sulla prontezza di Maria nel servire, nell’essere ancella-serva. L’Angelo parla della gravidanza di Elisabetta e immediatamente, Maria si alza ed in fretta si reca ad aiutarla.  

Maria lascia Nazareth, collocata al nord della Palestina, per recarsi al sud, a circa 150 Km., quattro giorni di viaggio, come minimo, in una località che la tradizione ha identificato con l'attuale Ain Karim, poco lontana da Gerusalemme. Il muoversi fisico mostra la sensibilità interiore di Maria, che non è chiusa a contemplare in modo privato ed intimistico il mistero della divina maternità che si compie in lei, ma è proiettata sul sentiero della carità, del servire con la propria vita. Non c’erano né pullman, né treni. 

Maria inizia a servire camminando, facendo il suo pezzo di strada per compiere la sua missione a favore del popolo di Dio. Il recarsi di Maria da Elisabetta è connotato dall'aggiunta “in fretta” che S. Ambrogio interpreta così «Maria si avviò in fretta verso la montagna, non perché fosse incredula della profezia o incerta dell'annunzio o dubitasse della prova, ma perché era lieta della promessa e desiderosa di compiere devotamente un servizio, con lo slancio che le veniva dall'intima gioia... La grazia dello Spirito Santo non comporta lentezze». 

Inoltre Maria si fermerà tre mesi, il tempo perché il bambino possa nascere, tempo giusto per portare aiuto alla cugina nel tempo a lei necessario. Maria corre e va là dove la chiama l'urgenza di una necessità, di un bisogno, dimostrando, così, una spiccata sensibilità e concreta disponibilità.

v.41: “Appena Elisabetta ebbe udito il saluto…”  

Elisabetta rappresenta il Vecchio Testamento che stava per terminare. Maria rappresenta il Nuovo Testamento. Il Vecchio Testamento accoglie il Nuovo con gratitudine e fiducia, riconoscendo in esso il dono gratuito di Dio che viene a realizzare ed a completare l’aspettativa della gente. 

Nell’incontro delle due donne si manifesta il dono dello Spirito.

Il bambino salta di gioia nel seno di Elisabetta. Luca usa un verbo greco particolare che significa propriamente 'saltare’.Qualcuno ha pensato che quella 'danza' la si potrebbe considerare una forma di 'omaggio' che Giovanni rende a Gesù, inaugurando, non ancora nato, quell'atteggiamento di rispetto e di sudditanza che caratterizzerà la sua vita: «Dopo di me viene uno che è più forte di me e al quale non sono degno di sciogliere i legacci dei suoi sandali» (Mc 1,7). 

Un giorno lo stesso Giovanni testimonierà: «Chi possiede la sposa è lo sposo; ma l'amico dello sposo che è presente e l'ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo ora che questa mia gioia è compiuta. Egli deve crescere e io invece diminuire» (Gv 3,29-30). 

La Buona Notizia di Dio rivela la sua presenza nelle cose più comuni della vita umana: due donne di casa che si visitano per aiutarsi a vicenda. Visita, allegria, gravidanza, bambini, aiuto reciproco, casa, famiglia: Luca vuole che noi e le comunità percepiamo proprio questo e scopriamo in questo la presenza di Dio.

v. 42:: "Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo!" 

esclamò a gran voce Elisabetta, proclamando la sua benedizione su Maria, quel dire bene di Dio,  su una creatura che ha saputo osare nel fidarsi di Dio. A lei viene riservata una benedizione («benedetta tu») e una beatitudine: “beata”. In che consiste quest'ultima? Esprime l'adesione di Maria alla volontà divina. Maria non è solo destinataria di un arcano disegno che la rende benedetta, ma pure persona che sa accettare e aderire alla volontà di Dio. Maria è una creatura che crede, perché si è fidata di una parola nuda e che ella ha rivestito col suo «sì» di amore. Ora Elisabetta le riconosce questo servizio d'amore, identificandola «benedetta come madre e beata come credente».

La prima beatitudine del vangelo di Luca è l'esaltazione della fede di Maria.  

La fede è la virtù che ha accompagnato Maria nel suo cammino e l'ha radicata profondamente nel progetto di salvezza di Dio.

v. 45:  "E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore".

 È l’elogio di Elisabetta a Maria ed il messaggio di Luca per le comunità: credere nella Parola di Dio,poiché la Parola di Dio ha la forza per adempiere tutto ciò che ci dice. E’ Parola creatrice. Genera vita nuova nel seno della Vergine, nel seno della gente che la accoglie con fede. Maria ed Elisabetta si conoscevano già. Ma in questo incontro,  scoprono, l’una nell’altra, un mistero che ancora non conoscevano, e che le riempie di molta gioia. Attraverso loro anche i frutti dei loro grembi si incontrano e sono la causa della loro gioia e esultanza.  Anche oggi possiamo incontrare persone che ci sorprendono con la saggezza che posseggono e con la testimonianza di fede che ci danno. 

Qualcosa di simile ti è successo già? Hai incontrato persone che ti hanno sorpreso? Cosa ci impedisce di scoprire e di vivere l’allegria della presenza di Dio nella nostra vita? L’atteggiamento di Maria dinanzi alla Parola esprime l’ideale che Luca vuole comunicare alle Comunità: non rinchiudersi in se stesse, ma uscire da sé, essere attente ai bisogni ben concreti delle persone e cercare di aiutare gli altri, soprattutto i poveri, nella misura delle loro necessità.

 

2 - Lc. 1, 46 – 56: Il Magnificat di Maria: un canto d’amore

v. 46-50: Maria inizia proclamando il cambiamento che avviene nella sua vita sotto lo sguardo amoroso di Dio, pieno di misericordia. Per questo, canta felice: "Esulto di gioia in Dio mio Salvatore". 

E’ il ringraziamento personale perché Dio l'ha scelta ad essere madre del Messia (madre vergine!): "ha guardato... ha fatto in me grandi cose"Maria canta la grandezza di DioRiconosce che Dio è Dio. La conseguenza della scoperta di Dio grande nell'amore è l'esultanza dello spirito. La scoperta dell'amore immenso di Dio fa vincere la paura. Chi conosce il vero Dio, gioisce della sua stessa gioia. La gioia di Maria è Qualcuno, il Signore. Il motivo è Lui, il "mio Salvatore”. Il motivo del dono di Dio a Maria non è il suo merito, ma la coscienza che ha della sua povertà, la sua umiltà. Maria è il nulla assoluto, che solo è in grado di ricevere il Tutto. Dio è amore. L'amore è dono. Il dono è tale solo nella misura in cui non è meritato. 

Maria è il primo essere umano che riconosce il proprio nulla e la propria distanza infinita da Dio in modo pieno e assoluto. Il merito fondamentale di Maria è la coscienza del proprio demerito: ella riconosce la propria infinita nullità. L'umiltà di Maria non è quella virtù che porta ad abbassarsi. La sua non è virtù, ma la verità essenziale di ogni creatura, che lei riconosce e accetta: il proprio nulla, il proprio essere terra-terra. L’umiltà è verità. Tutte le generazioni gioiranno con lei della sua stessa gioia di Dio.  

Le grandi opere di Dio si riassumono in una sola: Gesù, di cui Maria è stata scelta ad essere la madre. Gesù nel suo mistero pasquale di morte e risurrezione. 

Le "grandi cose", allora, sono tutti gli interventi di Dio su Maria: dall'Immacolata Concezione alla maternità divina... all'Assunzione che corona le opere di Dio in suo favore. 

"Tutte le generazioni mi chiameranno beata". In comunione profonda con tutte le generazioni cristiane del passato e con quelle che verranno, noi oggi - attuando il suo annuncio profetico - proclamiamo beata Maria e facciamo nostro il suo cantico di lode.  Solo riconoscendo la propria esperienza personale di Dio, Maria può e passa a contemplare la salvezza che Dio ha cominciato a compiere in favore del suo popolo e dell'intera umanità.

v. 51-53: Canta la fedeltà di Dio verso il suo popolo e proclama il cambiamento che il braccio del Signore stava compiendo a favore dei poveri e degli affamati. L’espressione “braccio di Dio” ricorda la liberazione dell’Esodo, dalla schiavitù d’Egitto.  E’ questa forza di salvezza e di liberazione di Jahvé che produce i cambiamenti: disperde i superbi, rovescia i potenti e innalza gli umili, rimanda a mani vuote i ricchi, ricolma di bene gli affamati. Nella persona di tutti i poveri che aspettano la salvezza, Maria riconosce e si rallegra con la grandezza di Dio perché ha visto l'umiliazione del suo popolo povero e venne per liberarlo dagli occhi di tutti. Difatti, la maggior gloria e testimonianza della santità e della misericordia di Dio è aver assunto lui stesso la situazione dei poveri, per liberarli, dando efficacia alla loro lotta. Come Dio realizza questo?

Per mezzo della forza della giustizia, che inverte le situazioni sociali per creare un nuovo relazionarsi tra le persone e i gruppi umani: i poveri e i deboli sono liberati da coloro che li opprimono e sfruttano.

È il modo con cui Dio agisce e come agirà Gesù, perché la vera giustizia è difendere il povero ed il debole contro le strutture e le persone che lo opprimono. In questo riconosciamo la misericordia e la fedeltà di Dio verso il popolo che lo teme e lo serve, ricordandoci dell'alleanza che fece con Abramo, il padre del popolo di Dio. Il Magnificat testimonia la gioia dei poveri che aspettano e confidano nell'azione di Dio. Ma lo stesso Dio aspetta che i poveri imparino con lui per diventare suoi strumenti nella realizzazione della giustizia che libera. 

v.54-55: Alla fine Maria ricorda che tutto questo è espressione della misericordia di Dio verso il suo popolo ed espressione della sua fedeltà alle promesse fatte ad Abramo. La Buona Notizia vista non come ricompensa per l’osservanza della Legge, bensì come espressione della bontà e della fedeltà di Dio alle sue promesse. Maria sintetizza in una sola parola tutti gli attributi di colui che ha già chiamato Signore, Dio, Salvatore, Potente, Santo: il nome di Dio è Misericordia.

Dio è amore che non può non amare. E' misericordia che non può non sentire tenerezza verso la miseria delle sue creature. E' il Regno di Dio che comincia a realizzarsi. Maria con un'audacia sorprendente e un’incredibile  carica di ottimismo e di speranza dice queste parole, quando ha appena cominciato a vedere l'opera di Dio (cioè la presenza del Figlio nel suo grembo).

 

RIFLETTERE SULLA PAROLA

Dal magnificat quale insegnamento per noi e la nostra comunità?

La Vergine Maria ha attuato il progetto di salvezza di Dio; ha ascoltato e messo in pratica la Sua Parola in comunione piena con la Santa Trinità e con l’umanità tutta. Docile allo Spirito santo ci insegna a lasciarci guidare da lui per non perderci nei nostri pensieri, nei nostri progetti che il più delle volte non sono gli stessi di quelli di Dio; ci fa vedere come l’amore e la carità siano i valori più veri e fondamentali da realizzare tra noi e nella nostra Comunità. È un cammino impegnativo ma bello quello della vergine di Nazareth, che dalla Galilea sale verso i monti della Giudea, in una città dove sappiamo che vi abita la cugina Elisabetta. Maria percorre in fretta quella strada lunga e in salita, spinta dal desiderio di fare esperienza concreta di Dio. La fede per davvero spinge e rende tenace il cammino di Maria, che anche in questo diventa modello di fede concreta per ogni credente e per la chiesa intera.

È difficile percorrere le strade della vita, specialmente quando sono lunghe e in salita, quando mettono alla prova la nostra pazienza, le nostre relazioni, le nostre sicurezze. Non è facile stare per strada accanto ad altri che fanno la loro strada e magari incrociano la nostra, ma di noi non si interessano.

Eppure meglio muoversi e andare, piuttosto che rimanere fermi e chiusi nelle proprie sicurezze.

Maria diventa modello di coraggio nell’uscire e camminare, sapendo che il nostro stare per le strade della vita ha una motivazione forte e una meta sicura. 

La motivazione di Maria è quella delle parole dell’Angelo che la ha detto nell’Annunciazione che “nulla è impossibile a Dio” e che non deve temere nulla. La meta di Maria è la cugina Elisabetta, prova vivente (quindi non teoria) di cosa è capace Dio nella vita delle persone. Infatti alla fine del cammino c’è la gioia dell’incontro e il canto del “magnificat”. Maria nel suo cantico di lode dentro la casa di Elisabetta vede l’azione di Dio nella storia, nella sua storia personale e in quella dell’umanità intera. 

Dio vince sempre e rovescia tutto a favore del bene e della vita. Siamo consapevoli che tutto questo bene di Dio non lo vediamo chiaro e subito. Siamo anzi tentati di credere che in fondo vincerà il drago della violenza, del male, delle paure… Siamo tentati di farci scoraggiare e quindi di richiuderci in noi stessi.

Maria con Elisabetta sono li a dirci che la vittoria di Dio inizia proprio dentro i piccoli gesti della nostra vita. Maria è grande proprio per questo. Perché è portatrice di un messaggio che non può lasciar tranquillo l’uomo di allora e tantomeno l’uomo di oggi, cioè noi. 

Sono parole che descrivono un mondo dove regna Dio con la sua pace e il suo amore e dove la sopraffazione e le ingiustizie di ogni tipo sono bandite. 

Il nostro mondo attuale non è poi tanto diverso da quello di Maria nel giorno della visitazione. 

Anche oggi ci sono oppressioni e ingiustizie economiche, politiche e religiose che creano divisione tra gli uomini. Ci sono anche oggi fossati che separano ricchi e poveri, oppressori potenti e uomini umiliati. 

Noi a volte ci sentiamo da una parte o dall’altra. A volte ci sentiamo oppressi e schiacciati e a volte ci rendiamo conto di esser dalla parte di chi impoverisce gli altri e di chi opprime.

Maria annuncia che Dio rovescerà questo stato di cose. 

Lei vede oltre le piccolezze della storia e ha la speranza che tutto ciò si avveri. Per questo è esempio di fede. Per questo abbiamo bisogno di lei nel nostro cammino quotidiano di credenti. 

Quante volte nelle nostre famiglie, nella nostra cerchia di amici, nelle nostre parrocchie, vestiamo un abito di comodo, di apparente comunione, di quotidiana abitudine al sorriso e al saluto, ma non sempre con convinzione e sincerità. 

Non ci rendiamo conto che è il nostro io che facciamo prevalere sentendoci apparentemente giusti!

La nostra preghiera non ci riscalda il cuore, le difficoltà a riconoscerci veri credenti aumentano e a volte abbiamo la paura di perdere ciò che abbiamo ottenuto e ciò che siamo agli occhi degli altri.

Dimenticando che tutto è grazia, sprechiamo la Grazia.

Dimenticando che esistiamo per il Signore, facciamo da soli.

Dimenticando che l’amore come il respiro non si può trattenere, pensiamo a noi stessi.

Chissà se la Madonna dopo tanti anni che è venerata qui ad Albino come Madonna del Pianto ha smesso di piangere? La sua gioia di annunciare l’Amore, di essere a servizio dell’amore nel servire la cugina Elisabetta, deve coinvolgerci. Maria che salì sollecita verso la montagna a portare l’annuncio della sua maternità, vuole illuminare anche noi, perché ci decidiamo a non essere più schiavi di tanti egoismi e diventiamo veri figli di suo figlio Gesù. Pertanto chiediamo ancora una volta a lei di guidarci al suo Signore e di trasmetterci la gioia vibrante e semplice, di accoglierlo nel nostro cuore, come è stata capace lei, per esultare con il suo stesso cantico di lode. Esultare "in Dio" cosa significa se non porre Dio come principio e termine della nostra gioia? E Maria in questo ci è maestra.

È Dio principio di esultanza e custode della nostra felicità.  Pertanto ogni nostra gioia, piccola o grande, va attribuita a Lui che purifica il nostro modo di essere e di gioire. Purifica il nostro modo di fare festa. È lui che ci incoraggia nelle difficoltà della nostra vita a non perdere la gioia e la speranza, anche nelle prove più difficili. È Lui che ci aiuta a vivere nella Carità e nel dono di noi stessi agli altri.

È Lui che accoglie ogni nostro desiderio e lo esaudisce. Proclamare il Magnificat, con Maria e alla scuola di Maria, vuol dire rinnovare il nostro credo ogni giorno, e ribadire con intima certezza, che Lui è Dio e non ve n'è altri.

 

La vita mi interroga 

1) Mettendomi al posto di Maria e di Elisabetta: sono capace di percepire e sperimentare la presenza di Dio nelle cose semplici e comuni della vita di ogni giorno? Come, quando, dove?

2) Elisabetta verso Maria ha proclamato una benedizione e una beatitudine. 

Nel mio cammino di fede come vivo questo? Quale benedizione e beatitudine mi sento di proclamare in questo momento storico?

3 ) Come vivo la mia preghiera? E’ solo espressione di un sentimento o atteggiamento di ascolto e accoglienza della Parola di Dio, per riconoscere l’azione di Dio? A cosa mi porta nella vita concreta?

4) I cantici sono il termometro della vita delle comunità. Rivelano il grado di coscienza e di impegno. Quale cantico creeresti personalmente e come comunità, come canto di lode a Dio?  

Prova a fare il tuo Magnificat con le parole del tuo cuore.

 

Concludendo in preghiera 

O Spirito Santo, anima della nostra anima, infondi in noi l’umiltà e la gioia di Maria. 

Fa’ che il nostro spirito esulti in Dio, nostro Salvatore, 

riconoscendo le meraviglie che compie in noi, creature piccole. 

Irradiamo la lode a Te per la tua forza che disperde i superbi e innalza gli umili. 

Guidaci a essere strumenti della tua giustizia. 

Custodisci la tua alleanza con noi, come hai fatto con Abramo, 

affinché il nostro canto sia sempre un Magnificat vivente per la tua gloria.

 

Padre nostro 

 

2 avvento 2025.pdf 

 

SERVIRE LA VITA, SERVIRE LA GIOIA DI VIVERE

2- Catechesi di Avvento 2025

Dalle lacrime al cantico di esultanza

 

PREGHIAMO INSIEME

Vieni, o Spirito Santo, consolatore dei cuori affranti. 

Ascolta il nostro pianto, raccogli le nostre lacrime e trasformale in una gioia che il mondo non può dare. Riempi i nostri cuori di esultanza, la stessa che sentirono gli apostoli a Pentecoste, perché anche noi possiamo testimoniare la tua luce e celebrare l’amore del Padre. Amen.

 

LA PAROLA DI DIO

Dal primo libro di Samuele (1,1-20; 2,1-10)

1C’era un uomo di Ramatàim, un Sufita delle montagne di Èfraim, chiamato Elkanà, figlio di Ierocàm, figlio di Eliu, figlio di Tocu, figlio di Suf, l’Efraimita.2Aveva due mogli, l’una chiamata Anna, l’altra Peninnà. Peninnà aveva figli, mentre Anna non ne aveva.3Quest’uomo saliva ogni anno dalla sua città per prostrarsi e sacrificare al Signore degli eserciti a Silo, dove erano i due figli di Eli, Ofni e Fineès, sacerdoti del Signore. 4Venne il giorno in cui Elkanà offrì il sacrificio. Ora egli soleva dare alla moglie Peninnà e a tutti i figli e le figlie di lei le loro parti.5Ad Anna invece dava una parte speciale, poiché egli amava Anna, sebbene il Signore ne avesse reso sterile il grembo6La sua rivale per giunta l’affliggeva con durezza a causa della sua umiliazione, perché il Signore aveva reso sterile il suo grembo. 7Così avveniva ogni anno: mentre saliva alla casa del Signore, quella la mortificava; allora Anna si metteva a piangere e non voleva mangiare. 8Elkanà, suo marito, le diceva: «Anna, perché piangi? Perché non mangi? Perché è triste il tuo cuore? Non sono forse io per te meglio di dieci figli?». 0Anna si alzò, dopo aver mangiato e bevuto a Silo; in quel momento il sacerdote Eli stava seduto sul suo seggio davanti a uno stipite del tempio del Signore. 10Ella aveva l’animo amareggiato e si mise a pregare il Signore, piangendo dirottamente. 11Poi fece questo voto: «Signore degli eserciti, se vorrai considerare la miseria della tua schiava e ricordarti di me, se non dimenticherai la tua schiava e darai alla tua schiava un figlio maschio, io lo offrirò al Signore per tutti i giorni della sua vita e il rasoio non passerà sul suo capo». 12Mentre ella prolungava la preghiera davanti al Signore, Eli stava osservando la sua bocca.13Anna pregava in cuor suo e si muovevano soltanto le labbra, ma la voce non si udiva; perciò Eli la ritenne ubriaca. 14Le disse Eli: «Fino a quando rimarrai ubriaca? Smaltisci il tuo vino!». 15Anna rispose: «No, mio signore; io sono una donna affranta e non ho bevuto né vino né altra bevanda inebriante, ma sto solo sfogando il mio cuore davanti al Signore. 16Non considerare la tua schiava una donna perversa, poiché finora mi ha fatto parlare l’eccesso del mio dolore e della mia angoscia». 17Allora Eli le rispose: «Va’ in pace e il Dio d’Israele ti conceda quello che gli hai chiesto». 18Ella replicò: «Possa la tua serva trovare grazia ai tuoi occhi». Poi la donna se ne andò per la sua via, mangiò e il suo volto non fu più come prima.  19Il mattino dopo si alzarono e dopo essersi prostrati davanti al Signore, tornarono a casa a Rama. Elkanà si unì a sua moglie e il Signore si ricordò di lei.  20Così al finir dell’anno Anna concepì e partorì un figlio e lo chiamò Samuele, «perché – diceva – al Signore l’ho richiesto». [1Quando salì di nuovo al tempio di Silo per presentare suo figlio al servizio del Signore]                                                                                                

  Anna pregò così:

«Il mio cuore esulta nel Signore, la mia forza s’innalza grazie al mio Dio. Si apre la mia bocca contro i miei nemici, perché io gioisco per la tua salvezza. 2Non c’è santo come il Signore, perché non c’è altri all’infuori di te e non c’è roccia come il nostro Dio. 3Non moltiplicate i discorsi superbi, dalla vostra bocca non esca arroganza, perché il Signore è un Dio che sa tutto e da lui sono ponderate le azioni. 

4l’arco dei forti s’è spezzato, ma i deboli si sono rivestiti di vigore. 5I sazi si sono venduti per un pane, hanno smesso di farlo gli affamati. La sterile ha partorito sette volte e la ricca di figli è sfiorita.  6Il Signore fa morire e fa vivere, scendere agli inferi e risalire.  7Il Signore rende povero e arricchisce, abbassa ed esalta.  8Solleva dalla polvere il debole, dall’immondizia rialza il povero, per farli sedere con i nobili e assegnare loro un trono di gloria. Perché al Signore appartengono i cardini della terra e su di essi egli poggia il mondo. 9Sui passi dei suoi fedeli egli veglia, ma i malvagi tacciono nelle tenebre.

Poiché con la sua forza l’uomo non prevale.  10Il Signore distruggerà i suoi avversari! Contro di essi tuonerà dal cielo. Il Signore giudicherà le estremità della terra; darà forza al suo re, innalzerà la potenza del suo consacrato».

 

COMPRENDERE LA PAROLA

INTRODUZIONE

L'esegesi di 1 Samuele 1,1-20 

si concentra sulla storia di Anna, una donna sterile che prega disperatamente per avere un figlio, e sulla sua successiva benedizione, la nascita di Samuele, che viene consacrato a Dio fin da bambino. 

Il passaggio evidenzia la profonda fede di Anna, la sua preghiera intensa (inclusa la promessa di dedicare il figlio al Signore), la risposta di Dio alle sue suppliche e la sua gioia e gratitudine nel realizzare il disegno divino. 

1C'era un uomo di Ramatàim, uno Zufita delle montagne di Efraim, chiamato Elkana… 

Il racconto si apre con la presentazione di Elkanà, un personaggio sconosciuto, al quale tuttavia viene data un’importanza particolare: è presentato come un uomo ricco e importante, con una lunga genealogia: uomo di Ramatàim (o Rama), un Sufita delle montagne di Efraim.

Elkanà amava Anna, sebbene il Signore ne avesse reso sterile il grembo. 6La sua rivale per giunta l'affliggeva con durezza a causa della sua umiliazione, perché il Signore aveva reso sterile il suo grembo. Sebbene amata dal marito lei vive la sua condizione di sterilità come un dramma grande e con tanta sofferenza. A questo si aggiunge l’ostilità di Peninnà la quale, forte della sua superiorità, in quanto donna feconda, non perde occasione per affliggere Anna con durezza, facendole pesare la sua condizione. In realtà, però, anche Peninnà vive una condizione di donna infelice e scontenta. Il marito, infatti, non le mostra né affetto, né attenzioni. Ai suoi occhi, lei è priva di un reale valore, è utile solo perché feconda e gli ha dato dei figli. E così, la gelosia e la mortificazione che Peninnà riversa su Anna sono un modo con cui lei manifesta e sfoga il suo disagio. La scelta di Anna è un’altra: lei, pur provando una grande afflizione interiore, non risponde alle offese, perché si rende conto che reagire agli insulti o rinfacciare alla rivale di non essere amata dal marito significherebbe 1innescare una catena di offese e rivalse senza fine che non gioverebbe a nessuno. Pertanto, lei non mette in atto alcun gesto di violenza in risposta all’umiliazione e al disprezzo. Anna non si mette in competizione ma sceglie di fermare l’offesa su di sé, di patirla, per non espanderla

3Quest'uomo andava ogni anno dalla sua città per prostrarsi e sacrificare al Signore degli eserciti in Silo. Ogni anno Elkanà si reca in pellegrinaggio con tutta la famiglia al Santuario di Silo, per prostrarsi e offrire sacrifici “al Signore degli eserciti”.  Peninnà torna a mortificare Anna per la sua sterilità. Anna non ribatte, ma si chiude in sé e sfoga la sua sofferenza in un pianto silenzioso e nel rifiuto di prendere cibo. La stessa modalità Anna la assume nei confronti del marito. Elkanà, infatti, non si rende conto che le parole consolatorie che rivolge alla moglie, sono vacue, anzi irritanti: “Anna, perché piangi? Perché non mangi? Perché è triste il tuo cuore? Non sono forse io per te meglio di 10 figli?” (1Sam 1,8).  Egli, pur amando la moglie, non riesce ad entrare in sintonia con la sua sofferenza interiore e la delusione per la mancanza di un figlio.  Anna, quindi, disprezzata dalla rivale e non compresa dal marito, si chiude in un muto isolamento. La rinuncia a reagire diventa, piano piano, in lei una vera forza che la spinge a sognare un futuro diverso: decide di aprire il cuore al Signore. Si alza ed entra nel Santuario. 10Essa era afflitta e innalzò la preghiera al Signore, piangendo amaramente. 11Poi fece il voto.  La preghiera di Anna è sorprendente e al di fuori di ogni logica, per il fatto che lei davanti al Signore non si limita a chiedere un figlio, ma va’ oltre: si impegna con giuramento di ridonare al Signore il figlio che sta chiedendo in dono“se vorrai…ricordarti di me…e darai alla tua schiava un figlio maschio, io lo offrirò al Signore per tutti i giorni della sua vita” (v. 11).  La sua scelta, quindi, mostra che Anna non chiede il figlio solo per soddisfare il suo desiderio di maternità, ma lo chiede per ridonarlo al Signore perché faccia di lui quel che vuole, perché questo figlio possa essere dono per tutto il popolo, strumento docile nelle mani di Dio per 12Mentre essa prolungava la preghiera davanti al Signore, Eli stava osservando la sua bocca. La preghiera di Anna ha un testimone, il sacerdote Eli che assiste alla scena a distanza. Lo sguardo di Eli è giudicante. Vedendola muovere le labbra senza emettere suono, la crede ubriaca, la rimprovera, quindi, con durezza, invitandola a liberarsi del vino bevuto. Anche lui, giudicando dalle apparenze, non la comprende e anche lui la offende: “Fino a quando rimarrai ubriaca? Smaltisci il tuo vino!”(1Sam 1,14).  Anna non si arrende di fronte ai giudizi affrettati di chi la circonda, confida nel Signore e con tono umile ma fermo, risponde all’anziano sacerdote: “No, mio signore, io sono una donna affranta e non ho bevuto né vino né altra bevanda inebriante, ma sto solo sfogando il mio cuore davanti al Signore. Non considerare la tua serva una donna perversa perché finora mi ha fatto parlare l’eccesso del mio dolore e della mia angoscia” (1Sam 1,15-16)  la salvezza di tutti.

17Allora Eli le rispose: «Va' in pace e il Dio d’Israele ascolti la domanda che gli hai fatto». 18Essa replicò: «Possa la tua serva trovare grazia ai tuoi occhi». Ascoltando queste parole della donna, Eli si rende conto di aver preso un abbaglio; allora la benedice e le augura che il Signore possa esaudire la sua preghieraPoi la donna se ne andò per la sua via e il suo volto non fu più come prima. Il testo biblico sottolinea a questo punto che Anna “se ne andò e il suo volto non fu più come prima”.

 La preghiera che ha innalzato a Dio innanzitutto ha operato un cambiamento in lei. Grazie alla preghiera, la donna passa da uno stato di prostrazione spirituale e fisico a uno stato di serenità che le inonda il volto. 19Il mattino dopo si alzarono e dopo essersi prostrati davanti al Signore tornarono a casa in Rama. Elkana si unì a sua moglie e il Signore si ricordò di lei. 20Così al finir dell'anno Anna concepì e partorì un figlio e lo chiamò Samuele. «Perché - diceva - dal Signore l'ho impetrato».  Tornata a casa il suo desiderio si compie: l’anno successivo nasce Samuele. La preghiera di Anna diviene un grido di riconoscenza, per essere stata ascoltata dal Signore.

 

2 PARTE

L'esegesi di 1 Samuele 2,1-10

presenta il Cantico di Anna, una preghiera di ringraziamento in cui la madre di Samuele loda Dio per la Sua giustizia, potenza e sovranità, ribaltando la fortuna dei potenti e degli umili. 

Questo brano esalta l'intervento divino nelle vicende umane, sottolineando che la salvezza e la sconfitta del male dipendono da Dio e non dalla forza umana. 

•       Sovranità di Dio:

Anna esprime la profonda convinzione che Dio sia l'unico sovrano, dal quale tutto dipende. 

Egli innalza gli umili e fa cadere i potenti, dimostrando la Sua giustizia e potenza. 

Il cuore di Anna si rallegrò, non per Samuele, ma per il Signore. Guarda oltre il dono e loda il Datore. Si rallegrava della salvezza del Signore e dell'attesa della sua venuta, che è l'intera salvezza del suo popolo.

•       Ribaltamento della situazione:

•       Il cantico anticipa il futuro, quando Dio porrà fine al dominio degli empi e dei ribelli, e istituirà il Suo regno

I forti sono presto indeboliti e i deboli sono presto rafforzati, quando a Dio piace. 

Siamo poveri? Dio ci ha fatti poveri, e questo è un buon motivo per essere contenti e per adeguarci alla nostra condizione.  Siamo ricchi? Dio ci ha fatti ricchi, e questo è un buon motivo per essere grati, servirlo con gioia e fare del bene con l'abbondanza che ci dà.  Egli sceglie coloro che il mondo considera stolti, insegnando loro a sentire la propria colpa e a valorizzare la sua salvezza gratuita e preziosa.

•       Azione di Dio:

Questa profezia guarda al regno di Cristo, quel regno di grazia di cui parla Anna, dopo aver parlato ampiamente del regno della provvidenza.  E qui è la prima volta che incontriamo il nome di MESSIA, o il suo Unto.  I sudditi del regno di Cristo saranno al sicuro e i suoi nemici saranno rovinati, perché l'Unto, il Signore Cristo, è in grado di salvare e di distruggere.

 

RIFLETTERE SULLA PAROLA

 

Anna aveva l'anima piena di amarezza e pregò il SIGNORE dirottamente. Anche i credenti praticanti possono soffrire! Allora la domanda è: “Come si devono comportare quando le circostanze della vita sono davvero difficili?” I credenti devono aggrapparsi a Dio con fiducia e speranza!

Noi vediamo tre aspetti di Anna: 

•       la sofferenza, Anna chi pregava e i suoi sentimenti.

•       Prima di tutto vediamo la sofferenza di Anna Anna, madre del profeta Samuele, prima di partorirlo era una donna sterile. La sterilità era una vergogna per la società di allora. Nell'antica mentalità, avere figli era vicino alla ragione stessa dell'esistenza di una donna. La fertilità era considerata una benedizione divina e l'infertilità era intesa in gran parte come una maledizione divina.

Se oggi alcune donne scelgono di non avere figli, una scelta del genere sarebbe stata inconcepibile per una donna di quel tempo. Anche oggi, è una grande sofferenza per una donna che vuole avere figli essere sterile. Anna dentro di lei era piena di amarezza. La parola Ebraica per “amarezza indica che Anna era infelice, scontenta, amareggiata, aveva un grande dolore, sofferenza, una grande angoscia, profonda tristezza per il fatto che era sterile e ciò che comportava socialmente. L’altra moglie del marito, Pennina che aveva molti figli, la mortificava continuamente, e quando questo avveniva, Anna piangeva e non mangiava più. Anna era triste, era afflitta, e nel v.15 dice che era tribolata nello spirito, nel v.10 è scritto che la sua anima era piena di amarezza. Quindi per Anna la sterilità con tutto ciò che comportava era una grande sofferenza.

Il secondo aspetto è il soggetto, cioè chi pregava Anna.

“Pregò il SIGNORE”. Anna che pregava davanti il Signore. Di tutte le cose che Anna avrebbe potuto fare come arrabbiarsi contro Dio, o mormorare contro di Lui, non lo ha fatto! Si rivolse semplicemente al Signore in preghiera per il suo bisogno che portasse via la sua sofferenza, in questo caso desiderava avere un figlio. La sofferenza personale non è mai priva di significato per chi è figlio di Dio. 

Potreste non sapere perché soffrite, e la vostra sofferenza potrebbe sembrarvi troppo dolorosa da sopportare.  In queste circostanze dovete sempre portare la vostra sofferenza a Lui e chiedergli di portarla via. A volte mormoriamo contro il Signore, protestiamo, e dubitiamo della Sua provvidenza come se fossimo sicuri di meritare un trattamento diverso e migliore! Anna non lo ha fatto, manifestava il suo dolore al Signore e gli chiedeva di portarlo via, ma non protestava, o mormorava contro di Lui!

Ciò che fece Anna è pregare! Anna supplicava il Signore, gli chiedeva d’intervenire.  Non pregava altre divinità, ma solo il Signore supplicandolo. Così, Anna c’insegna a pregare solo il Signore e nessun altro! 

Nella Bibbia non è contemplata la preghiera ai santi, o a Maria, mamma di Gesù, o agli angeli, o ad altre divinità, ma solo a Dio! La preghiera, tra i diversi aspetti, allora è chiedere aiuto al Signore.

“Il nostro aiuto è nel nome del Signore, che ha fatto il cielo e la terra” dice il Salmo 124:8. Noi sentiamo a volte dire: "Dio aiuta coloro che aiutano se stessi", oppure: “Aiutati che Dio ti aiuta”. Ma la Bibbia ci dice invece che "Dio aiuta coloro che non possono aiutare sé stessi".

Come farà con Anna, Dio viene in aiuto a coloro che sono veramente nel bisogno e lo riconoscono con la preghiera. Anna pregando, ci fa capire che era una donna umile che sapeva di dipendere da Dio, di aver bisogno di Dio, dalla Sua grazia! Anna credeva nella sovranità di Dio che da Lui tutto dipende come dimostrato dal contenuto della Sua preghiera Uno dei motivi principali per cui molti non pregano è perché non sentono il bisogno di pregare.  Pensano di potercela fare senza Dio, e così non pregano, o pregano solo in alcune occasioni, o pregano perché pensano che sia un dovere, o un’opzione tra il farlo e il non farlo. Per Anna la preghiera non era un dovere, o un'opzione!  La preghiera di Anna era il grido di un'anima sofferente che sapeva di dipendere da Dio! La preghiera è essenzialmente un grido di fede che nasce dalla convinzione che Dio è il sovrano potente da cui tutto dipende ed è disposto a rispondere amorevolmente ai Suoi fedeli! Così alla domanda che cosa crea una grande preghiera? 

Una grande preghiera nasce da un senso profondo del nostro bisogno e un senso profondo della dipendenza e della cura di Dio. Dio si muove per rispondere alla preghiera di una persona che ha riconosciuto il suo bisogno nella sua situazione disperata e si affida a Lui. Dio resiste ai superbi, ma fa grazia agli umili come lo era Anna.

Infine, il terzo aspetto vediamo i sentimenti di Anna. È scritto in Ebraico: ”Piangeva a dirotto”.

Anna in solitudine e sofferenza prega il Signore mettendo a nudo le sue emozioni, pregava piangendo a dirotto. Anna piangeva liberamente e copiosamente per l’amarezza di essere sterile con tutte le umiliazioni che comportava.  Il suo pianto era un pianto amaro e intenso.

Anna non si vergognava di piangere, manifestava liberamente le sue emozioni, apriva e versava la sua anima sofferente al Signore. Non si è sfogata dicendo al Signore: “Perché hai permesso questo?”, oppure “Che cosa vuoi da me?” Manifestava la sua sofferenza, si è aperta al Signore completamente; ma lo ha fatto piangendo a dirotto senza incolpare nessuno, nemmeno il Signore. 

Molte volte ci preoccupiamo quali parole usare in preghiera, a volte non sappiamo cosa dire, ma abbiamo tutti sperimentato che le preghiere che provengono da un cuore sofferente, sono le preghiere più sentite, più intense, migliori, più grandi, più buone!

Se state sperimentando angoscia o amarezza, allora siete in una buona posizione per pregare bene! 

Forse, a causa dei vostri problemi, la vostra mente è in preda al caos e quindi vi è difficile concentrarvi nella preghiera. Ma in realtà questo è il tipo di condizione che produce una buona preghiera. 

La preghiera non è una tecnica che dobbiamo padroneggiare. È "versare l'anima al Signore".

Ciò che vediamo è che le preghiere di Anna furono esaudite, infatti il Signore le diede un figlio, Samuele che poi lei lo consacrò al Signore.

Il Signore non è indifferente al dolore dei bisognosi; si prende cura di loro e li solleva dalla loro afflizione. In conclusione, Anna era una donna devota al Signore e c’insegna che nei problemi, Dio deve essere il nostro punto di riferimento per cercare l’aiuto e il sostegno!  Questo implica aver fiducia e sperare nel Signore, a pregare con fiducia e speranza! Il Signore può aiutarci direttamente, o usare ciò che ha creato, quindi anche le persone.

 

La vita mi interroga 

Nella sofferenza Anna vive una profonda umiliazione a causa della sua sterilità e dell’atteggiamento di Peninnà. In quali momenti della nostra vita ci siamo sentiti profondamente umiliati o colpiti da una mancanza? Come abbiamo reagito a quella sofferenza, e in che modo la reazione di Anna (il rifiuto del cibo, la preghiera disperata) ci interroga o ci offre spunti?

La preghiera e la fiducia nella Parola. 

La preghiera di Anna è un grido autentico, e la sua trasformazione avviene nel momento in cui Qual è il ruolo della preghiera autentica (anche nella sua forma più “disperata”) nella nostra vita di fede? 

E quanto peso diamo alla fiducia nella Parola (sia essa quella biblica o pronunciata attraverso la Chiesa) per superare i momenti di angoscia? crede nella parola di Eli: «Va’ in pace e il Dio d’Israele ti conceda quello che gli hai chiesto». 

Il dono, la generosità e l’affidamento.  Anna compie un atto di estrema generosità e libertà consacrando Samuele al Signore.   Cosa significa per noi riconoscere che “ogni vita è un dono di Dio e appartiene a Lui”? 

E qual è la sfida nel “donare” o “affidare” ciò che ci è più caro, sapendo che “lì risiede il suo vero bene”, invece di aggrapparci morbosamente ad esso?

Il cantico di Anna e la ‘giustizia’ di Dio. Il cantico di Anna è un’esplosione di gioia che va oltre la sua vicenda personale, celebrando un Dio che “innalza gli umili e umilia i potenti” e “difende gli oppressi”. 

In che modo questa visione di un Dio che sovverte le situazioni e promuove la giustizia ci provoca nella nostra quotidianità? Dove e come siamo chiamati a riconoscere e a promuovere l’innalzamento degli umili nel nostro contesto?

Anna come modello per noi. 

Il testo presenta la sua figura come un “inno alla fede, alla perseveranza e alla gioia”.  

Quali aspetti del suo percorso (dalla sterilità alla gioia, dalla preghiera alla profezia) ci ispirano maggiormente oggi? 

 

Concludendo in preghiera 

 

O Spirito Santo, che hai visitato il cuore afflitto di Anna, ascolta il nostro grido che sale dalle profondità dell’anima. Tu che trasformi la sterilità in fecondità, e cambi il lamento in canto di giubilo, sciogli ogni nodo di tristezza e di attesa. 

Rendici umili nel presentarti le nostre suppliche,  e generosi nel consacrarti i frutti della tua grazia, riconoscendo che ogni dono perfetto viene da te. Fa’ che il nostro cuore esulti nel Signore, e che la nostra bocca proclami la sua salvezza, perché non c’è santo come il Signore, 

e non c’è roccia come il nostro Dio. Amen   Padre nostro 

3 avvento 2025.pdf 

 

SERVIRE LA VITA, SERVIRE LA GIOIA DI VIVERE

3 -  Catechesi di Avvento 2025

Spezzare il giogo, accogliere la gioia

 

PREGHIAMO INSIEME

Signore Gesù, maestro della Parola, concedici la grazia di un ascolto perseverante, 

che non si stanchi mai di cercare il Regno. Aiutaci a superare le distrazioni e le difficoltà, 

a rimanere fedeli a te anche quando  non ti comprendiamo pienamente,  certi che la Tua voce  ci guida sempre. Amen.

 

LA PAROLA DI DIO

Dal libro di Isaia (8,21–9,6)

21Egli si aggirerà oppresso e affamato, e, quando sarà affamato e preso dall’ira, maledirà il suo re e il suo dio. Guarderà in alto 22e rivolgerà lo sguardo sulla terra ed ecco angustia e tenebre e oscurità desolante. Ma la caligine sarà dissipata, 23poiché non ci sarà più oscurità dove ora è angoscia.

In passato umiliò la terra di Zàbulon e la terra di Nèftali, ma in futuro renderà gloriosa la via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti.

Is. 9 1Il popolo che camminava nelle tenebre  ha visto una grande luce;

su coloro che abitavano in terra tenebrosa

una luce rifulse.

2Hai moltiplicato la gioia, 

hai aumentato la letizia.

Gioiscono davanti a te

come si gioisce quando si miete

e come si esulta quando si divide la preda.

3Perché tu hai spezzato il giogo che l’opprimeva,

la sbarra sulle sue spalle,

e il bastone del suo aguzzino,

come nel giorno di Madian.

4Perché ogni calzatura di soldato 

che marciava rimbombando

e ogni mantello intriso di sangue

saranno bruciati, dati in pasto al fuoco.

5Perché un bambino è nato per noi,

ci è stato dato un figlio.

Sulle sue spalle è il potere

e il suo nome sarà:

Consigliere mirabile, Dio potente,

Padre per sempre, Principe della pace.

6Grande sarà il suo potere

e la pace non avrà fine 

sul trono di Davide e sul suo regno,

che egli viene a consolidare e rafforzare

con il diritto e la giustizia, ora e per sempre.

Questo farà lo zelo del Signore degli eserciti.

 

COMPRENDERE LA PAROLA

INTRODUZIONE

 

Dalle tenebre alla luce 

Il profeta Isaia, nell’VIII secolo a.C., è un faro di speranza per Israele, segnato da crisi, divisioni e minacce assire. Il suo messaggio si affida all’intervento divino, e il cap. 9 di Isaia risuona come un inno alla luce e alla gioia che sorge dall’ombra. La profezia di Isaia, si apre descrivendo i giorni oscuri che affliggono le tribù settentrionali (Zabulon, Neftali, Galilea), alludendo così alle invasioni assire. Segue l’annuncio di una salvezza inattesa, legata alla nascita o all’intronizzazione di un Re liberatore, membro della dinastia del Re Davide. 

La prima parte del brano (8,21-23) dipinge un popolo “affranto, affamato”, “sospinto in mezzo a fitte tenebre”.  È uno scenario desolante, da cui improvvisamente sorge una luce nuova, simbolo di vita e ripresa della speranza. 

Si anticipa questo capovolgimento, per cui le regioni più colpite e confuse – la “regione delle Genti” (Galilea) – saranno le prime a sperimentare questa gloria. Il cambiamento avviene senza merito umano, sottolineando il carattere gratuito dell’intervento di Javè. 

 

Analisi e commento del testo

 

I vv. 1-2 ci presentano la speranza con le immagini  della luce e della gioia: «ha visto una grande luce […] una luce rifulse». 

Le tenebre, simbolo del nulla e della morte, sono cancellate dalla luce; anche in Gen 1,1 il buio è totale, ma poi echeggia una Parola, «sia la luce», ed inizia la creazione.  Isaia vuole predire una creazione nuova, una vita nuova; finalmente l’uomo può tornare a guardarsi attorno, a vedere, a realizzarsi perché non si sente più minacciato, c’è Dio con lui. Le tenebre sembrano richiamare l’idea della «notte oscura dell’anima», quella in cui non solo sembra essersi oscurata qualsiasi prospettiva di futuro, ma anche il presente appare privo di senso. Quando la fede vacilla e la speranza riduce al minimo il suo barlume, si brancola nel buio. Quale soluzione si prospetta in questo caso? Per Isaia, con i nemici che incalzano alle porte di Giuda, con il malvagio re Acaz sul trono, la speranza viene guardando all’erede al trono, ad un “erede-bambino” del quale egli profetizza la venuta; se il passato ha riservato umiliazione, il futuro assicura riscatto.  In altre parole: il profeta, anch’egli pienamente immerso, insieme al popolo, nelle “tenebre” del dolore, riesce tuttavia a vedere una grande luce (v. 1).  L’intrepida speranza che lo caratterizza, lo ha aiutato a intravvedere un tenue riflesso di luce nonostante l’angoscia asfissiante dell’oscurità. Il battezzato è capace di fare altrettanto: sostenuto dalla fede e illuminato interiormente dalla speranza, egli ha la capacità di “trasfigurare” il presente, di vedere, anche nel dolore, una luce; anche nella notte, un’aurora, un’alba che s’annuncia; anche nello sconforto, un abbraccio che sta per scaldare.

Al v. 2 per cinque volte si ripete il concetto della gioia: «hai moltiplicato la gioia […] aumentato la letizia». Il termine “gioia” è sempre strettamente legato alla luce: per vivere in questo mondo non come in un luogo di minaccia, questa vita non come un peso, è indispensabile la presenza di Dio sul singolo come sul popolo.Sempre in questo versetto ci vengono offerte altre due immagini, tipicamente caratterizzanti un popolo rurale come quello dell’antico Israele: l’immagine della mietitura e della caccia. 

Entrambi le rappresentazioni fanno riferimento a due momenti di festa per il popolo semita, perché, sia nell’uno che nell’altro caso, si eleva a Dio una lode di ringraziamento per il raccolto abbondante dei campi e per la fruttuosa battuta di caccia, alimenti indispensabili per la propria sopravvivenza.

Potremmo anche noi domandarci se riusciamo a coltivare quel giusto senso di gratitudine, al Signore e agli altri, per tutto il bene che ci vede beneficiari.  La gratitudine non è mai soltanto espressione della riconoscenza che pure dovrebbe caratterizzare ogni persona, ma è sempre capacità di riconoscere che noi non bastiamo mai a noi stessi, che ognuno “partecipandosi” all’altro, lo aiuta a “completarsi”.

Per quale motivo Isaia (e il popolo con lui) continua ad alimentare la speranza?  La risposta è nei tre versetti successivi: 3-6. Al v. 3 vengono scanditi tre “interventi” che Dio ha operato a favore del popolo:  «hai spezzato il giogo che l’opprimeva», 

[hai spezzato] «la sbarra sulle sue spalle» e [hai spezzato] «il bastone del suo aguzzino».

Il primo motivo della speranza è la libertà. Le immagini si riferiscono alla modalità con cui gli uomini, durante la deportazione degli Israeliti del Nord, erano costretti, forniti di un pesante giogo o una trave, perché non scappassero, a camminare con le bastonate.

Al v. 4 si afferma che, stranamente, la speranza nasce “da un rogo”.  Ogni simbolo di guerra, come le calzature del soldato o il mantello macchiato di sangue, sarà bruciato.

Il fuoco cancellerà ogni traccia di sofferenza e di angoscia; esso è simbolo di distruzione, ma anche di purificazione.

Al v. 5 si fa, finalmente, esplicito riferimento al bambino, che incarna, nella sua persona, la speranza. Egli è dono di Dio (il verbo è al passivo: ci è stato dato) e a lui solo spettano gli straordinari attributi che venivano riferiti ai re:

Consigliere ammirabileè un titolo che rimanda alla politica interna. Questo bambino sarà saggio come Salomone, capace di grandi decisioni e non folle e temerario come i suoi predecessori e farà meraviglie, cioè saprà governare rettamente, perché in piena sintonia con il Signore.

 Dio potenteè un titolo che riguarda la politica estera. Egli è chiamato come l’Innominabile (Dio) e ciò sta ad indicare lo stretto legame che il bambino avrebbe avuto col Signore; indica la capacità di portare a termine i suoi progetti senza che alcuno glielo possa impedire. Dio lo proteggerà e lo guiderà a favore del suo popolo.

Padre per sempreEssendo re è anche “padre della patria”, ma la sua paternità non è circostanziata nel tempo e nello spazio, ma è duratura. È un padre e, per questo, è a servizio del suo popolo, del quale si prenderà cura.

Prìncipe della pace. Egli non sarà principe di nuove conquiste, ma di pace, l’unica incommensurabile ricchezza che porta con sé quei doni e quei beni che ogni persona ed ogni comunità ricerca.

Con l’annuncio dell’avvento di questo bambino che sarà l’Emmanuele si chiude questo “affresco” di speranza. Questa speranza non è un sogno, non è un mito, ma si concretizzerà realmente nella persona di Gesù che “eserciterà” il suo dominio soprattutto a favore dei più deboli e dei più poveri. Politicamente impotente e ridotto in schiavitù, Israele può sperare nella liberazione e nella salvezzaunicamente in virtù dell’onnipotenza del suo Dio che, nell’ora decisiva, susciterà colui che diverrà suo strumento.

Anche noi, che ci prepariamo a celebrare il grande evento dell’Incarnazione, siamo incoraggiati a credere e a sperare che l’ultima parola, anche in un momento difficile della vita, è data a Dio che mai ci abbandona. Le tenebre, come ascolteremo nel Vangelo del giorno di Natale, non hanno vinto la luce. Gesù sarà un Messia che viene nella debolezza di un bambino; un re che non si propone con l’unica forza che conosce: l’amore.

 

RIFLETTERE SULLA PAROLA

 

La voce di Isaia riecheggia fino ad oggi per noi. Ci invita a riconoscerci pellegrini che attraversano lo spazio per sapersi uniti nel medesimo tempo. Il suo ascolto ci chiama ad essere un popolo che non si riconosce tale solo perché ha una stessa storia, ma anche perché sa camminare insieme, unito nella solidità di una comunione che nasce da una promessa di Dio

Si può essere popolo, si può camminare fisicamente insieme e, tuttavia, restare avvolti nelle tenebre. Non basta allora, semplicemente, camminare insieme per affrontare le difficoltà della vita; non basta stringere alleanze rassicuranti per sentirsi più forti. C’è bisogno di qualcosa di più e di altro che va accolto come luce che viene dall’alto, che illumina il cammino e ridoni la vista e la speranza.

Il momento storico che viviamo è faticoso per il mondo e per la Chiesa. Viviamo un tempo difficile da leggere, interpretare e orientare.  Cadute le false certezze, siamo anche noi un popolo che cammina nelle tenebre; siamo un popolo che è disorientato e confuso.  Ciò ci insegna che non bastiamo a noi stessi e che siamo legati gli uni agli altri attraverso una ‘interconnessione’ vitale, che precede i rapporti economici, politici e sociali; che le nostre vite sono interdipendenti. 

In questo momento anche noi abbiamo bisogno di una luce che illumini il nostro cammino: «Il popolo che camminava nelle tenebre, vide una grande luce»

Imparare a vedere può essere un dono da chiedere ed esercitare in questo tempo. 

Vedere la luce è osservare ma anche incontrare; è far riposare gli occhi su qualcuno, su qualcosa; è l’inizio di un’attenzione; è la soglia attraverso la quale entra il mistero dell’altro in noi; è l’esercizio di un coinvolgimento che fa uscire dall’apatia dello spettatore e dall’angoscia del depresso; è l’uscio da cui ammirare la straordinarietà di ciò che è bello; è un’apertura della mente alla conoscenza di qualcosa di più grande di quanto si possa pensare; è gioia di non sapersi soli o chiusi in sé stessi, ma aperti a chi e a tutto ciò che è distinto e diverso da noi.

Vogliamo dire al Signore, insieme al profeta, «Hai moltiplicato la gioia».  Sì, la luce del Signore apre gli occhi e accende in noi la gioia. 

Oggi una gioia ci è annunciata: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore» (Lc 2, 9-10).

Il cammino di gioia e di speranza a cui è chiamata la nostra Chiesa di Bergamo può continuare con slancio sempre rinnovato se ci sono persone che lo vivono con la certezza che viene dall’incontro con il Dio che si rivela ‘piccolo’ nel volto di un bambino, aprendo il loro cuore ad accogliere il dono della vita c Quando si ha la gioia nel cuore, si è capaci di cooperare con serenità ed entusiasmo; di condividere i propri progetti; di suscitare nuove idee alle quali non si sarebbe mai giunti da soli. La gioia non è solo generata, ma è anche generativa, moltiplicandosi sia nel cuore di chi la vive ma anche nel cuore di chi ne resta contagiato.  La vera gioia, infatti, diventa reale solo quando la si condivide, mentre scompare quando la si trattiene gelosamente per sé. 

Nel variegato mondo degli affetti, la gioia è guida che anima, sostiene e spinge quel mondo interiore che indirizza tutte le forze verso la responsabilità che la speranza chiede per agire nell’oggi della storia. he in Lui ci è stato dato e che sempre ci è ridonato.

Quando si ha la gioia nel cuore, si è capaci di cooperare con serenità ed entusiasmo; di condividere i propri progetti; di suscitare nuove idee alle quali non si sarebbe mai giunti da soli. 

La gioia non è solo generata, ma è anche generativa, moltiplicandosi sia nel cuore di chi la vive ma anche nel cuore di chi ne resta contagiato. 

La vera gioia, infatti, diventa reale solo quando la si condivide, mentre scompare quando la si trattiene gelosamente per sé. 

Nel variegato mondo degli affetti, la gioia è guida che anima, sostiene e spinge quel mondo interiore che indirizza tutte le forze verso la responsabilità che la speranza chiede per agire nell’oggi della storia.

Tra queste: l’incapacità di ascolto reciproco che evita le domande implicite o esplicite di cambiamento, che i momenti di crisi ci pongono o ripropongono sempre; un’attività pastorale fondata sul ‘abbiamo fatto sempre così’ (cfr. Evangelii Gaudium, n. 33).

Insomma, un autentico cammino insieme è sempre ed inevitabilmente un cammino di conversione e di liberazione. 

 

LEONE XIV UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro Mercoledì, 1° ottobre 2025

 

Questo è il cuore della missione della Chiesa: non amministrare un potere sugli altri, ma comunicare la gioia di chi è stato amato proprio quando non lo meritava. 

È la forza che ha fatto nascere e crescere la comunità cristiana: uomini e donne che hanno scoperto la bellezza di tornare alla vita per poterla donare agli altri.

Cari fratelli e sorelle, anche noi siamo inviati. Anche a noi il Signore mostra le sue ferite e dice: Pace a voi.

Non abbiate paura di mostrare le vostre ferite risanate dalla misericordia. 

Non temete di farvi prossimi a chi è chiuso nella paura o nel senso di colpa. 

Che il soffio dello Spirito renda anche noi testimoni di questa pace e di questo amore più forte di ogni sconfitta.

 

LA VITA MI INTERROGA 

• LUCE, LIBERTÀ E PACE SONO LE PROMESSE AD UN POPOLO CHE SI TROVA NELLE TENEBRE. 

C’È QUALCOSA, IN QUESTO MOMENTO CONCRETO DELLA VITA, CHE MI FA SENTIRE AL BUIO? 

Che cosa mi fa sentire schiavo? 

Cos’è che mi toglie la pace?

I doni arrivano da Dio attraverso un Bambino. 

Qual è il dono di Dio (una persona, un avvenimento... nella mia vita di oggi) che diventa motivo di speranza, che mi fa credere che sia possibile un cambiamento? 

Attraverso quali segni mi accorgo che Cristo sta lavorando nella mia vita?

Credo che Dio mi ami di un amore appassionato e geloso? 

Credo che le sue promesse di pace, libertà e luce, valgano anche per me?

 

Concludendo in preghiera 

 

O Spirito Santo, Luce che squarcia le tenebre, 

noi ti invochiamo perché la tua gloria risplenda. 

Tu che hai annunciato un Bambino nato per noi, un Figlio donato che porterà il giogo della pace, illumina i nostri cuori con la speranza che non delude. 

Fa' che riconosciamo in ogni segno la tua potente opera, e che il nostro sguardo si volga al Principe della Pace, Consigliere Ammirabile, Dio Potente, Padre per sempre. 

Concedici di camminare nella gioia della tua presenza, e di essere portatori della tua salvezza fino ai confini della terra, per la gloria del tuo nome. 

Amen.

 

Padre nostro 

 

 

4 avvento 2025.pdf 

 

SERVIRE LA VITA, SERVIRE LA GIOIA DI VIVERE

4 -  Catechesi di Avvento 2025

L’alba della gioia

 

PREGHIAMO INSIEME

Spirito di gioia, riempi il nostro cuore di letizia mentre ci accostiamo alla Tua Parola. 

Fa’ che l’ascolto sia per noi fonte di consolazione e di esultanza, anticipo della Tua presenza che illumina e rincuora. Donaci di riconoscere in ogni circostanza la buona notizia del Tuo amore che salva. Amen.

 

LA PAROLA DI DIO

 

Dal vangelo secondo Luca (2,1-15)

1In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. 2Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. 3 Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. 4 Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. 5 Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta.6 Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. 7 Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio.8 C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. 9 Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, 10 ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: 1 oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. 12 Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».13 E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: 14 «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».

15 Appena gli angeli si furono allontanati da loro, verso il cielo, i pastori dicevano l’un l’altro: «Andiamo dunque fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere». 

 

COMPRENDERE LA PAROLA

INTRODUZIONE

 

Siamo verso la fine del "vangelo dell'infanzia" nella versione di Luca. Il vangelo dell’infanzia non fa altro che prepararci all’evento salvifico già annunziato dai profeti.Il brano è semplice, suggestivo.
Punto centrale della narrazione sono le parole dell’angelo ai pastori, che riguardano il senso gioioso dell’avvenimento e la professione di fede in Gesù Salvatore. 

Dio entra nella vita degli uomini fuori dal tempio, dai suoi incensi e dalle case degli uomini, sente di dover chiamare a raccolta gli uomini per questo avvenimento in un luogo lontano e fuori dalla “Città”.

vv. 1-3: In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città.

Nel presente versetto, Luca vuole indicare il contesto storico della nascita di Gesù e allo stesso tempo di mostrare che l'azione divina si serve di questo decreto di Cesare. Ciò offre un pretesto per il viaggio: un pretesto, poiché tali censimenti si fanno sempre nella località di residenza, non in quella di origine.

Ciò che è importante è che in un contesto storico vi è un annunzio di salvezza. 

Vv 4-5: Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta.

Luca qui sottolinea «casa», “famiglia” cioè l’origine davidica di Giuseppe. Di Maria é detto per la prima volta, che é incinta ma la chiama “fidanzata” “promessa sposa”. In Mt 1,18-25 sappiamo che Giuseppe ha condotto Maria nella propria casa ed ha giá superato i suoi dubbi personali sulla strana gravidanza. 

Ma Lc. presentando una fidanzata incinta in viaggio vuole lanciare una provocazione: nel raccontare i fatti fa emergere che Giuseppe porta con sé Maria: le donne non dovevano farsi registrare, dunque la giovane puerpera avrebbe potuto rimanere a Nazaret. Luca, però, vuole mostrare che ella è considerata a pieno titolo legale membro della famiglia di Davide.

Vv 6-7: Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c'era posto nell'alloggio.

 

Il luogo è Betlemme. Nell’AT é importante soprattutto come luogo dell’origine della stirpe di David. Il luogo è la casa, è la famiglia parole sottolineate dall’evangelista Luca. 

In questo luogo Luca ci ha condotti senza però precisare nulla. 

Maria dà alla luce il suo primogenito. Il termine “primogenito” non indica che Maria abbia avuto altri figli dopo la nascita di Gesù. Il primo figlio - anche se non ne fossero nati altri in seguito – era sempre chiamato primogenito, per designare i diritti e i doveri che lo riguardavano (cfr. Es 13,12: “Riscatterai ogni primogenito dell’uomo tra i tuoi figli”; Es 34,19: “Ogni essere che nasce per primo nel seno materno è mio”). 

I movimenti che fa Maria (lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia), sono gli stessi movimenti che si faranno alla morte di Gesù. Gesù sarà segnato fino alla morte da questa estrema povertà. 

Non si tratta solo dell'indigenza materiale della sua famiglia. C'è molto di più. Gesù, il Verbo fatto carne, "venne fra la sua gente, ma i suoi non l'hanno accolto" (Gv 1,11). 

E la mangiatoia ne è il simbolo: “il bue riconosce il suo proprietario e l’asino la mangiatoia del suo padrone, ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende”. (Is 1,3). 

C'è qui il grande mistero dell'incarnazione. Paolo dirà che "da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché diventaste ricchi per mezzo della sua povertà" (2 Cor 8, 9).

Anche un alloggio diviene simbolo di una povertà e di un rifiuto che troverà il suo culmine nel rifiuto assoluto, di lui nel processo davanti a Pilato, Più tardi Gesù dirà “il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”.

v. 8: C'erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all'aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge.

Luca indica i pastori perché questi sono coloro che godono di una cattiva reputazione: sono spesso considerati ladri e disonesti. I pastori, sono coloro che occupano il gradino più basso della scala sociale sono i primi ad essere coinvolti dalla nascita di colui che ha per madre un'umile donna ed è "inviato a portare ai poveri il lieto annunzio. Il neonato è già colui che sarà accessibile ai peccatori e mangerà alla loro tavola. Proprio queste persone sono coloro i quali vegliano per sorvegliare il gregge. 

C’è una capacità di attenzione in loro che in altri non si riscontra.Luca, è sensibile nel mettere in evidenza che Dio consegna se stesso ai semplici; 

vv 9-10: Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l'angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo.

Proprio a queste persone capaci di vegliare il gregge, il vero Guardiano del gregge li chiama.

Questi avvolti dalla gloria di Dio, cioè dalla sua Presenza, dalla sua Rivelazione sono riempiti interiormente dall’amore di Dio, dalla sua stessa passione.

La luce non sta semplicemente davanti a loro ma li avvolge, entra nella loro vita, essi accolgono quell’annuncio che non è per loro soli, ma è una luce che è per tutto il popolo.
Custodi di un gregge ora sono custodi di un mistero da conoscere e poi irradiare a tutti.
I pastori sono presi da timore perché si trovano di fronte a qualcosa, non solo d’imprevedibile e impensabile, ma anche ad un’azione che riscontriamo solamente nelle manifestazioni di Dio dell’AT.

Però il Signore rassicura, conforta con la sua Parola di salvezza. 

Quel timore che coinvolge immediatamente ed emotivamente ora trova un’apertura di significato grazie all’angelo del Signore, interprete luminoso dei fatti oscuri conducendo alla gioia vera.

La gioia presente in tutto il vangelo lucano é una caratteristica della fede nell’itinerario salvifico. 

È una gioia che non si affievolisce e non si stabilizza, ma cresce all’infinito perciò l’angelo dice: vi evangelizzo, c’è qui qualcosa proprio per voi, vi immergo in una realtà per voi assolutamente inedita.

V 11: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore.

Si rinnova quel prodigio, ma Luca scrive “oggi”,  è un termine teologico e difficilmente cronologico. Luca non fa altro che far entrare nel “tempo di Dio”.Altri episodi del vangelo o della sacra scrittura: “oggi è entrata in questa casa la salvezza”, “ascoltate oggi la sua voce del Signore”…. ”oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi”,  “oggi sarai con me nel paradiso”, 

“oggi ti ho generato.”.C’è un “oggi” che si relaziona nel qui ed ora con ciascuno e con tutti, una storia che diventa storia di salvezza. Qui è il centro del racconto: l’iniziativa di Dio non è parola ma “Carne, Corpo”, presenza incarnata, profondamente dentro la storia, la mia, la tua, la nostra storia. Egli è Dio, l’annuncio si presenta ancora difficile per molti. Nei versetti precedenti abbiamo appreso il nome del bambino, qui l’angelo del Signore, annunciando la nascita di Gesù non lo chiama con il nome proprio ma con tre titoli teologici: Salvatore; Cristo; Signore. In questi titoli teologici è racchiusa una professione cristologica riassunta dall’angelo stesso. Luca non fa altro che insistere sulla signoria di Gesù e sulla sua missione di salvezza. In altre parole la sua signoria è la nostra salvezza. 

 

 

Vv 12-14: Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia. E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».

L’annuncio dell’angelo ai pastori è accompagnato da un segno, come per l’annuncio a Maria; la cugina Elisabetta al sesto mese, il bambino nella mangiatoia per i pastori, sono i segni che accompagnano la fede di chi ha il desiderio di ascoltare, vedere, incontrare, servire il vangelo che è lieta notizia. 

È la predicazione dell’evento da accogliere e da testimoniare così come cantano gli angeli: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace tra gli uomini, che egli ama”.  Ciò manifesta la potenza divina e svela finalmente la sua misericordia.

 

RIFLETTERE SULLA PAROLA

 

La nascita di Gesù, evento che troppo spesso è utilizzato per fini commerciali, banali... lontani dalle intenzioni di cui, circa duemila anni fa, ci ha trasmesso queste belle notizie.È importante, tuttavia, ricordare che questa nascita è stata il momento iniziale di una vita, per noi unica, che ci ha permesso di considerare in modo nuovo e convincente la nostra relazione con la Fonte della Vita e dell’Amore: Dio. La relazione personale con tutti noi è il modo con il quale il Maestro di Nazareth ha impostato la sua vita. Non c’è persona al mondo che, per vivere un’esistenza soddisfacente, possa farne a meno. Dove non c’è relazione c’è sopruso, imposizione, violenza. Dove c’ Come sappiamo, la fiamma che Gesù ha acceso è stata spenta quando si è capito che stava diventando troppo pericolosa per il potere, soprattutto per quello religioso. Ma, dopo aver covato un po’ sotto la cenere, ha ripreso vigore ed è giunta fino a noi e oggi, più che mai, è importante alimentarla. Molte e molti nel mondo ci stanno provando. Proviamo anche noi a unirci a queste braccia, a queste voci.

Proprio nelle zone che oltre duemila anni fa sono state il contesto della nascita di Gesù si stanno consumando orrori che si fa fatica persino a nominare e che sembrano non lasciare spazio alla speranza. è si possono aprire spazi di collaborazione, di aiuto, di speranza.

Anche nella terra di Gesù, in questi giorni, vediamo molte persone tornare, pur senza particolari garanzie, alle loro case, anche se sono quasi tutte distrutte. È un segno di speranza che va sostenuto: come si può, ma va sostenuto. Il mondo sotto il nostro sguardo non ci offre adesso un panorama confortante. Tra nuove guerre e conflitti dimenticati la pace sembra un sogno lontano e forse impossibile. La paura impietrisce molte persone e rende esitanti anche noi che cerchiamo di percorrere il sentiero iniziato da Gesù.

Gesù ha testimoniato con forza una fede incrollabile nella pace e nella giustizia. 

Il suo rapporto di familiarità filiale con Dio è stato fondamentale nel suo percorso personale, il cui obiettivo era la realizzazione del Regno dei cieli, un sogno di pace e di uguaglianza, per cui impegnarsi fino alle estreme conseguenze.

“Pace in terra alle persone che Dio ama”; recita il Vangelo di Luca. Dio ama

incondizionatamente ogni persona. 

Allora la pace è forse un dono preconfezionato elargito da Dio all’umanità? 

Il dono che riceviamo è il sostegno pieno di Dio alla nostra ricerca, al nostro percorso in cui la naturale speranza nel futuro si concretizza nelle azioni di condivisione e nel rispetto della diversità che sono la sostanza della giustizia e la strada per la pace.

Spesso percepiamo che in qualche modo il sogno di Dio ha un suo riflesso già dentro di noi e la nostra ricerca della pace si sviluppa anche attraverso un cammino interno, di semplificazione e di liberazione dalla paura.  Ma il riflesso che conta oggi più che mai è quello che noi siamo in grado di proiettare verso l’esterno.  Noi dobbiamo essere costruttori di quella pace nel mondo che Gesù ha predicato nella sua breve vita pubblica. Noi possiamo spargere semi di pace nel mondo.

La pace che vogliamo realizzare è dinamica, diversa da un illusorio rovesciamento del senso comune. 

La pace deve essere “normale”; piuttosto che una straordinaria, miracolosa cessazione di conflitti. 

La pace deve appartenere al nostro comportamento quotidiano. 

Non c’è perfezione nel nostro sogno di pace, è invece la costruzione di un equilibrio che è fatto di bellezza, di scambio tra le persone, di ascolto, di mutuo sostegno. 

La pace deve essere un panorama che si trasforma e si arricchisce che cambia nel tempo come cambia il mondo. La pace deve essere fatta di corpi e di pensieri, di parole e di fatti lungo un percorso in cui attivamente seminiamo il progetto di Dio nel mondo.

 

Vivere il Natale significa entrare nel cammino di Gesù

Vivo un Natale cristiano se faccio nascere e rinascere continuamente in me e attorno a me l’impegno per una società più giusta, nonviolenta, senza discriminazioni.

Questa è stata la storia vera di Gesù; lui ha lottato tutta la vita contro i pregiudizi, perché la fraternità diventasse lo stile di vita quotidiana al posto del dominio, delle disuguaglianze, delle emarginazioni.

 

I retorici natali delle messe di mezzanotte, lo spettacolo televisivo dei discorsi del papa e le orge caritative di questi giorni sono vernici che coprono con un mantello religioso le ingiustizie e le ipocrisie.


Se gusteremo in questi giorni un po’ di riposo, se avremo momenti di dialogo e di convivialità semplice e gioiosa, se sapremo sostare un po’ in silenzio e in preghiera, potremo ricavarne un gran bene.

Sarà un’occasione per ricollocare più in profondità e per rilanciare con maggiore coerenza a partire da noi la voglia di generare relazioni nuove, per non abbandonare né il sogno né l’impegno per un mondo più bello.

Non lasciamoci troppo rapire dal bue e dall’asinello, dallo svolazzo degli angeli, da Maria vergine… 

La poesia natalizia può essere feconda, stimolante, se non è evasiva.

Dio ancora una volta ci ricorda, attraverso la figura di Gesù, che è possibile orientare la nostra vita verso un mondo più giusto e felice anche a piccoli passi, anche con le piccole possibilità che ci offre la nostra esistenza quotidiana

 

La vita mi interroga 

 

In che modo riconosco oggi la presenza e l’azione di Dio in mezzo agli avvenimenti della storia e alle decisioni prese dai “potenti di questo mondo”, anche quando sembrano distanti o contrarie ai valori spirituali?

C'è posto per Gesù nella mia vita? 

Quali segni mi sta offrendo Dio della sua presenza

La scelta preferenziale per gli ultimi. 

L’annuncio della nascita del Salvatore è rivolto per primi ai pastori, persone semplici ed emarginate. 

Chi sono i “pastori di oggi” nella nostra società? 

Come possiamo noi, come singoli o comunità, essere veicolo di “grande gioia” e speranza per coloro che si sentono dimenticati o ai margini?

Gesù è nato per portare gioia e pace. 

Quanto caratterizzano la mia vita questi doni? 

Sono portatore di gioia e di pace per gli altri?

Cosa significa per me la parola Salvatore, da cosa vorrei essere salvato?

 

Concludendo in preghiera 

 

Spirito Santo, Luce che avvolge, 

ti preghiamo. 

Rivelaci anche oggi la tua opera 

nella nostra storia, 

affinché possiamo riconoscere 

la tua salvezza 

nelle piccole cose e nelle scelte umane. 

Donaci un cuore semplice, 

capace di accogliere la “grande gioia” che nasce dall’umiltà, 

e guidaci a diffondere 

questa buona novella 

nelle “notti” del nostro tempo. 

Amen. 

 

Padre nostro