SETTEMBRE 2022

 
 
 
SETTENARIO
IN ONORE DELLA MADONNA DEL PIANTO - ALBINO
 
 
 
 
DA LUNEDI 12 A SABATO 17
SANTE MESSE ORE 7,30 e 17,00
 
 
SABATO 17 ORE 20,30        PROCESSIONE DALLA CHIESA PARROCCHIALE
                                              AL SANTUARIO
                                              (Via Duca D’Aosta, Via Mafalda di Savoia)
 
 
DOMENICA18 SETTEMBRE
SANTE MESSE ORE 7,30 – 9,00 – 10,30 – 17,00
 
 
 
 

VENERDI 16 SETTEMBRE ORE 16,00 ADORAZIONE EUCARISTICA E S. ROSARIO

 
 
DOMENICA 18 SETTEMBRE ORE 15,00 RECITA DEL VESPRO E S. ROSARIO
 
 
LUNEDI 19 SETTEMBRE ORE 7,30 SANTA MESSA PER TUTTI I COLLABORATORI

Preghiera di Papa Francesco

 

O Maria,

tu risplendi sempre nel nostro cammino

come segno di salvezza e di speranza.

Noi ci affidiamo a te, Salute dei malati,

che presso la croce sei stata associata al dolore di Gesù,

mantenendo ferma la tua fede.

 

Tu, Salvezza del nostro popolo,

sai di che cosa abbiamo bisogno

e siamo certi che provvederai

perché, come a Cana di Galilea,

possa tornare la gioia e la festa

dopo questo momento di prova.

 

Aiutaci, B.V. del Pianto,

a conformarci al volere del Padre

e a fare ciò che ci dirà Gesù,

che ha preso su di sé le nostre sofferenze

e si è caricato dei nostri dolori

per condurci, attraverso la croce,

alla gioia della risurrezione. Amen.

 

Sotto la Tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio.

Non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova,

e liberaci da ogni pericolo, o Vergine gloriosa e benedetta.

 

3 Ave Maria

Salve Regina

 

LUNEDI 12 SETTEMBRE

 

"LA MADRE ADDOLORATA STAVA IN LACRIME PRESSO LA CROCE SU CUI PENDEVA IL FIGLIO. (Gv. 19,25-27)

 

            Penso che per molti di voi sia un'esperienza abbastanza abituale quella di mettersi davanti a un crocifisso e lasciare che la croce parli e il nostro cuore entri in comunione con Gesù in croce.

            In quella croce innalzata da terra c'è il punto di congiunzione tra Dio e l'uomo e tra l'uomo e Dio.

            Quella croce è la chiave che riapre quella porta chiusa a causa di un altro albero (quello del bene e del male) con un frutto "bello a vedersi e gustoso a mangiarsi". Qui invece c'è un frutto arrossato di sangue, appeso ad un legno perché chiunque ne mangi può essere risanato.

            Quella croce è come un patibolo, segno dell'uomo che, per difendere il suo potere e i suoi interessi mascherati di giustizia, ha eretto forche, condannato, ucciso, inchiodato, impiccato dei fratelli. L'uomo che ha usato del dono della propria intelligenza per studiare accurate torture, sofisticati strumenti di morte, pulizie etniche, uccisioni di massa, morti bianche…             

            Ebbene, la croce, segno di male, è divenuta, per la misericordia di Dio, il segno del perdono, della salvezza.

            Fin da bambini siamo stati segnati dalla croce, ci siamo 'rivestiti' della croce, in essa abbiamo benedetto il tempo come dono di ogni giorno, essa ci ha garantito il perdono di Dio.

            In quella croce ci sono le sofferenze di tutti gli uomini della terra, ma soprattutto sono rappresentate le piaghe del Dio crocifisso e lì contempliamo insieme il dolore e l'amore: due cose che sembrano lontane, in Gesù sono diventate una cosa sola.

            Quel corpo martoriato del Signore in croce ci fa ripensare ai corpi martoriati da ogni guerra e inimicizia sulla terra.       

            Quelle mani immobilizzate e quei piedi inchiodati ci portano a pensare a tutti gli handicappati e inabili di questa terra.

            Ci sembra di sentire varie voci ai piedi di quella croce, da chi sogghigna, da chi chiede misericordia, e da quel petto ferito e da quel cuore aperto il mio Dio morendo promette: "oggi sarai con me in Paradiso" e, risorto manterrà il suo petto aperto, pronto ad accoglierci per sempre. In quel cuore aperto io e voi possiamo trovare rifugio, tenerezza, calore, perdono.

            Maria che con-patisce la croce di Gesù ci permette di continuare la contemplazione della croce.

            Quali sono le grandi opere che Maria ha fatto? Nulla di particolare, ma Maria ai piedi di quella  croce c'era. Maria, è Colei che si è fatta trovare lì in quel momento di sofferenza e di morte. Ai piedi della croce la Madonna non è una figura decorativa, espressione dei buoni sentimenti di pietà umana.

            E' lì perché corredentrice. Il suo dolore non è figura, è dolore vero, concreto, da infarto, di una madre che vede morire il proprio Figlio in una maniera terribilmente atroce; Lei vede il frutto del suo grembo piagato, distorto, grondante sangue; ogni ferita del Figlio è ferita della Madre; è il dolore di una donna di fede che grida come suo Figlio al Padre: ".. se possibile.. allontanala la croce", ma non sente risposta; "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?", e prova il silenzio di Dio.

            E' il dolore di una donna che ha vissuto il mistero di un figlio, il Figlio di Dio e vede suo figlio e il suo Dio in croce, impotente.

            E' colei che ha sentito e vissuto la predicazione del Figlio, che ha partecipato alla vita dei primi amici di suo Figlio ed ora li vede dispersi.

            E' Colei a cui viene chiesto di farsi carico, come figli, di coloro che stanno facendo morire in croce suo Figlio per i quali anche lei deve pregare come Gesù: "Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno".

            Maria, tu non hai fatto nulla, ma c'eri. Noi rischiamo di voler far molto, ma di non esserci. Vogliamo servire il Signore, organizziamo incontri, parliamo, discutiamo nel suo nome ma poi, scappiamo volentieri quando quella croce da pezzo di arredamento di una casa o di una chiesa diventa croce reale, letto di ospedale, tradimento subito, abbandono…

            Maria, Tu ci sei ancora, alla croce di tuo Figlio e alle croci dei tuoi figli, e il tuo dolore si rinnova ogni volta… sembra che non fai niente, come quel giorno, eppure fai più di tutti, perché tu ci sei e noi, come Gesù in quel momento, abbiamo bisogno soprattutto della tua presenza.

 

MARTEDI 13 SETTEMBRE

 

"CHI NON PIANGEREBBE AL VEDERE LA MADRE DI CRISTO IN TANTO SUPPLIZIO?". (Lc. 7,11-17)

 

            Ciascuno di noi avrà certamente osservato con meraviglia, direi quasi con senso di adorazione, una mamma con il suo bambino in braccio. Egli è sereno, tranquillo, solo accanto a lei si sente protetto, sicuro da ogni pericolo e minaccia.

            Gesù fu protetto dalle braccia e dal cuore di Maria quando era piccolo, ma ora le braccia e il cuore di Maria non lo hanno protetto dalla cattiveria mascherata di religiosità, dei ‘buoni’ che lo hanno condannato come bestemmiatore e lo hanno messo in croce. Anzi, il cuore di Maria, pur ferito, non si sarebbe mai opposto alla volontà di Dio.

            Ora le braccia di Maria sono tese verso quel corpo che lei gli ha formato e che ora è un corpo martoriato, sfigurato, sanguinante, percorso dai brividi e dalle convulsioni che ne preludono la morte.

            E Cristo, che come ogni uomo nell’approssimarsi della morte invoca il nome della madre, non può staccare le sue braccia da quel legno per trovare un rifugio sicuro sul cuore di Maria.

            Allora Gesù fa qualcosa di più per la Madre e per noi: ce la regala. Gli avevano tolto tutto, perfino i vestiti, gli rimaneva sua Madre: ci dona anche Lei.

            Da quel momento Maria cominciò ad amare ciascuno di noi con lo stesso amore con cui ha amato il Figlio divino perché ha compreso e provato a quale prezzo Egli ci riscattava dal peccato, rendendoci figli del Padre e fratelli suoi.

            Con una simile mamma al fianco, ora possiamo camminare sereni e sicuri, come ogni bambino vicino o tra le braccia di sua madre.

            Ricordiamoci di questo nel nostro quotidiano, ci aiuterà a rimanere sereni anche in mezzo alle tempeste della vita. Ci aiuterà a ricorrere spesso a Lei sia nei momenti belli che in quelli grigi della nostra giornata.

            Abbiamo una Madre che sa che cosa significa gioire e soffrire, che è passata attraverso la Grazia e attraverso il buio del mistero, che non ha capito tutto ma ha conservato tutto nel suo cuore, una mamma che ha amato immensamente Gesù e che ama dello stesso amore ciascuno di noi perché redenti dal suo sangue.

            La Chiesa, presentandoci Maria ai piedi della croce non vuole solo suscitare in noi sentimenti dì compassione per la Madre del Figlio di Dio che muore sulla croce, ma vuol metterci davanti il modello di Maria che ha condiviso in tutto la strada di Gesù.

            Il discepolo, infatti, è colui che partecipa alla vita del Maestro in tutto. Sente la sua voce, si affida totalmente a Lui ("avvenga di me quello che hai detto"), sa di essere un povero servo ("sono la serva del Signore"), ascolta la sua parola ("meditava in cuor suo tutte queste cose"), sa che Dio non lo abbandona ("fate quello che vi dirà"), esalta e loda Dio per le sue opere ("L’anima mia magnifica il Signore"), va discretamente dietro a Gesù ("c’è tua Madre che ti cerca"), partecipa alla passione ("ai piedi della croce c’era Maria") e alla risurrezione e alla missione ("E Maria pregava con loro").

            Maria, dunque, è modello del cristiano che come dice S. Paolo: "Deve portare sempre in se i segni della passione e morte di Cristo perché appaia anche il segno della risurrezione. Siamo infatti tribolati da ogni parte ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi".           Pensando al mistero della croce siamo sempre portati a pensare che in quell’ultimo momento della sua vita Gesù ci ha fatto ancora il regalo di sua Madre.

            Proviamo oggi a pensare anche ad un’altra cosa: Gesù ci ha anche affidato sua Madre, cioè noi poveri uomini abbiamo il compito di portare nella nostra vita Maria, in Lei noi portiamo la sua maternità, perché Cristo nasca al mondo, portiamo la sua umiltà perché il Vangelo sia il gioioso annuncio ai poveri, portiamo il suo dolore perché ogni dolore venga redento, portiamo la sua purezza perché il male sia vinto.

            Maria porta noi a Gesù ma noi dobbiamo portare Maria, e in Lei il mistero di Cristo, al mondo intero. Portare Maria non è certo un peso ma una gioia. Ai piedi della Croce, nel dolore, Maria ci ha generati ma proprio per questo, essendo suoi figli, noi dobbiamo manifestare al mondo i tratti di nostra Madre.

 

 

 

MERCOLEDI 14 SETTEMBRE

 

SANTA MADRE, FAI QUESTO: IMPRIMI LE PIAGHE DEL TUO FIGLIO CROCIFISSO FORTEMENTE NEL MIO CUORE”. (Gv. 3,13-17)

            Vi ripropongo in questa festa della esaltazione della croce una preghiera che avevo scritto alcun anni fa:

            Non mi piacciono le croci! Ma guardando alla cattiveria che ha inventato un simile supplizio  ripenso con dolore alle croci che noi uomini civili inventiamo ogni giorno.

            Le croci dell’ignoranza e del potere che tengono legati e crocifissi migliaia di bambini resi schiavi, obbligati a lavorare anche sedici o diciotto ore al giorno per poco meno di un dollaro per la loro fame e quella della loro famiglia, penso alle donne crocifisse da ciò che hanno di più bello, la loro stessa femminilità, e costrette a non contare nulla, a tacere e soffrire, penso alla presunta saggezza civile che fa marcire innocenti in prigioni o che ha inventato modi detti “meno crudeli” per giustiziare un uomo, dopo magari averlo fatto aspettare per anni nel braccio della morte.

            Penso alle croci che la voglia di potere e di denaro di alcuni ha messo sulle spalle di altri, alla croce della dipendenza alla droga, alla violenza, al sesso rubato e profanato per tante bambine povere, alla morte silenziosa per avvelenamento causata dalla negligenza di altri interessati solo a far soldi.

            E penso anche alle croci che ho costruito io, con il mio mettermi al centro del mondo, con il pensare di essere l’unico ad aver sempre ragione su tutto, alle croci che ho fatto pesare sulle spalle dei miei fratelli, mettendo sempre e solo in evidenze le loro mancanze, alle croci di sopportazione che ho fatto subire ai miei familiari quando davanti ad un loro errore ho voluto essere giudice insindacabile che punisce.

            Gesù, guardo alla tua croce e ti dico che non mi piacciono le croci, quelle della malattia, della solitudine, delle sofferenze, del non amore...             Eppure quante ce ne sono nel mondo! Tu sei riuscito a tramutare la tua croce in amore, io spesso bestemmio solo la croce senza riuscirci.             Aiutami a guardare a te! Ti hanno steso su quel letto di legno. Ti hanno inchiodato lì sopra. Avevano paura che fuggissi. E tu gridando per il dolore lo hai accettato.

            Gesù ti vedo inchiodato sulla croce come nel letto di quell’anziana che da tre anni non può più alzarsi e come è inchiodato suo marito che da tre anni con amore non abbandona quel letto, ti vedo sulla carrozzina, inchiodato a quelle due ruote come quel ragazzo nel pieno della sua giovinezza che sa che non potrà mai più né correre né camminare.

            Gesù la tua passione continua e, come ai piedi della croce leggo la tua passione negli occhi e nel cuore e nel corpo di tua madre, così la vedo continuare negli occhi, nel cuore e nel corpo di quella madre che ha portato il suo figlioletto in fin di vita all’ospedale e aspetta con ansia e tremore una risposta che si fa aspettare dai medici.

            Ma ti vedo anche solo, abbandonato. Dove sono le folle che solo pochi giorni fa gridavano: “Osanna”? dove sono i tuoi baldanzosi discepoli che promettevano di andare a morire con te? A parte Maria, Giovanni e quelle poche donne, ai piedi della tua croce non c’è nessuno.

            No, qualcuno c’è: la Chiesa dei giudei, ma sono lì solo per accertarsi che tu muoia davvero e la smetta di essere un fastidio per loro, per il loro perbenismo e per la loro religione ufficiale.

            Quante volte ti ho lasciato solo, quante volte davanti alla sofferenza ho preferito far finta di non vedere, nascondermi dietro i luoghi comuni, pensare che di sofferenza ce ne è già tanta nella vita senza aver bisogno di addossarsi anche quella degli altri.

            Signore, sei nudo su quella croce. Ti hanno voluto togliere anche la dignità di un po’ di pudore e penso ai nostri occhi indecenti che vogliono violare la dignità dell’uomo e della donna, e penso a quelle donne messe in vetrina o spogliate e violate nei giornali e nelle televisioni per soddisfare il gusto di una sessualità bacata, penso a quelle prostitute di cui noi ben pensanti ci scandalizziamo e vogliamo far piazza pulita, che venute per un sogno di libertà si sono trovate costrette a suon di botte e di violenze a questo mestiere che certamente non amano.

            Signore stai soffocando, il dolore, il tuo peso ti fanno mancare l’aria, ogni tuo respiro è un rantolo doloroso uguale al rantolo a volte protratto per giorni dei moribondi. Eppure tu hai ancora la forza per parlare, per dirci qualcosa. Non sono le parole dell’eroe. Tu gridi anche il tuo dolore, tu senti la sofferenza sia fisica che morale e come uomo provi anche la presunta assenza di Dio al tuo soffrire, ma le tue parole sono soprattutto di donazione, di fiducia, di misericordia.

            Ti hanno spogliato e tu ti spogli anche di tua Madre, per donarcela. Ti abbiamo giudicato colpevole e reo di morte e Tu chiedi a tuo Padre di perdonarci. Quasi nessuno ti ha riconosciuto ed ha accettato il tuo invito alla salvezza e Tu assicuri ad un ladro, ad un crocifisso come te, il Paradiso.

            Anch’io, come te, davanti alla tua croce e alle croci del mondo e della mia vita, grido: “Dio dove sei?” ma poi continuo a guardate Te crocifisso e mi sembra di capire che Dio c’è in ogni prova in ogni lotta, in ogni dolore. Tu sei il crocifisso di sempre, tu stai patendo ogni nostro patimento, Tu redimi ogni nostra sofferenza, Tu sei il figlio di Dio morto e risorto in ogni momento, sei inchiodato alle nostre sofferenze per sempre ma sei anche il risorto che ha trasformato i segni del dolore in segni di vita che dura per sempre, che ha trasformato la vendetta in perdono.

            E allora ritrovo il bambino che spesso ho seppellito in me,  mi alzo e mi butto tra  quelle braccia aperte, inchiodate sulla croce, sicuro, nonostante la mia povertà di essere accolto, nella misericordia, e, nella fede di quell’abbraccio, riesco anch’io a balbettare: “Nelle tue mani, Signore affido il mio spirito”.

 

 

 

GIOVEDI 15 SETTEMBRE - ADDOLORATA

 

"FAMMI PIANGERE INTENSAMENTE CON TE, CONDIVIDENDO IL DOLORE DEL CROCIFISSO, FINCHE' IO VIVRO'"(Lc. 2,33-35)

 

            «Nelle lacrime di una mamma, li c’è il dolore della Vergine»

            Per veder piangere la Madonna non è necessario far molta strada, né interrogare questi o quelli che hanno veduto alla Salette, a Fatima, a Siracusa, a Ponte Nossa... Ogni qualvolta vedo una mamma piangere — ed è un fatto di tutti i giorni — vedo piangere la Madonna.

            Quando vidi piangere la mia mamma alla notizia della morte di mio fratello, quelle lacrime erano le lacrime della Madonna. Dove una mamma piange, c’è un calvario con sopra una croce, e ai piedi la Madonna che piange sulle pene di una sua creatura. Non c’è una lacrima di mamma che non le appartenga, come non c’è un figlio che non sia il suo e per il quale ella non piange quand’egli soffre.

            Non è necessario ch’io vada alla Salette o a Fatima o a Siracusa per ricordarmi delle lacrime della Madonna: però, quei luoghi mi confermano il miracolo di ogni momento, per cui la Madonna viene lodata per la sua umana pietà.

            Potete pensare che possa toccare una sorte diversa a colei che ai piedi della Croce, su cui moriva per noi il suo figlio divino, accettò al posto di lui, ogni figlio d’uomo? Come dev’esserle costato quel momento sentendo le parole che uscivano dalla bocca di Gesù Morente: «Donna, ecco il tuo figlio!».

            Quella sua disponibilità vale come il “fiat” di Nazareth: «Ecco la serva del Signore: sia fatto in me secondo la tua parola». La maternità divina della Vergine è mistero di gioia: la maternità umana ai piedi della Croce è un mistero di dolore ineffabile.

            L’annuncio di Gabriele trasvola in un dolcissimo mattino di marzo: la parola di Gesù: “Donna ecco tuo figlio” ha la pacata fermezza di un testamento scritto col sangue. Il primo ci dà “la benedetta fra le donne»; quest'ultimo regala la mamma a ciascuno di noi, e dona alla Madonna un cuore così largo e generoso, da poter accogliere al posto di Gesù, anche Giuda, Pietro, i ladroni, i farisei, i crocifissori e persino noi.

            Se non ci fosse questa immensa disponibilità nel cuore della Madonna, come tutto sarebbe piccolo quaggiù! E noi saremmo tutti senza mamma. Dolore che accoglie e  lacrime che consolano.

            Il sangue dei Martiri lava la terra: le lacrime della Regina dei Martiri, ammorbidiscono i cuori. Davanti a una mamma in pianto anche le pietre si spaccano: del resto quale cuore è così duro da resistere al pianto di una mamma?  

            Nel mistero della nostra Redenzione abbiamo il Sangue e le lacrime: il Sangue del Figlio, le lacrime della Madre.

            L’esempio del Padre che abbiamo nei cieli e che “fa piovere sui buon e sui cattivi”, spesso non basta a riempirci il cuore: a volte neanche l’esempio di Cristo, “l’uomo del dolore” che dà la vita per noi ci piega verso i fratelli con misericordia.

            Ci vogliono le lacrime della Madonna, ci vuole la sua Pietà per sfondare la resistenza dei nostri cuori.

            Le lacrime della Mamma sono più persuasive e insinuanti: come certe piogge lente e rade e senza vento, vanno in fondo, alle radici del sentimento e lo piegano verso la pietà.

            Gesù, sulla strada di Naim, si è fermato davanti alla bara del figlio unico, per le lacrime di quella povera Madre, vedova per di più. Il pianto di Marta e di Maria lo muovono al pianto prima ancora che al miracolo della risurrezione del fratello Lazzaro.

            Trovo giusto che la morte si fermi quando una mamma piange. Le lacrime della Madonna sono l’argine più valido contro l’impietrimento del cuore dell’uomo.

            Se Maria non piangesse lungo la via crucis di ogni creatura umana, se i suoi figli non la vedessero come piange in ogni mamma, la pietà avrebbe già lasciato la terra.

            La Madonna piange, non protesta: la Madonna piange, non impreca: la Madonna piange, non condanna. Eppure, su quelle lacrime, si indirizza ogni onda di bene.

            Madonna del Pianto, Signora delle lacrime, “affranta e calma, sfinita e vivificante, stanca e conciliante” piangete per noi.

            Ora e nell'ultima ora: quando avremo terminato la nostra vita, quando avremo tremato per gli ultimi spaventi, quando avremo rantolato i nostri ultimi rantoli.

            Signora delle lacrime, piangete per noi! Altro non vi chiediamo che l’ultimo posto nella vostra più piccola lacrima, o Madonna del Pianto, o Signora della pietà.

 

 

VENERDI 16 SETTEMBRE

 

"QUANDO IL MIO CORPO MORIRA', FA' CHE ALL'ANIMA SIA DATA LA GLORIA DEL PARADISO. (Lc. 1,39-56)

 

            Il corpo di una Donna, la madre di Gesù è stato portato in cielo ed è destinato all’eternità. Dio ci ha dato la vita, dono meraviglioso, ed essa è legata ad un corpo che con noi è cresciuto, che ci ha fatto soffrire e gioire; questo corpo, macchina meravigliosa, bello o meno bello che esso sia, ci accompagnerà fino alla fine dei nostri giorni; ma poi? La terra ritorna alla terra, tutto finisce in cenere? No, per noi cristiani sia Gesù, il Figlio di Dio, è vivo e con il suo corpo è tornato al Padre, sia la mamma di Gesù, primizia delle creature, è stata portata a Dio nell’eternità con il suo corpo.

            Maria diventa dunque la vera immagine della nostra umanità. Dio l’ha amata, ha pensato a lei da tutta l’eternità, l’ha chiamata, l’ha scelta. Lei è vissuta come tutti noi in mezzo alle gioie e alle prove, Lei ha avuto fede e nella sua vita ci sono stati pure momenti di buio nei quali doveva conservare nel cuore le cose che non comprendeva completamente, è passata attraverso il dolore della morte in croce di suo Figlio ed ha gioito pienamente della sua risurrezione, ha assistito gli apostoli ed ha partecipato alle vicissitudini dei primi cristiani e Dio ha voluto portarla con sé nella gioia eterna anche col suo corpo, quel corpo che ha generato l’umanità di suo Figlio, per essere l’anticipo e figura della nostra chiamata all’eternità anche con il nostro corpo.

            Per Dio noi valiamo nella nostra interezza: non solo la nostra anima è chiamata a vedere Dio, ma il nostro corpo misteriosamente è destinato all’eternità.

            Maria diventa dunque per noi segno di consolazione e di speranza e via al cielo, infatti in Lei non solo il peccato è stato vinto, ma anche la morte e dal cielo ci insegna come raggiungerla indicandoci la strada. 

            Maria non va a mani vuote nella casa di Elisabetta, lei porta Gesù, se stessa e la gioia. Noi abbiamo dei doni preziosi nella nostra vita, abbiamo Gesù che ci ha salvato, abbiamo la buona notizia del Vangelo, abbiamo i Sacramenti della chiesa, perché non portarli agli altri?

            Non è forse vero che quelle poche volte che abbiamo incontrato nella nostra vita un cristiano contento di esserlo (è ben diverso dall’esaltato) abbiamo a nostra volta provato nel cuore il desiderio di bontà, il senso della gioia? E allora perché agli altri ci accontentiamo di dare parole vuote, perché ci accontentiamo di essere compagnoni e non amici, perché quasi ci vergogniamo di parlare di Gesù, perché quelle poche volte che si accenna a Dio si deve o sempre discutere (il più delle volte di problemini di chiesa) oppure apparire sempre estremamente composti e seri?

            Gesù è si o no la nostra gioia? Siamo chiamati a finire in una tomba o siamo destinati al paradiso.

            Maria poi non è andata a fare una visita solo di cortesia a sua cugina, non è andata a far salotto e a prendere un caffè. E’ andata ad aiutare concretamente. All’Angelo aveva detto: "Sono la serva del Signore" e in quella casa ha fatto la serva, aiutando questi anziani in quel particolare momento della loro vita.

            Maria, la donna di poche parole, ma di tanto servizio ci richiama proprio a questo: "Se il tuo corpo e quello dei tuoi fratelli è destinato all’eternità perché non manifestare la tua fede nella risurrezione proprio con il servizio concreto ai tuoi fratelli?

            Pensiamo in questo momento in particolare ai malati, a quei corpi che non possono far bella mostra di se sulle spiagge, ma a quei corpi feriti, malandati, doloranti. Servire l’umanità che soffre significa affermare per noi e per i fratelli che crediamo davvero alla risurrezione anche dei corpi.

            Chi è destinato alla vita eterna non può che essere gioioso e contento. Non abbiamo forse anche noi mille motivi per ringraziare? La vita non ce la siamo data da soli, la fede neppure. Non è per merito nostro che Gesù è venuto a salvarci, i Sacramenti sono dei doni e così pure la parola del Vangelo,

            Con Maria impariamo a ringraziare e a lodare perché anche per noi Dio fa cose grandi e, dopo averci salvati e accompagnati nella vita terrena ci chiama anche ad una gioiosa eternità con Lui e con la nostra Madre che è già in cielo e che ci aspetta per far festa per sempre.

 

 

SABATO 17 SETTEMBRE

OMELIA 25 X ANNO C 2022 1-

 (prefestiva)

            Abbiamo visto, nelle domeniche precedenti, che chi vuole seguire il Signore e diventare suo discepolo deve lasciare tutto e subito; deve essere preparato a non avere dove posare il capo; deve scegliere, più che l'attivismo e le opere, la parte migliore, cioè l'ascolto di Gesù; deve attendere vigilante il ritorno del suo Signore e deve sforzarsi di entrare nel regno per la porta stretta della rinuncia, dell'umiltà e dell'obbedienza alla legge di Dio.

            Adesso Luca affronta un altro tema importante e inizia un grosso discorso intorno ai beni della terra e alle ricchezze di questo mondo, un tema che, come ben sappiamo, ci interessa molto da vicino. Abbiamo già ascoltato la parabola del ricco sciocco che accumula egoisticamente per sé e non per il regno dei cieli; questa domenica Gesù ci racconta la parabola del fattore infedele, ma furbo.

            Raccontando questa parabola Gesù non intende dire: i ricchi per entrare in paradiso devono aiutare i poveri. E nemmeno vuole presentarci come esempio da imitare un ladro matricolato come quell'amministratore infedele, per dirci: Fatevi furbi, perché la vita è dura e bisogna in qualche modo arrangiarsi.

            Allora come dobbiamo intendere le sue parole? Il significato lo troviamo nel finale della parabola, là dove Gesù dice: «Fatevi degli amici con la disonesta ricchezza, perché quando essa verrà a mancare i poveri vi accolgano nelle dimore eterne».

            Dunque dobbiamo mettere il discorso del Signore non in una prospettiva socio-economica tutta terrena, ma di quel giorno che sarà l'ultimo della nostra esistenza e della vita del mondo. In quel giorno, in cui si deciderà la nostra sorte per l'eternità, le ricchezze, il denaro, ci verranno a mancare, e ci troveremo davanti a Dio con le mani vuote di tutto. Allora, dice Gesù, saranno i poveri di cui avremo intuito e sollevato la miseria, che diranno la buona parola che ci farà aprire il paradiso.

            Le posizioni, secondo Gesù, sono dunque molto chiare. Essere ricchi non vuol dire soltanto avere molto denaro, ma riporre nei soldi tutta la propria sicurezza, cercando di farne sempre di più, a costo di piccole o grandi disonestà, come il fattore della parabola o come quei commercianti che Amos ci presenta nella prima lettura. Gente che chiude bottega la domenica, ma passa la giornata pensando come imbrogliare i poveri e come rubare sui prezzi il giorno dopo. Cose che succedevano anche migliaia di anni fa!

            E qui ognuno faccia il suo bravo esame di coscienza. Chi ha, per vedere come usa del suo denaro, del suo tempo, della sua intelligenza; e chi non ha, per vedere se è capace di vivere senza ansia, senza amarezza, senza rancore, affidandosi a Dio e alla sua provvidenza che non manca mai.

            Cerchiamo di capire bene una cosa: Gesù, e Dio Padre con lui, predilige i poveri perché ogni povertà è causa di oppressione e di sfruttamento.

Dio sta sempre dalla loro parte, perché i poveri sono i più deboli e i più indifesi. Gesù, da ricco che era, si è fatto povero per noi, dice san Paolo. Non si tratta di diventare tutti poveri - abbiamo già detto che la povertà è un male - ma di usare dei propri beni, pochi o tanti che siano, per servire Cristo nei poveri.

            Ancora una parola sulla seconda lettura. "Voglio - dice l'apostolo - che gli uomini preghino, alzando al cielo mani pure e senza contese".

            Mani pure sono quelle che non tengono stretto il denaro, mani senza contese sono quelle che non hanno bisogno di imbracciare un'arma o di stringersi a pugno per difendere ciò che possiedono.

            Ci aiuti Maria che oltre ad essere la madre è anche la prima discepola di Gesù, Colei che fa le stesse scelte di Gesù perché sono scelte di amore.

             Lei, come Lui è la madre che serve, è quella che accetta la piccolezza, è quella che trasforma la sofferenza in amore.

            La sua vera grandezza non sono tanto i doni meravigliosi che Dio le ha fatto quanto la sua concretezza di vita fatta di gioie e di dolori, di interrogativi e di propositi, di presenza e di solidarietà e allora eccola che diventa anche la “Corredentrice” non nel senso che ci salva lei, ma nel senso che è un tutt’uno per noi nel Figlio che ci salva.

 

 

DOMENICA 18 SETTEMBRE

 

 

OMELIA 25 ANNO C 2022-2

 

Una parabola shock!
Eh si! Gesù che insegna a essere disonesti e a fare i furbi con i soldi altrui??

Se è così, allora quei signori bancari, che con i loro disonesti giochi finanziari hanno messo sul lastrico tante famiglie di investitori, sono da dichiarare santi subito!


Son sincero nel dire che questa parabola mi ha sempre messo a disagio, perché davvero ad una prima lettura non riesco a capirla.


Mi aiuta un po’, come sempre, non togliere questo discorso dal suo contesto. Infatti è bene ricordare come l’evangelista Luca è particolarmente attento a riportare i discorsi di Gesù riguardo la povertà, l’attenzione concreta e vera ai miseri e il distacco dalle ricchezze.


L’affermazione finale (“Non potete servire Dio e la ricchezza”) è per me la chiave di lettura di questo insegnamento del Vangelo.

Sono servo di Dio e dei suoi insegnamenti o sono servo della ricchezza e delle sue esigenze?


Alla fin fine, quale è il nostro obiettivo di vita? Le relazioni umane o il possedere?

Non è una domanda così banale… perché dalla risposta dipende non solo la nostra vita ma anche quella di chi ci sta attorno.

 Se lo scopo della mia vita è arricchirmi di beni, di soldi, di potere… l’altro diventa un mezzo e non più un fratello.


La povertà nel mondo, che sembra così cronica e irrisolvibile, sappiamo bene che non è colpa di chi è povero ma di un sistema economico fondato da sempre sullo sfruttamento e non sulla condivisione dei beni.


L’amministratore disonesto, alla vigilia di perdere tutto, si accorge che solo nelle relazioni umane di amicizia può trovare un’ancora di salvezza. Non ha molto tempo per agire, e quindi in fretta, con quel che ancora ha, si “compra” un futuro sereno.

Se la voglia di ricchezza lo ha portato fuori strada, ora sa che nell’amicizia (anche se comprata) ha una nuova possibilità.


Vien da storcere il naso, lo so, di fronte a questo insegnamento. Ma se ci pensiamo bene, è molto attuale e stimolante per la vita concreta.


Potrei tradurlo con queste domande: quello che ho dal punto di vista materiale sono capace di condividerlo con chi ha meno?

 Sono pronto ad agire concretamente con chi è povero sia vicino a me che lontano, nei paesi poveri del mondo?

Come comunità cristiana e come società civile, quando facciamo di concreto per le povertà?


Quando andrò davanti alla porta di San Pietro in Paradiso, troverò qualcuno che dirà che ho fatto gesti concreti di generosità, oppure mi verrà mossa l’accusa che in fondo ho detto tante parole ma agito poco?

Essere di fatto discepoli di Gesù è accettare di vivere la sua pienezza di amore. Non è possibile vivere questa pienezza portandosi dietro piccole cose contrarie, che alla fine negano l'amore.

Tanti di noi, a volte, scelgono piccoli compromessi che agli occhi di Dio sono ipocrisie ripugnanti e lo sono anche ai nostri occhi.

 Siamo a volte ricchi, viviamo da ricchi, pensiamo da ricchi (e per ricchezza intendo non solo il possedere tanto, ma quel chiuderci in se stessi, anche se il nostro che abbiamo è poco, chiudendo ermeticamente la porta alla carità, che è la via che ci salva dal pericolo di finire al servizio di "mammona").

Gesù aveva messo al primo posto la beatitudine della povertà di spirito. La "sua povertà", che da ricco che era, come figlio di Dio, visse da povero per essere libero di amare totalmente il Padre e noi uomini, è il modello.

E che c'è di più bello di questa povertà di Cristo? Una povertà che è l'inno alla libertà: una libertà che spalanca le porte alla carità.

In questa nostra festa dedicata a Maria potremmo chiedere a lei l’aiuto e la forza per imparare la strada verso la vera povertà.

Tutti noi, insieme ai poveri della terra, possiamo cantare con Maria: «Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote

 

 

OMELIA 25 ANNO C 2022-3

 

 

Oggi parliamo di denaro!

Qualcuno potrebbe dire: "Bella novità, nelle nostre chiese quasi tutte le domeniche si parla di soldi”. Non intendevo questo, ma mi pare che le letture di oggi ci indichino che cosa ne pensa il Signore dei beni di questa terra,

Partiamo dalla prima lettura. Amos è un profeta che vive nel regno di Samaria in un momento di grande espansione economica. Egli vede che la corsa al denaro, la febbre degli affari, la speculazione non hanno limiti. Pur di far soldi si trascura anche la salute fisica delle persone, la vita familiare e religiosa.

L’uomo è preso, divorato dagli affari. Arricchirsi è l’unica preoccupazione della gente e per questo tutto è permesso, corruzioni, frodi, aumento fraudolento dei prezzi…

A leggere Amos sembra di leggere il giornale di oggi. Nonostante ci sia stato Gesù Cristo e duemila anni di cristianesimo, le lamentele del profeta sono attualissime, anzi forse le situazioni si sono fatte ancora più gravi perché dal piano individuale i ‘furti’, magari in guanti bianchi, si sono diffusi su piano internazionale, nei rapporti tra le nazioni, tutto a scapito delle nazioni più povere, chiamate "in via di sviluppo", uno sviluppo che non si vede mai.

Ma il male che vediamo nel mondo, la corruzione che troviamo tra i pubblici amministratori, gli sfruttamenti della natura e degli uomini, e davanti ai quali è giusto in qualche maniera ribellarsi, non eliminano il fatto che anche nella nostra vita ci troviamo a dover amministrare dei beni.

Che cosa ci dice Gesù? Gesù racconta una parabola davvero strana e difficile. Egli descrive ed elogia, l’abilità con la quale un amministratore disonesto si cava d’impiccio, giusto nel momento in cui il suo principale lo coglie in fallo.

E' lecito chiedersi: Gesù vuole esaltare l'astuzia del protagonista del racconto e additarlo ad esempio? Oppure intende trarne una lezione diversa?

Prima considerazione da fare: la ricchezza, il potere, non sono questioni di portafoglio ma di cuore, non di quantità, ma di atteggiamento. Nessuno di noi risulta fra i "grandi" del mondo, ma  anche possedendo poco possiamo avere un atteggiamento di attaccamento ai beni che ci distoglie dall’obiettivo della nostra vita che è quello di salvarci l’anima.

            Mi direte: "Che ci posso fare io?".

Ad esempio: cosa credi sia l'equità e la giustizia? Sei chiuso o aperto nei tuoi interessi? Perché non sfogli qualche pagina di stampa alternativa per sapere che un Nigeriano guadagna in un mese cento Euro se è capo operaio e che sono 150 milioni i bambini nel mondo sfruttati con lavori pesanti perché costano meno e in Italia circa mezzo milione di bambini sono impiegati in attività illegali e di sfruttamento?

La conoscenza è il primo passo verso la condivisione! E poi occasioni di condivisione esistono continuamente.

Paolo ammonisce a non pensare che la fede si occupi solo del "sacro". Fino a che la fede non diventa strumento per costruire un mondo nuovo, non abbiamo realizzato il Regno di Dio.

Il credente ha anche lui dei doni: la vita, l’intelligenza, la fede, la famiglia, le cose: la sua scaltrezza sarà di utilizzare tutti questi beni in funzione del suo fine ultimo.

La seconda considerazione: prende spunto dal comportamento concreto dell’amministratore disonesto. Egli si è fatto degli amici con le ricchezze che amministrava. Così deve fare il cristiano: le cose che ti sono date non sono tue, ma tu puoi amministrarle a favore degli altri; in questo modo tu compi la volontà di Dio che è fare tutti partecipi dei suoi doni.  La solidarietà, l’amore, la condivisione sono i modi migliori di investire le ricchezze e i doni ricevuti.  Domandiamoci: chi è davvero il "Signore" della nostra vita?  Mentre ci viene insegnato che il guadagno rappresenta il potere, mentre gli uomini si combattono per avere di più, mentre si arriva ad uccidere anche i propri familiari per procurarsi denaro in più, quanto è bello schierarsi dalla parte della sapienza di Dio e dire con libertà e con realismo: beati i poveri!

Mentre le famiglie si dividono per una eredità, mentre gli anziani vengono emarginati perché non producono, mentre i disabili vengono rifiutati perché sono un peso e non un reddito, quanto è coraggioso ripetere: l’uomo non vale per quello che possiede, l’uomo non vale per quello che produce, l’uomo vale per quello che è e per quello che può diventare se segue il progetto di Dio!

L’uomo vale perché è figlio di Dio, vale perché è stato salvato col sangue di Gesù. Il suo tesoro è avere un cuore pieno di amore.   La vera furbizia è dare con gioia ad un Dio che in fatto di generosità non si lascia mai battere.

 

 

OMELIA 25 ANNO C 2022-4

 

“Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi.

Anche tu sei amministratore della tua vita: ti senti chiamato in causa da questa “accusa” o vivi con la testa fra le nuvole?

Questo Vangelo invita a guardarci dentro, a capire se abbiamo sperperato, a confrontare con la Parola di Dio, gli aspetti anche più intimi della nostra vita: il nostro amore, le nostre risorse economiche, la nostra intelligenza, il nostro corpo, la nostra saggezza… Stiamo vivendo per Dio o per noi stessi?

L’amministratore capisce che deve cambiare vita!

Attenzione, noi siamo nella libertà di ricevere e decidere di far fruttare o disperdere i doni di Dio.

Con chiarezza il Vangelo ci dice che arriva un giorno in cui le cariche che abbiamo (umane, sociali, politiche, religiose), le vesti che coprono i nostri corpi, le nostre vetrine esterne, non serviranno più a mascherare la nostra condotta.

All’amministratore viene donato ancora un tempo da vivere,  gli viene accordata un’opportunità. Però l’amministratore sa che ora non può più giocare con la sua vita una volta scoperto nel suo male, deve decidersi.

Una volta ricevuti i doni di Dio e la sua grazia che ci aiuta, dobbiamo scegliere anche noi, senza ombra di dubbio è il nostro oggi questo tempo del cambiamento.

L’amministratore inizia a “condonare”, per farsi degli amici.

“Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza.”

Sia detto con chiarezza che se ad esempio un mafioso, un malavitoso, con il denaro rubato, fa delle donazioni alla Chiesa o a dei poveri queste non sono gradite a Dio e quindi non devono essere accettate neppure dagli uomini di Dio.

Non ci si “lava” la coscienza diventando generosi: se hai sottratto ingiustamente a qualcuno devi restituire a quel qualcuno. Che si tratti di denaro, di un oggetto, di onore tolto… Non si è cristiani perché soggetti a sconti speciali per il male fatto, anzi!

La vita di molti santi che provenivano da situazioni di peccato sono ricominciate proprio restituendo il maltolto.

E allora cosa intende il Vangelo?

Che vuol dire che il padrone loda l’amministratore scaltro?

Noi cristiani quando ci impegniamo per il bene siamo spesso molli, passivi… non ci mettiamo la passione, non aguzziamo tutto il nostro ingegno come questo amministratore del Vangelo.

Mi capita spesso di riscontrare questa passività, questa sufficienza, nelle attività di tutti i giorni, nella politica, nel sociale, sui posti di lavoro, nelle nostre parrocchie…

Impegniamo solo alcune “parti”, “ambiti” della nostra vita.

Come se l’essere cristiani possa limitarsi solo ad ambiti parrocchiali o a determinate ore del giorno!

Il cristiano capisce che c’è un’urgenza in cui deve impegnare tutte le sue forze: annunziare sempre il Vangelo con la sua vita.

Su questo aspetto dobbiamo chiederci se ci impegniamo come l’amministratore… su questo aspetto fondamentale del cristianesimo dobbiamo chiederci se ci comportiamo come il “Padre misericordioso” che aspettava giorno e notte, per mesi, il figlio perso nel peccato…

Capite che non si tratta di un cristianesimo di vetrina, una chiamata alla sequela di Cristo di tipo “impiegatizio”, fai le tue ore al giorno (alcune preghierine o anche la tua messa settimanale) e poi chiudi “baracca e burattini” e buonanotte ai suonatori!

La vita del cristiano, laico o religioso, è radicale.

Quanti luoghi di incontro con Dio, quante nostre chiese spesso si trovano con un meraviglioso e artistico portone sbarrato, chiuso.

Quanti luoghi di incontro con Dio funzionano più come musei che come luoghi di accoglienza delle persone.

Quanti cristiani “ad ore” ho conosciuto ed incontrato nella mia vita. In parrocchia santi e poi, nel mondo, nella società con il peccato.

Mi spiace ma per tali pseudocristiani non ci sarà altra Parola che: “Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza”

Benediciamo il Signore per questa Parola che oggi riceviamo, Parola che viene a svelare la nostra vita; Parola che ci giunge nel tempo opportuno, nel nostro oggi, l’oggi della nostra conversione.

 

 

OMELIA 25 ANNO 2022 - 5

 

 

Quanti tra voi sono rimasti sconcertati da questa parabola? Io ne ho incontrati tanti, avendo tante volte letto il Vangelo con la gente. Soprattutto chi ha un senso forte della giustizia e dell'onestà rimane sconcertato di fronte a Gesù, che sembra lodare questo amministratore disonesto.

Ebbene, vedete, non prendetevela: non è così. L'amministratore è giudicato severamente: si parla di un amministratore "disonesto", anzi si dice di lui la parola forse più dura che c'è nel Vangelo: è un "figlio delle tenebre". Ma il discorso su quest'uomo è chiuso; potremmo aggiungere: "Si spera che ci siano dei giudici che sappiano condannarlo giustamente e severamente, ed anche in fretta, per quello che merita".

Il problema secondo Gesù è un altro: giudicare e condannare non basta: occorre rendersi conto delle situazioni, capire i problemi. Quest'uomo viene lodato perché si rende conto della situazione in cui vive: si dà da fare per capire... lui per fare il male. Ma la domanda per noi è: "Voi, che fate per il bene? fino a che punto cercate di capire?"

Ora, se guardate un po’ il mondo in cui viviamo, la nostra società è in gran parte affidata ai mezzi di comunicazione: internet, i social, la TV, i giornali. Non avete anche voi l'impressione che quando c'è un fatto, un avvenimento, sia privato sia pubblico, si cerca il giudizio? e spesso la condanna! Non avete l'impressione che nei nostri mezzi di comunicazione si cerchi di sbattere in prima pagina il "mostro": il colpevole, il responsabile di una situazione? Non capita a volte di vedere anche i giudici divisi in buoni e cattivi, affrettandosi a giudicare anche loro, spesso in base alla parte politica nella quale stanno? Rischiamo così di avere una giustizia incapace di giudizi rapidi e onesti.

Non avete l'impressione che molto spesso - sui giornali, alla TV, - non c'è qualcuno che aiuti a "capire" quello che accade? a "leggere" i fatti, quello che c'è dietro ai fatti? Non parliamo poi dei grandi problemi del mondo spesso ignorati dai nostri mezzi di comunicazione, a meno che non ci sia una disgrazia o una guerra.

E non soltanto questi mezzi di comunicazione; ma qualche volta ho l'impressione che anche la Scuola, il modo come si studia la storia, non aiuti a capire quello che c'è dietro gli avvenimenti.

Ma questo non riguarda soltanto la sfera pubblica della nostra vita: noi ci affrettiamo a giudicare anche nel privato. Quante volte avete ascoltato anche voi una coppia in difficoltà: parlano sempre delle colpe degli altri: delle colpe dei parenti, del clima che c'è intorno, degli amici. Spesso si lanciano accuse a vicenda, insulti, giudizi a volte pesanti; ma senza lo sforzo di capire, senza lo sforzo di rendersi conto di quello che sta succedendo nei loro rapporti!

E non basta: quanta gente, forse anche fra di voi, si porta dentro profondi sensi di colpa? Vi siete resi conto che il senso di colpa non serve assolutamente a nulla? Quello che è importante è capire quello che vi accade dentro!

Il fatto è che noi siamo abituati ad una lunga tradizione, anche cattolica, in cui si prende il "cattivo" - colui che soltanto ha idee diverse - e lo si mette sul rogo! E poi siamo abituati a grandi battimenti di petto, a grandi autoflagellazioni... Ma quasi mai avviene che siamo invitati a capire, a renderci conto di quello che accade, ad analizzare la nostra situazione. E da soli non ci riusciamo: occorre rivolgersi a qualcuno. Ma non a chi ti mette pesi sulla coscienza, che ti fa sentire in colpa, che ti dice di confessarti, di pentirti, di batterti il petto... A qualcuno che ti aiuti a guardarti dentro, a capire cosa ti succede, che cosa ti sta accadendo intorno! "CAPIRE"! altrimenti non serve a niente puntare il dito, gridare, alzare la voce e tanto meno sentirsi in colpa. È uno sforzo che dobbiamo fare tutti! Ma non è uno sforzo semplice.

Avete ascoltato il Vangelo di oggi? Riportano questa parabola di Gesù e poi che cosa aggiungono? Danno un giudizio: "Non potete servire a Dio e al denaro". Il denaro è del diavolo; la ricchezza è tutta disonesta; i soldi sono cattivi... "Datene un po' a noi!... siamo poveri... e vi farete un posto in Paradiso!" Non hanno i preti e i frati ripetuto questo per duemila anni?

Gesù ha raccontato questa parabola per invitarci a capire. Ha detto: "Hai visto quello? È un disonesto, è un figlio delle tenebre. Ma si è reso conto di quello che succedeva, ha capito quello che gli stava accadendo". E si è dato da fare, per fare un po' più male di quanto aveva fatto prima.

Ma noi, che pensiamo di vivere per il bene, perché non ci sforziamo di capire quello che ci accade intorno? Battersi il petto? Sentirsi in colpa, chiedere perdono? gridare, accusare, bruciare gli eretici? Non serve a niente!