QUARESIMA 2018

 

CATECHESI IN PARROCCHIA 

      DI DON GIUSEPPE RAVASIO

 

1a CATECHESI

 
 
 
 

testo catechesi

 

IL DISCEPOLO CHE GESU’ AMAVA

 

1. «Parla che il tuo servo ti ascolta»

La chiamata insistente di Dio

PREGHIAMO INSIEME

 

Invocazione allo Spirito

Rit.:   Spirito Santo, tu che santifichi e liberi l'uomo

dacci il coraggio di proclamare il tuo amore che salva.

 

Tu sei come un fuoco acceso

per rischiarare e illuminare il mondo,

tu sei la luce che ci rivela l'amore del Padre;

tu ci apri gli occhi per riconoscere il volto di Cristo. Rit.

Noi saremo testimoni

di quella forza che ci tiene uniti;

sei Tu la forza che ci riunisce in un solo corpo;

Tu ci hai mandato per realizzarlo e per dirlo a tutti. Rit.

 

Dal Salmo 81

 

Ascolta, popolo mio: contro di te voglio testimoniare.

Israele, se tu mi ascoltassi!

Non ci sia in mezzo a te un dio estraneo e non prostrarti a un dio straniero.

Sono io il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto salire dal paese d’Egitto:

apri la tua bocca, la voglio riempire.

Ma il mio popolo non ha ascoltato la mia voce, Israele non mi ha obbedito:

l’ho abbandonato alla durezza del suo cuore. Seguano pure i loro progetti!

Se il mio popolo mi ascoltasse! Se Israele camminasse per le mie vie!

Subito piegherei i suoi nemici e contro i suoi avversari volgerei la mia mano;

quelli che odiano il Signore gli sarebbero sottomessi e la loro sorte sarebbe segnata per sempre.

Lo nutrirei con fiore di frumento, lo sazierei con miele dalla roccia.

 

Preghiamo:

Signore nostro Dio, che ci chiami con insistenza, il tuo Spirito susciti nel nostro cuore una generosa risposta e fa’ che possiamo sempre ascoltare la tua voce in ogni giorno della nostra vita. Tu benedetto nei secoli dei secoli.

Amen.

 

LA PAROLA DI DIO

 

Dal primo Libro di Samuele (3,1-10.19-21)

1Il giovane Samuele serviva il Signore alla presenza di Eli. La parola del Signore era rara in quei giorni, le visioni non erano frequenti. 2E quel giorno avvenne che Eli stava dormendo al suo posto, i suoi occhi cominciavano a indebolirsi e non riusciva più a vedere. 3La lampada di Dio non era ancora spenta e Samuele dormiva nel tempio del Signore, dove si trovava l’arca di Dio. 4Allora il Signore chiamò: «Samuele!» ed egli rispose: «Eccomi», 5poi corse da Eli e gli disse: «Mi hai chiamato, eccomi!». Egli rispose: «Non ti ho chiamato, torna a dormire!». Tornò e si mise a dormire. 6Ma il Signore chiamò di nuovo: «Samuele!»; Samuele si alzò e corse da Eli dicendo: «Mi hai chiamato, eccomi!». Ma quello rispose di nuovo: «Non ti ho chiamato, figlio mio, torna a dormire!». 7In realtà Samuele fino ad allora non aveva ancora conosciuto il Signore, né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore. 8Il Signore tornò a chiamare: «Samuele!» per la terza volta; questi si alzò nuovamente e corse da Eli dicendo: «Mi hai chiamato, eccomi!». Allora Eli comprese che il Signore chiamava il giovane. 9Eli disse a Samuele: «Vattene a dormire e, se ti chiamerà, dirai: “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta”». Samuele andò a dormire al suo posto. 10Venne il Signore, stette accanto a lui e lo chiamò come le altre volte: «Samuele, Samuele!». Samuele rispose subito: «Parla, perché il tuo servo ti ascolta».

19Samuele crebbe e il Signore fu con lui, né lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole. 20Perciò tutto Israele, da Dan fino a Bersabea, seppe che Samuele era stato costituito profeta del Signore. 21Il Signore continuò ad apparire a Silo, perché il Signore si rivelava a Samuele a Silo con la sua parola.

 

COMPRENDERE LA PAROLA

 

Il racconto della vocazione di Samuele fa parte della prima sezione del libro (cc. 1-7), nella quale egli svolge il ruolo di protagonista: essi riguardano anzitutto la sua infanzia e adolescenza (cc. 1-3) e poi la sua attività di giudice (c. 7). Fra queste due sezioni si collocano i cc. 4-6, che raccontano le vicende dell'arca dell'alleanza, caduta nelle mani dei filistei e da loro riconsegnata agli israeliti.

Questi racconti mettono in luce una situazione di peccato, sullo sfondo della quale è narrata la vocazione di Samuele (3,1-4,1a), che rappresenta un significativo rilancio dell'azione di Dio in favore del suo popolo. Dopo l’introduzione (vv. 1-2) il brano si divide in tre parti: visione di Samuele (vv. 3-10); messaggio (vv. 11-18); conclusione (3,19 – 4,1a).

Il narratore introduce il racconto presentando i personaggi e la situazione che si è venuta a creare in Israele. Anzitutto introduce Samuele, diventato ormai un «giovinetto», osservando che egli continuava a servire il Signore sotto la guida del sacerdote Eli (v. 1a), come aveva cominciato a fare fin dalla sua infanzia (cfr 2,21.26).

Poi il narratore soggiunge che la parola del Signore era rara (jaqar, preziosa) in quei giorni e le visioni non erano frequenti (v. 1b): l’assenza di voci profetiche è segno di sventura, in quanto significa che il popolo si è allontanato dal suo Dio. Infine viene presentato Eli, il quale è vecchio e cieco, e pertanto riposa in casa sua, mentre il giovane Samuele si trova nel tempio, presso l’arca dell’alleanza, perché la lampada di Dio non era ancora spenta (v. 2).

La situazione è quindi apparentemente disperata: il sacerdote, a cui spetta la guida del popolo, è vecchio e cadente, Dio non fa sentire la sua voce, mentre l’arca dell’alleanza è affidata a un fanciullo. Unico segno di speranza sta nel fatto che la lampada di Dio continua a brillare. La situazione è catastrofica, ma non del tutto senza speranza.

In una situazione così disperata JHWH si fa sentire.

Il suo intervento avviene precisamente nel tempio, dove si trova l’arca dell’alleanza e la lampada continua a splendere, e ha come destinatario proprio quel giovinetto che riposa presso di essa. Dio si rivolge a lui chiamandolo tre volte. Dopo la prima e la seconda volta Samuele, pensando che fosse Eli a chiamarlo, corre da lui e si mette volenterosamente a sua disposizione, ma Eli lo rimanda a riposare (vv. 4-6).

Il lettore sa che è Dio a chiamarlo, ma Samuele ne è totalmente all’oscuro. A questo punto il narratore spiega questo fatto a prima vista paradossale: Samuele non poteva sapere chi era colui che lo interpellava perché fino ad allora non aveva «conosciuto» JHWH (v. 7).

Ciò non significa certamente che il giovinetto non conoscesse le tradizioni di Israele che parlavano delle azioni potenti compiute da JHWH in favore del suo popolo. Samuele sapeva certamente tante cose di lui, ma non lo aveva ancora incontrato, non aveva avuto un’esperienza personale di Dio.

Quando Samuele si precipita per la terza volta da Eli chiedendogli se lo ha chiamato, il sacerdote si rende conto che JHWH sta chiamando il giovinetto. Perciò gli dice di tornare a dormire e gli suggerisce, se dovesse sentire nuovamente la voce che lo chiama, di rispondere: «Parla, Signore, perché il tuo servo di ascolta» (v. 9).

Anche se con ritardo, Eli si rende conto che la voce sentita da Samuele è la voce di Dio.

Nei versetti successivi si racconta che Samuele fa come gli aveva suggerito Eli, e JHWH gli affida un messaggio per lui e tutta la sua casa. Dio non gli spiega dettagliatamente che cosa capiterà, ma si limita a confermargli che tutto ciò che era stato preannunziato si compirà al più presto, perché Eli ha visto ciò che i suoi figli compivano e non li ha puniti (vv. 12-14)

Il riferimento è senza dubbio al brano precedente (2,27-36), in cui vengono preannunziate le sventure che colpiranno la famiglia di Eli.

Al mattino Samuele si immerge nella routine quotidiana del tempio. Ma Eli gli chiede che cosa gli ha detto Dio nella notte. Presentendo che si tratta di cose dolorose, Eli lo incoraggia e al tempo stesso lo minaccia: se non parla, potranno capitare a lui cose peggiori di quelle che, probabilmente, riguardano soltanto Eli e la sua casa. A malincuore Samuele gli dice tutto e Eli risponde: «Egli è il Signore! Faccia ciò che gli pare bene» (v. 18).

Gli ultimi versetti appaiono nel testo attuale in modo piuttosto disordinato: si ha l’impressione che essi siano stati aggiunti dal narratore come anticipo e sintesi degli sviluppi successivi. Nel primo di essi si dice che «Samuele acquistò autorità perché il Signore era con lui, né lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole» (v. 19). Tutto Israele riconosce così che egli è un profeta e accoglie la sua parola come parola di Dio. In queste espressioni si coglie un’idea tipica della fede israelita: l’uomo di Dio è autorevole presso il popolo solo se e nella misura in cui è fedele al suo Dio.

Questo racconto è un modello significativo di vocazione profetica, anche se lo schema adottato è solo vagamente simile a quello delle grandi scene bibliche di vocazione (cfr Is 6). Alla chiamata di Dio si oppone, come per Geremia (cfr. Ger 1,6) l'ostacolo costituito dalla giovane età e dall'inesperienza del prescelto, il quale non capisce che è Dio a chiamarlo; ma alla fine l'ostacolo è tolto e Dio comunica a Samuele la propria parola. Nel messaggio di condanna rivolto a Eli è implicito il fatto che a Samuele passerà il ruolo che il sacerdote non ha saputo svolgere. Questo consiste essenzialmente nel ricevere e comunicare al popolo la parola di Dio, guidandolo in quel cammino di liberazione che era iniziato con Mosè.

In forza della sua chiamata Samuele appare come il vero capo carismatico del popolo. Egli svolgerà non solo il ruolo profetico, ma anche quello di sacerdote e di giudice. Nella persona di Samuele si trova quindi un esempio di comando che abbraccia tutti gli aspetti della vita del popolo. Egli rappresenta l’immagine del capo ideale, che è capace di provvedere ai bisogni non solo spirituali ma anche materiali del popolo.

 

RIFLETTERE SULLA PAROLA

 

Nella lettura di oggi incontriamo due personaggi particolari e molto diversi tra loro... Eli e Samuele. Un ministro di Dio e un “seminarista” alle prime armi: un cuore vecchio e un cuore nuovo.

Eli era un sacerdote che aveva dedicato la sua vita a Dio, ma che evidentemente, con il tempo, aveva smesso di amare, si era cullato sugli allori e sperava di vivere tranquillo, inoltre, non era riuscito ad educare come si deve i figli, i quali vivevano tra immoralità e scandali. 

Samuele era un dono di Dio e fin dal grembo era stato promesso da sua madre al Signore. Nel momento della sua chiamata, Samuele ormai fanciullo si trovava già nella casa di Dio per crescere nella Sua conoscenza. E' lì che Dio si è manifestato...

La vocazione quindi non nasce per caso, ma è scritta nel libro della nostra vita. Dio ha un progetto per ognuno di noi prima che veniamo al mondo. Ognuno di noi ha un compito, una vocazione, Dio ripone in noi tanta speranza e vuole la nostra collaborazione per realizzare il Suo grande progetto d'amore. Lui vorrebbe ottenere da tutti una disponibilità totale, vorrebbe che ci abbandonassimo fra le Sue braccia, vorrebbe che aprissimo gli orecchi per ascoltare cosa Lui ha da dirci.

Lui ci fa ascoltare la Sua voce, ci chiama per nome, bussa continuamente alla porta del nostro cuore, aspetta e sopporta i nostri rifiuti, le nostre infedeltà, i nostri capricci, la nostra cecità, il nostro sonno... “..Eli stava dormendo al suo posto, i suoi occhi cominciavano a indebolirsi e non riusciva più a vedere”... Quanti cristiani tiepidi nella nostra società!... Quanti consacrati vivono cullandosi nel passato!... Quanti Eli al giorno d'oggi!!!... 

Quanto è triste vedere, in diverse comunità, persone che non vogliono crescere, che non fanno niente per migliorare, a cui basta quello che hanno imparato, che non hanno più quel fervore che Dio comanda, che pensano di essere a posto, di essere arrivati... 

Gesù non si merita questo!!! Gesù ha dato la Sua vita per noi... e noi che facciamo?... DORMIAMO!!! 

Chiediamo al buon Dio di aumentare la nostra fede, in modo da evitare di addormentarci, perché una volta che siamo vinti dal sonno, anche gli occhi seguono e si diventa ciechi, proprio come Eli, che era diventato vecchio non solo anagraficamente, ma nel cuore.

E quando un cuore invecchia non sente più l'amore, non palpita più per Dio e quindi neanche per i fratelli, i quali diventano invisibili...

Le persone così dette “distratte”, nella nostra quotidianità si contano a bizzeffe!!!… E cosa succede allora quando il nostro cuore invecchia e i nostri occhi non vedono più?... “La parola del Signore era rara in quei giorni, le visioni non erano frequenti”... Ecco cosa succede!!!

Noi molte volte, quando non sentiamo Dio, pensiamo subito che si sia messo in sciopero, ma non è così... Noi non lo sentiamo più semplicemente perché siamo noi che ci siamo allontanati da Lui, siamo noi con il nostro peccato che partiamo per un altro paese. Non è dunque Dio che va in vacanza, ma noi! E' la nostra infedeltà che non ci fa sentire più la Sua voce. E' il nostro continuo dormire che non ci fa sentire la Sua voce; sono le nostre miserie, tanto care che non le vogliamo mollare, che non ci fanno sentire la Sua voce; sono gli innumerevoli spigoli del nostro comportamento che non ci fanno sentire la Sua voce; è la prepotenza che usiamo verso i nostri fratelli che non ci fa sentire la Sua voce; sono le nostre pretese verso il prossimo che non ci fa sentire la Sua voce; è il credersi Onnipotenti che non ci fa sentire la Sua voce. 

Ma ecco che una lucina si intravede in questo degrado della nostra umanità... “La lampada di Dio non era ancora spenta”... Ecco la speranza!!!

La luce del tabernacolo sempre accesa che indica la presenza del nostro Gesù, è la nostra speranza, è la nostra gioia, è il nostro conforto. Andiamo allora vicino al Tabernacolo, bussiamo alla Sua porta, parliamo con Lui, facciamogli sentire la nostra presenza, apriamogli il nostro cuore affranto, mettiamo ai Suoi piedi le nostre paure, le nostre angosce, le nostre miserie. Lui non aspetta altro... 

Gesù continua a chiamarci... e non una volta, ma tre volte, ogni giorno della nostra vita. 

Samuele rappresenta ognuno di noi quando apriamo il cuore a Dio come lo aprirebbe un fanciullo, pronto ad accogliere Cristo, pronto a camminare dietro a Lui senza farsi troppe domande, con un cuore nuovo, frizzante, giovane, capace di riconoscerlo in ogni momento della nostra giornata. 

 

PER CONTINUARE A RIFLETTERE, CON LA VOCE DEI GIOVANI

“In terza liceo scrissi per gli amici seminaristi di seconda, che vivevano la tappa della Promessa, la canzone Gv 1,38. Ma più la cantavo, più mi entrava dentro e più capivo che era mia.

La mia storia è così: tanto disordine, tanto affannarsi in cui una voce risuona per mettere ordine, per ridare il giusto posto a tutte le cose. E per reclamare per sé il primo posto.

Cosa vale realmente la pena di cercare nella vita? La grande scoperta è che ancora prima che io iniziassi la mia ricerca di Dio, sono stato cercato da lui. È lui che mi ha voluto con sé e ha donato la vita per me senza aspettare che io mi dimostrassi degno di un dono tanto grande.

Non mi resta altro da fare: aprire il mio cuore all’amore, lasciarmi amare dal Signore. Lasciare che il mio piccolo vaso di creta sia riempito dalla sorgente inesauribile dell’Amore crocifisso, perché straripando di quest’abbondanza possa, a sua volta, riempire i cuori che ha attorno”.

don Giovanni Bertocchi

CONCLUDENDO IN PREGHIERA

Signore Gesù, hai chiamato i discepoli per essere tuoi collaboratori, affinché stessero con te e per affidargli il Vangelo del Regno. Ti preghiamo insieme dicendo: donaci la forza della risposta.

 

Aiutaci a mantenere viva la vocazione di ogni battezzato, a credere in te e ad esserti testimone. Noi ti preghiamo. Rit.

Quando siamo sordi e non vogliamo ascoltare la tua Parola che ci smaschera nei nostri difetti. Noi ti preghiamo. Rit.

Quando ogni giorno con generosità cerchiamo di realizzare la tua volontà. Noi ti preghiamo. Rit.

Quando non vogliamo ascoltare i consigli di chi ci guida nel cammino della fede. Noi ti preghiamo. Rit.

 

Padre nostro

 


 

2a CATECHESI

 
 
 
testo catechesi:
 

IL DISCEPOLO CHE GESU’ AMAVA

 

3. «Si rallegri il tuo cuore prima che…»

Le età della vita

 

PREGHIAMO INSIEME

Invocazione allo Spirito

            Spirito del Dio vivente accresci in noi l’amore.

Pace, gioia, forza nella tua dolce presenza.

Fonte d’acqua viva purifica i cuori, sole della vita ravviva la tua fiamma.
Fonte d’acqua viva purifica i cuori, sole della vita ravviva la tua fiamma.

            Spirito del Dio vivente accresci in noi l’amore.

Pace, gioia, forza nella tua dolce presenza.

 

Dal Salmo 90

Signore, tu sei stato per noi un rifugio di generazione in generazione.

Prima che nascessero i monti e la terra e il mondo fossero generati,

da sempre e per sempre tu sei, o Dio.

Tu fai ritornare l'uomo in polvere, quando dici: "Ritornate, figli dell'uomo".

Mille anni, ai tuoi occhi, sono come il giorno di ieri che è passato,

come un turno di veglia nella notte.

Tutti i nostri giorni svaniscono per la tua collera, consumiamo i nostri anni come un soffio.

Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti,

e il loro agitarsi è fatica e delusione; passano presto e noi voliamo via.

Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio.

Saziaci al mattino con il tuo amore: esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni.

Preghiamo:

Signore nostro Dio che guidi il tempo e la storia, accompagna lungo gli anni il nostro cammino di vita affinché, con la forza dello Spirito, possiamo essere testimoni autentici del tuo amore. Tu benedetto nei secoli dei secoli. Amen.

 

LA PAROLA DI DIO

 

Dal Libro del Qoelet (11,7-12,8)

7Dolce è la luce e bello è per gli occhi vedere il sole.8Anche se l’uomo vive molti anni, se li goda tutti,

e pensi ai giorni tenebrosi, che saranno molti: tutto ciò che accade è vanità.

9Godi, o giovane, nella tua giovinezza, e si rallegri il tuo cuore nei giorni della tua gioventù.

Segui pure le vie del tuo cuore e i desideri dei tuoi occhi.

Sappi però che su tutto questo Dio ti convocherà in giudizio.

10Caccia la malinconia dal tuo cuore, allontana dal tuo corpo il dolore, perché la giovinezza e i capelli neri sono un soffio.

1Ricòrdati del tuo creatore nei giorni della tua giovinezza, prima che vengano i giorni tristi e giungano gli anni di cui dovrai dire: «Non ci provo alcun gusto»; 2prima che si oscurino il sole, la luce, la luna e le stelle e tornino ancora le nubi dopo la pioggia; 3quando tremeranno i custodi della casa e si curveranno i gagliardi e cesseranno di lavorare le donne che macinano, perché rimaste poche, e si offuscheranno quelle che guardano dalle finestre  4e si chiuderanno i battenti sulla strada; quando si abbasserà il rumore della mola e si attenuerà il cinguettio degli uccelli e si affievoliranno tutti i toni del canto; 5quando si avrà paura delle alture e terrore si proverà nel cammino; quando fiorirà il mandorlo e la locusta si trascinerà a stento e il cappero non avrà più effetto, poiché l’uomo se ne va nella dimora eterna e i piagnoni si aggirano per la strada; 6prima che si spezzi il filo d’argento e la lucerna d’oro s’infranga  e si rompa l’anfora alla fonte e la carrucola cada nel pozzo, 7e ritorni la polvere alla terra, com’era prima, e il soffio vitale torni a Dio, che lo ha dato. 8Vanità delle vanità, dice Qoèlet, tutto è vanità.

 

 

 

COMPRENDERE LA PAROLA

 

Il libro di Qoèlet è datato dalla critica recente intorno al 250 a.C. Il testo è stato scritto da un pio giudeo che riferisce le parole di un saggio. Qoèlet vuol dire uomo che ha da dire una parola forte; predicatore, oratore sapiente. Il discorso di Qoèlet è di volta in volta solenne, travolgente, intimo, confidenziale, vivace, calmo, propenso a sintetizzare il pensiero in un proverbio, in un detto.

L’insegnamento di Qoèlet è concreto; si svolge a partire dall’esame delle situazioni della vita. Qoèlet è uno che sperimenta, che ricerca. E’ un errore fermarsi a una sola delle sue espressioni e porla in contrapposizione ad altre: esse si bilanciano, si illuminano vicendevolmente. Bisogna seguirlo nel suo dire. Questo libro è importante anche per noi cristiani per non finire, sottoposti alle tante pressioni del mondo di oggi, a correre dietro al vento.

 

7Dolce è la luce e bello è per gli occhi vedere il sole.

La vista è un bellissimo dono che il Signore ha fatto all’uomo. Attraverso la vista può contemplare, ammirare, gustare tutte le opere del Creatore. I sapienti di Israele sempre cantano la bellezza del creato. Il cielo porta l’impronta della grandezza e della magnificenza del nostro Dio. Vedere la luce è dolce. È bello vedere con gli occhi il sole. Il cuore si ristora e l’anima si riempie di pace. La luce è un vero riflesso della luce eterna.

8Anche se l’uomo vive molti anni, se li goda tutti, e pensi ai giorni tenebrosi, che saranno molti: tutto ciò che accade è vanità.

Non tutti i giorni però sono pieni di luce. Verrà un tempo in cui le tenebre avvolgeranno i suoi occhi e allora non potrà più vedere né il sole e né le stelle. Mentre si gode i giorni di luce è giusto che pensi un poco ai giorni tenebrosi, che saranno molti. Perché il Qoèlet vuole che si pensi a questi

giorni? Ogni uomo è chiamato a vivere in un santo realismo. La vita è fatta di gioia e di sofferenza, di tenebra e di luce, di ricchezza e povertà. È giusto che quando si vive nella gioia, nella luce, nella ricchezza si pensi a ciò che potrebbe accaderci domani stesso. Questa è vera saggezza. Tutto va vissuto con saggezza e un uomo è saggio quando benedice il Signore per il bene di cui può godere e condivide la sua benedizione con gli altri. Sempre si deve però ricordare che tutto ciò che accade è vanità. Vi è una realtà superiore, che la vera ricchezza, la vera luce, la vera gioia che va cercata. Sempre l’uomo deve andare dal visibile all’invisibile e dal tempo all’eternità e ciò che è materiale a ciò che è spirituale e dalle cose al Creatore di esse. Tutto il visibile è vanità perché non dura. Dura invece solo ciò che è eterno e ciò che è eterno è solo uno: il Creatore dell’uomo. Ecco il monito del Qoèlet fermarsi a contemplare la luce senza cercare il Creatore della luce è vanità. È la luce eterna che va cercata.

9Godi, o giovane, nella tua giovinezza, e si rallegri il tuo cuore nei giorni della tua gioventù. Segui pure le vie del tuo cuore e i desideri dei tuoi occhi. Sappi però che su tutto questo Dio ti convocherà in giudizio.

La giovinezza di per sé è spensierata. Uno si sente pieno di vita. Si è portati alla gioia, al divertimento. Il Qoèlet dice che queste cose sono buone. Bisogna godere, rallegrarsi, seguire le vie del cuore e i desideri degli occhi. Di nulla l’uomo si deve privare. Vi è però una condizione da osservare. Di ogni cosa il Signore convocherà l’uomo per il giudizio. A Dio ognuno dovrà rispondere di ogni secondo della sua vita sulla terra. Si può godere, gioire, seguire i desideri degli occhi, le vie del cuore, purché si rimanga sempre nella sua legge, nella sua verità, nella sua volontà. Il giudizio è eterno e inappellabile. È di condanna e di approvazione. È di invito ad entrare con Lui nel suo cielo, oppure di allontanamento eterno. Una gioia che allontana dalla gioia eterna è stoltezza. Un desiderio che ci priva del Paradiso è stoltezza. Seguire una via del cuore che rinnega Dio è stoltezza. Questa educazione manca oggi all’uomo. È privo di ogni riferimento a Dio, all’eternità, al Paradiso, all’inferno, al giudizio finale ed anche nella storia. L’uomo vive come se Dio non esistesse. L’assenza di Dio nella vita dell’uomo fa sì che vi sia assenza di vera e sana moralità. L’immoralità e il vizio uccidono. Dichiarando vanità tutto il reale presente, il Qoèlet ci sta insegnando che la consistenza delle cose è oltre il tempo, la storia, le cose. Essa è oltre tutto. Dio è la sola realtà che riempie e dona vera vita. Ogni altra cosa lascia l’anima e lo spirito vuoti. Anche il tempo è vuoto se non si introduce in esso Dio. La gioia è momentanea se non diviene gioia eterna. Anche i divertimenti sono passeggeri se non divengono divertimenti eterni. Cosa è che trasforma in eternità beata? Solo Dio e l’obbedienza alla sua Parola. Senza Dio che dona verità alle cose, tutto è vanità, vuoto.

10Caccia la malinconia dal tuo cuore, allontana dal tuo corpo il dolore, perché la giovinezza e i capelli neri sono un soffio.

Il Qoèlet invita i giovani a vivere la loro vita da giovani e non da vecchi.

Quando verrà la vecchiaia allora dovranno vivere da vecchi e non da giovani. È stoltezza volere che un giovane viva da vecchio. Ma è anche stoltezza pretendere che un vecchio viva da giovane. Ad ogni età la sua vita. Tuttavia, insegna il Qoèlet, anche se il giovane dovrà vivere da giovane, si dovrà sempre ricordare che Dio lo chiamerà in  giudizio. Deve vivere da giovane, ma non abbandonarsi mai alla trasgressione della legge del Signore. Deve gioire ma rimanendo sempre nella verità. La giovinezza dura poco. Per questo essa va vissuta con intensità. Poi verrà il tempo di vivere le altre età secondo ciò che esse comportano. Questa è la vera saggezza: vivere ogni età, ogni stato, secondo la sua nuova natura. Quando la giovinezza finisce, è giusto vivere da adulti. È stoltezza creare disordine nell’età e gli stati di vita. È empietà vivere nel vizio e nella trasgressione gli stati della vita. Anche il giovane può essere santo. Quando però si perde il riferimento a Dio, anche alla sanità si perde il riferimento. Ed è allora che ogni età della vita viene consegnata all’immoralità.

 

CAPITOLO XII

1Ricòrdati del tuo creatore nei giorni della tua giovinezza, prima che vengano i giorni tristi e giungano gli anni di cui dovrai dire: «Non ci provo alcun gusto»;

È nella giovinezza che ognuno si deve ricordare del suo Creatore e Signore. È dalla più tenera età che si deve vivere nella sua verità e nel suo amore. È da quando si è nel grembo materno che si deve iniziare a comportarsi secondo la sua volontà, la sua parola, i suoi comandamenti. Ora il Qoèlet descrive l’uomo quando è vecchio. Gli fa vedere ciò che sarà, perché non si decida di amare i Signore quando non può fare nulla per Lui. Il Signore va amato quando si è nel vigore delle proprie forze. Quando si è giovani, pieni di vita. Quando si è attori nella storia. Il Signore amato prima che vengano i giorni tristi e giungano gli anni di cui si dovrà dire: “Non ci provo alcun gusto”. Se non si prova alcun gusto per nessuna cosa, neanche per il Signore si proverà gusto. Ora Dio si deve amare, cercare, desiderare, lodare, obbedire con gusto. Il gusto è tutto nella vita, perché il gusto è la vita. Il paradiso è il gusto eterno di Dio. Si può amare, desiderare il Signore quando il gusto si è perso? Se però abbiamo avuto gusto di Dio da giovani, questo gusto mai scomparirà dal nostro cuore e dalla nostra anima. Anzi, diventerà più forte. Se il gusto di Dio viene coltivato nella gioventù, esso sempre crescerà con il crescere degli anni, altrimenti è difficile gustare in vecchiaia il Signore.

2prima che si oscurino il sole, la luce, la luna e le stelle e tornino ancora le nubi dopo la pioggia;

Quando si deve amare il Signore? Prima che si oscurino il sole, la luce, la luna e le stelle e tornino ancora le nubi dopo la pioggia. Il Signore va amato prima di andare nel regno dei morti. Va amato durante la vita. Amandolo durante la vita lo si può amare anche dopo la morte. Se nella vita, quando il sole, la luce, le stelle brillano per noi, non lo amiamo, neanche dopo lo ameremo.

Sole, luna, stelle sono immagini della grandezza del nostro Dio. Sono segni che rivelano la sua gloria. Sono doni che devono accompagnare la nostra storia. Con la morte si oscurano per noi tutte queste cose. Si entra in un altro mondo. In esso ameremo il Signore se lo abbiamo amato in questo mondo. Se in questo mondo non lo abbiamo amato, non possiamo pensare di poterlo amare nell’altro. Nell’altro si coglieranno i frutti di questo mondo. Niente amore per il Signore in questo mondo. Niente amore per Lui nell’altro. Vi è continuità eterna tra questo e l’altro mondo. Il paradiso o la gioia eterna è un dono di Dio. Niente merita un dono così eccelso ed eterno. Esso è però condizionato. Questo dono deve essere anche il frutto delle nostre opere. Se le nostre opere sono state malvage, cattive, empie, non possiamo sperare di godere l’eternità. Siamo venuti meno nella condizione che è obbligatoria, assoluta. È questo il fine della vita: trasformare tutto in eternità di gloria e di gioia.

3quando tremeranno i custodi della casa e si curveranno i gagliardi e cesseranno di lavorare le donne che macinano, perché rimaste poche, e si offuscheranno quelle che guardano dalle finestre

Quando si deve amare il Signore? Prima che tremino i custodi della casa: le mani. Prima che si curvino i gagliardi: le gambe. Prima che cessino di lavorare le donne che macinano: i denti, ormai rimasti in pochi. Prima che si offuschino quelle che guardano dalle finestre: gli occhi.

4e si chiuderanno i battenti sulla strada; quando si abbasserà il rumore della mola e si attenuerà il cinguettio degli uccelli e si affievoliranno tutti i toni del canto;

Quando si deve amare il Signore? P r i m a c h e s i chiudano i battenti sulla strada: le labbra. Prima che si abbassi il rumore della mola: la bocca. Prima che si attenui il cinguettio degli u c c e l l i e s i affievoliscano tutti i toni del canto: gli orecchi.

5quando si avrà paura delle alture e terrore si proverà nel cammino; quando fiorirà il mandorlo e la locusta si trascinerà a stento e il cappero non avrà più effetto, poiché l’uomo se ne va nella dimora eterna e i piagnoni si aggirano per la strada;

Quando si deve amare il Signore? Prima che si abbia paura delle alture e terrore si proverà nel cammino: impossibilità di alzarsi, stare dritti. Prima che fiorisca il mandorlo: i capelli bianchi. Prima che la locusta si trascini astento: i piedi. Prima che il cappero non abbia più effetto: la libidine. Prima che l’uomo se ne vada per la dimora eterna: la tomba. Prima che i piagnoni si aggirino per la strada: gli incoscienti e gli stolti.

6prima che si spezzi il filo d’argento e la lucerna d’oro s’infranga e si rompa l’anfora alla fonte e la carrucola cada nel pozzo,

Quando si deve amare il Signore? Prima che si spezzi il filo d’argento: il filo della vita; e la lucerna si infranga: la stessa vita. Prima che si rompa l’anfora alla fonte: la vita, e la carrucola cada nel pozzo: sono tutte queste immagini della vita che finisce, della morte che viene.

7e ritorni la polvere alla terra, com’era prima, e il soffio vitale torni a Dio, che lo ha dato.

Quando si deve amare il Signore? Prima che l’uomo ritorni ad essere polvere della terra, come era prima della sua creazione. Prima che il soffio vitale torni a Dio, che lo ha dato: l’anima lascia il corpo. Cosa ci vuole insegnare il Qoèlet attraverso queste molteplici immagini? È semplicemente la descrizione della vecchiaia o vuole dirci qualche altra cosa? La chiave per capire il testo è tutta nel primo versetto: “Ricordati del tuo creatore nei giorni della tua giovinezza, prima che vengano i giorni tristi…”. Altra attenzione è quella della distinzione dei tempi: tempo utile, tempo non utile. Vi è un tempo in cui si può amare e si deve amare il Signore. Se questo tempo viene sciupato, vi sarà un altro tempo utile per amare il Signore? Se il tempo utile viene trascurato vi è un tempo naturalmente non utile, non buono, non santo. Questo tempo non utile può essere di ordine fisico e riguarda il corpo, ma anche non fisico, perché riguarda il cuore, la mente, lo spirito, l’anima.

8Vanità delle vanità, dice Qoèlet, tutto è vanità.

Così ha iniziato il suo discorso il Qoèlet e così lo finisce dopo aver esaminato tutta la vita dell’uomo sulla terra, così  come viene vissuta nella storia. E’ partito da una verità, l’ha sottoposta all’esame della storia, da questa non è stata smentita, anzi confermata, avvalorata. Qual è allora il significato vero di vanità? Tutto è vanità. Tutta la storia è vanità. Tutta la vita è vanità. Tutti i valori terreni sono vanità.

 

PER CONTINUARE A RIFLETTERE, CON LA VOCE DEI GIOVANI

Questo testo chiama in causa noi adulti per continuare la riflessione anche attraverso la preghiera verso il Sinodo dei Giovani.

Signore Gesù,  la tua Chiesa in cammino verso il Sinodo volge lo sguardo a tutti i giovani del mondo. Ti preghiamo perché con coraggio prendano in mano la loro vita, mirino alle cose più belle e più profonde e conservino sempre un cuore libero. Accompagnati da guide sagge e generose, aiutali a rispondere alla chiamata che Tu rivolgi a ciascuno di loro, per realizzare il proprio progetto di vita e raggiungere la felicità. Tieni aperto il loro cuore ai grandi sogni e rendili attenti al bene dei fratelli. Come il Discepolo amato, siano anch'essi sotto la Croce per accogliere tua Madre, ricevendola in dono da Te. Siano testimoni della tua Risurrezione e sappiano riconoscerti vivo accanto a loro annunciando con gioia che Tu sei il Signore. Amen.                                Papa Francesco

 

CONCLUDENDO IN PREGHIERA

Dio Padre, Signore del tempo e della storia, a te rivolgiamo la nostra fiduciosa preghiera nel cammino della nostra vita. Confidiamo in te e ti chiediamo: sostienici Signore.

Nei momenti di gioia, nelle esperienze significative, in tutto ciò che ci fai vivere e metti nelle nostre mani. Noi ti preghiamo. Rit.

Nei momenti critici, quando tutto sembra difficile, quando ci sentiamo soli e abbandonati anche da te. Noi ti preghiamo. Rit.

Nelle nostre responsabilità quotidiane, negli impegni familiari e lavorativi, nel nostro darci da fare per gli altri. Noi ti preghiamo. Rit.

Nella testimonianza verso i più piccoli, verso coloro che crescono, verso i giovani, verso chi sta attraversando momenti difficili nella vita. Noi ti preghiamo. Rit.                     Padre nostro

 


3a CATECHESI

 
 
 

 

testo catechesi:
 

IL DISCEPOLO CHE GESU’ AMAVA

 

 “ECCO TUA MADRE“

IL DONO

 

PREGHIAMO INSIEME

 

Invocazione allo Spirito

Rit.: Lo Spirito del Signore è su di me.

Lo Spirito del timore è su di me, per rendermi testimone del Suo perdono,

purifica il mio cuore per annunciare agli uomini, le opere grandi del Signore.

Lo Spirito della pace è su di me e mi ha colmato il cuore della sua gioia,

mi dona un canto nuovo per annunziare al mondo, il giorno di grazia del Signore.

Lo Spirito dell'Amore è su di me, perché possa dare al mondo la mia vita,

mi dona la Sua forza per consolare i poveri, per farmi strumento di salvezza.

 

Dal Salmo 31

In te, Signore, mi sono rifugiato,

mai sarò deluso;

difendimi per la tua giustizia.

Tendi a me il tuo orecchio,

vieni presto a liberarmi.

Sii per me una roccia di rifugio,

un luogo fortificato che mi salva.

Perché mia rupe e mia fortezza tu sei,

per il tuo nome guidami e conducimi.

Scioglimi dal laccio che mi hanno teso,

perché sei tu la mia difesa.

Alle tue mani affido il mio spirito;

tu mi hai riscattato, Signore, Dio fedele.

Tu hai in odio chi serve idoli falsi,

io invece confido nel Signore.

Esulterò e gioirò per la tua grazia,

perché hai guardato alla mia miseria,

hai conosciuto le angosce della mia vita;

Quanto è grande la tua bontà Signore!

La riservi per coloro che ti temono,

la dispensi, davanti ai figli dell’uomo, a chi in te si rifugia.

 

Preghiamo:

 

Signore nostro Dio, tu riempi la nostra vita con i tuoi doni di Padre misericordioso.

Il tuo Spirito ci aiuti a riconoscerli e ad utilizzarli al meglio nella nostra vita.

Tu benedetto nei secoli dei secoli.

Amen.

 

LA PAROLA DI DIO

 

Dal Vangelo secondo Giovanni (19,25-27)

 

25Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. 26Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». 27Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.

 

 

COMPRENDERE LA PAROLA

 

v. 25: “Stavano presso la croce di Gesù, sua Madre…”

Maria sta, è ferma ai piedi della croce. È arrivata anche lei sul monte del dolore voluto dall’amore.

Ma come ci è arrivata? E perché? Questo “stava” (stavano), non è semplicemente la constatazione di un dato di fatto. Esprime, soprattutto, condivisione di vita, di sentimenti, indica partecipazione profonda. Maria è "là dov'è il suo tesoro" (cfr. Mt 6,21).

Dal momento in cui ella aveva detto "sì" all'annuncio dell'angelo, era iniziato un lungo pellegrinaggio di fede e di crescita nell'amore verso il suo Figlio.

Da quel momento era cominciata la sua "sequela di Gesù" che l’avrebbe vista percorrere varie tappe, miste di gioia e di dolore.

Ricordiamo, in particolare, l'episodio della presentazione al Tempio, quando Simeone predice a Maria: "Anche a te una spada trafiggerà l'anima" (Lc 2,35). Maria ritorna ogni giorno su questa profezia e lascia che la spada le attraversi la vita.

Lascia, cioè, che la Parola e gli eventi, giorno dopo giorno le insegnino che seguire Gesù vuol dire accogliere la sfida di un amore che va fino al dono della vita.

C'è una sottolineatura di Luca che ci aiuta a capire come Maria apprendesse dal suo Figlio, giorno dopo giorno, a credere in lui e ad amare come lui: "Maria, da parte sua, conservava tutte queste cose meditandole nel suo cuore" (Lc 2,19.51).

Maria, infatti, collegando gli eventi e le parole della sua vita col Figlio, fa suoi i sentimenti di Gesù, cioè i suoi sentimenti di amore, di tenerezza, di compassione per noi.

Quando vediamo Maria ai piedi della croce, allora, dobbiamo supporre il lungo cammino di sequela, di assimilazione a Gesù. Maria non solo piange il suo Figlio, come ovvio, ma è lì a "morire con lui”, come era "vissuta per lui”. Ella condivide l'amore appassionato di Gesù per noi.

Qui abbiamo già un'indicazione preziosa per la nostra vita. Gesù mi ama fino a dare la vita per me!

Quanto ci credo? Quanto mi tocca tutto questo? Maria ha appreso questo amore, giorno dopo giorno. Si è sentita amata, prima di tutto, e lo ha cantato nel Magnificat: "Ha guardato la piccolezza della sua

serva" (Lc 1,48).

Ha stretto fra le sue braccia il dono più grande dell'amore del Padre: Gesù. Si è lasciata coinvolgere e plasmare dal suo Figlio: dalla rivelazione di un Padre che ci ama, che ama i "piccoli" e i "poveri".

Maria ha compreso, vivendo intimamente unita al suo Figlio, che seguirlo significa: credere nel suo amore ed amare come lui ci ama (Cfr. Gv 13,34).

"Stavano presso la croce di Gesù…".

C'era Maria e c'erano le donne e il discepolo. La provocazione è quella di camminare giorno dopo giorno con Gesù, meditando nel cuore la Parola, per scoprire e dire "grazie" per un amore che non ha l'eguale e imparare ad amare come lui, facendo nostri i suoi sentimenti di amore verso i fratelli.

v. 26: "Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava…"

Prima di entrare in merito alle parole di Gesù, cerchiamo di capire chi è "il discepolo che egli amava".

La tradizione ci dice che è Giovanni, l'autore del IV Vangelo. Lo stesso protagonista racconta ciò che ha visto e udito dal Maestro (cfr. 1Gv 1,1-3).

Ma il fatto che l'indicazione non sia precisa, cioè che non ci sia il nome del discepolo, dice che ciò che conta non è il personaggio in questione, ma il suo ruolo. Il discepolo è colui che è chiamato a seguire Gesù fino alla croce: "Se qualcuno vuol venire dietro me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua" (Mc 9,34).

Questo discepolo ha seguito il Signore fino alla croce, gli altri sono fuggiti, lui è là a condividere la passione dell'amato maestro.

Sì, perché il discepolo amato è colui che vive un'intimità di rapporto con il suo Signore, che "rimane nel suo amore" (Gv 15,9).

Il discepolo “amato” è ogni discepolo, perché ognuno è amato personalmente e chiamato all’amore (Gv 15,9-17). Tutti siamo amati fino al punto di vedere Gesù che muore sulla croce per noi. “Sono io il discepolo amato fino alla fine”: ognuno di noi può dirlo. Giovanni dice anche di essere testimone di questo amore (Gv 19,35). Anche questo è il “discepolo amato”, è colui che si sente amato al punto da diventare testimone dell’amore che Gesù ha per lui.

v. 26 “Disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio»”.

Questa espressione usata dall’evangelista - dicono gli esperti - indica che Gesù sta rivelando una nuova missione alla madre. Gesù, in un certo senso, dice alla madre: “Fino ad ora eri mia madre, ora sei madre di tutti coloro che io amo e per i quali sto morendo”.

Maria è coinvolta da Gesù nel suo amore verso l’umanità. Egli muore per questa umanità e chiede a Maria di farsene madre, di prenderla a cuore. È bello, però, che il discorso non sia “generale”, ma personale. Gesù non dice: “Ecco i tuoi figli”, ma “Ecco il tuo figlio”, perché ogni uomo è figlio. Il rapporto con la madre è personale.

A Maria non è affidata l’umanità in genere, ma ogni uomo in particolare: ciascun uomo amato da Gesù, chiamato ad essere suo discepolo. E’ davvero consolante pensare che ciascuno di noi era nel cuore del Signore quando si rivolgeva alla madre dicendo: “Ecco il tuo figlio”.

Maria, pertanto, è nostra madre, per volontà del Signore, per un eccesso di amore e di tenerezza nei nostri confronti.

E qui dobbiamo fare riferimento ad un altro brano, quello di Cana, strettamente collegato al brano della croce (Cfr. Gv 2, 1-12). Maria è presentata chiaramente nel suo ruolo materno. Maria è attenta, sollecita, si prende cura, il vino di cui mancano gli sposi è simbolo di tutte le carenze che l’uomo sperimenta e per le quali si rivolge a Dio. Ma quel vino è, soprattutto, simbolo di Cristo stesso, del suo amore versato senza misura, amore, che toccherà il suo culmine proprio alla croce.

Il “vino” di cui si occupa Maria è quello che ci manca veramente: Gesù. Se abbiamo lui abbiamo la gioia della vita, se non abbiamo lui nulla ci disseta!

A Maria sta a cuore che conosciamo lui, che facciamo esperienza del suo amore, cioè che ci lasciamo amare, per questo lo indica e ci rimanda a lui: “Fate tutto quello che egli vi dirà” (Gv 2,5).

Maria è madre perché ha generato nella carne Gesù, il Figlio di Dio. Anche nella nostra vita ella esercita la sua maternità generando Gesù in noi. Ella vuole conformarci e rigenerarci ad immagine del suo Figlio, ma ad una condizione: che la accogliamo ela prendiamo con noi.

v. 27 “Ecco la tua madre! E da quell’ora il discepolo la prese con sé”.

Gesù, si rivolge anche al discepolo, anche a lui rivela la sua condizione di figlio di questa madre.

È un affidamento reciproco! A ciascuno di noi è data in dono questa madre, ma perché ella eserciti la sua maternità è necessario che noi facciamo proprio quello che ha fatto il discepolo: “prenderla con noi”. “Da quell’ora specifica l’evangelista – il discepolo la prese con sé”.

L’ora per Giovanni è l’ora della croce, l’ora della glorificazione di Gesù sulla croce, l’ora della nostra salvezza dal male e dalla morte, l’ora della sua passione-morte-risurrezione.

Dal cuore del mistero pasquale di Cristo scaturisce il dono della madre, perché quello è il cuore e il centro del mistero di Cristo. Da quel momento il discepolo la prese con sé, cioè nella sua vita, nella sua interiorità. La sua vita di discepolo, a partire dal mistero pasquale di Cristo è segnata dalla tenera

presenza di questa madre. Sta a noi, allora, “accoglierla in tutto lo spazio della nostra vita interiore”, permetterle di esercitare la sua maternità e di ascoltarne l’invito: guardate a Gesù, andate a Lui.

 

RIFLETTERE SULLA PAROLA

 

 “Stavano presso la croce di Gesù sua Madre,....”

Diverse persone sono presenti alla crocifissione di Cristo: guardano sbigottite al supplizio di un Innocente; ma poche rimangono poi ai piedi della croce: la madre di Gesù; la sorella di Lei, Maria di Cleofa e Maria di Magdala, e vicino alla madre c'era Giovanni, il discepolo amato da Gesù.

Il Vangelo che oggi abbiamo ascoltato ci fa contemplare il Cristo nel gesto più grande di Obbedienza al Padre: la sua morte in croce. Siamo chiamati a contemplare il Cristo ed il mistero della nostra Salvezza attraverso lo sguardo della Madre!

Contemplare l'ultimo evento che la Vergine Maria vive con il Figlio, è quasi entrare nel segreto dei sentimenti di una madre per suo figlio ... uno sguardo; una parola; tanto silenzio; uno stare impietriti di fronte a degli eventi sconvolgenti .... È proprio in questi momenti che la fede che Maria ha vissuto e che oggi ci ripropone, è la fede di colei che sa che "Dio è più grande del nostro cuore".

Stare in un faccia a faccia con Gesù, per Maria è guardare e contemplare l'impotenza dell'uomo ....

Anche Maria di fronte alla croce di Cristo era impotente, ma proprio in questa impotenza scaturisce la grandezza di Dio. La forza che ha sconfitto la morte è stata non la potenza fisica; non la potenza psicologica; non la potenza delle belle parole; non la potenza dei sorrisi di compiacimento; ma la potenza dell'Amore! Di fronte all’impotenza si contrappone l'amore di Dio!

Sì, in una società e talvolta anche nella Chiesa, dove l'uomo è il potente di turno per la forza, per l'intelligenza, per l'astuzia, per i soldi, per le strategie, per la diplomazia, noi siamo chiamati ad abbattere queste certezze momentanee e ad accogliere solo la forza che viene dal Signore... il Suo Amore per ciascuno di noi ....

La vergine Maria ha saputo cogliere questo insegnamento, si è lasciata trasformare - ai piedi della croce - definitivamente dall'amore, soffrendo con il Figlio suo, collaborando all'opera della redenzione, insegnando che  l'Amore autentico è accompagnato sempre dalla sofferenza. Lo stare di Maria, ai piedi della croce, diviene potenza di Dio, di un Dio Misericordia, di un Dio perdono, di un Dio riconciliazione, di un Dio Accoglienza ....

Noi di fronte ai grandi eventi in cui ci sentiamo impotenti, troppo volte ci laviamo le mani pensando che solo altri devono fare qualcosa, fuggiamo per non essere interpellati in prima persona, preferiamo non esporci, preferiamo mettere la testa sotto terra come gli struzzi per non vedere la verità perché fa male.... Proprio a noi, Maria insegna a stare ai piedi delle tante piccole e grandi croci che incontriamo nella nostra quotidianità.

Maria ci insegna a non fuggire, e a ripetere non a parole ma con la vita: "Completo nella mia carne ciò che manca dei patimenti di Cristo a vantaggio del suo Corpo che è la Chiesa!".

La salvezza è personale, ma la salvezza è di tutta la Chiesa e ciascuno di noi è chiamato a viverla fino in fondo! Io sono Chiesa pertanto non posso ritenermi salvo se non mi apro a tutta l'esperienza della Chiesa, se non mi dono al fratello, se non ho il coraggio di vivere la mia testimonianza anche quando è rischiosa, come per Maria che è stata ai piedidella croce!

"Stava presso la croce di Gesù sua Madre ..."

Ai piedi della croce Maria viene affidata a Giovanni, il discepolo amato, e in Lui a tutta la cristianità, come bene prezioso, come dono spirituale, come Colei che ha saputo camminare sulle vie difficoltose della vita! A noi il compito di accoglierla per imparare da Lei:

• come camminare dietro a Gesù,

• come stare ai piedi delle infinite croci ancora disseminate nella nostra vita.

• come imparare a ripetere quel si fedele e costante che ci fa essere capaci di dire "non sono più io che vivo ma Cristo vive in me".

 

PER CONTINUARE A RIFLETTERE, CON LA VOCE DEI GIOVANI

 “Faccio parte di una famiglia che ha sempre frequentato la parrocchia e mi sono accorto che l’ho presa come un dogma. Andando avanti con l’età ci sono stati momenti in cui l’ho sentita molto lontana, probabilmente mi sono sentito tradito, nel senso che io ho sempre dato tutto me stesso – e non è che cercassi un grazie – ma cercavo di essere almeno apprezzato per quello che facevo.

Quando è venuto a mancare questo la mia fede è scesa, non è più stata assoluta. Oggi ho fede in quello che è Cristo, in quello che è Gesù; molto meno nella Messa, nella parrocchia, nelle associazioni.  Sì, io credo che Cristo esista, credo in tutto quello che è stato scritto, leggo saltuariamente il Vangelo della domenica, ma non riesco più a frequentare il luogo di culto.

Mi sto costruendo probabilmente una fede mia; mi sembra certo un errore, ma in questo momento non ne sento il bisogno e anzi, spesso e volentieri scappo da quello che è stare insieme. Anche qui (siamo a un campo di formazione politica) la prima sensazione che ho avuto è quella di isolarmi: ho bisogno di stare con gli altri, ma ho paura. La comunità vuol dire condividere, vuol dire rimettere in discussione tutto quello che ho abbandonato e adesso non riesco”.                     Giacomo, 21 anni

 

CONCLUDENDO IN PREGHIERA

Signore Gesù, tu sei il dono di Dio che ci salva con la tua morte in croce e la tua risurrezione. Ci rivolgiamo a te che affinché possiamo vivere con responsabilità i doni che ci offri.

Ti preghiamo insieme dicendo: grazie dei tuoi doni, Signore.

Di quello che hai creato, del mondo in cui viviamo, delle possibilità che abbiamo, di tutte le nostre capacità. Noi ti preghiamo. Rit

Delle persone che hai posto accanto alla nostra vita: della nostra famiglia, degli amici, dei colleghi, di chi abita vicino a noi. Noi ti preghiamo. Rit

Della nostra comunità che siamo chiamati a sentire come un dono prezioso con il quale vivere la nostra fede. Noi ti preghiamo. Rit.

Di Maria, tua e nostra Madre, che ci hai affidato sotto la croce e che ci accompagna nella nostra vita cristiana. Noi ti preghiamo. Rit.

 

Padre nostro

 


4a CATECHESI

 
 
testo catechesi:
 

 

4 “ALLORA ENTRO’ ANCHE L’ALTRO DISCEPOLO CHE VIDE E CREDETTE“

 

LA TESTIMONIANZA DI FEDE

 

PREGHIAMO INSIEME

Invocazione allo Spirito

Rit.: Spirito del Dio vivente accresci in noi l’amore.

Pace, gioia, forza nella tua dolce presenza.

 

Fonte d’acqua viva purifica i cuori,

sole della vita ravviva la tua fiamma.

Fonte d’acqua viva purifica i cuori,

sole della vita ravviva la tua fiamma.

Rit

 

Dal Salmo 118

Mia forza e mio canto è il Signore,

egli è stato la mia salvezza.

Grida di giubilo e di vittoria

nelle tende dei giusti:

la destra del Signore ha fatto prodezze,

la destra del Signore si è innalzata,

la destra del Signore ha fatto prodezze.

Non morirò, ma resterò in vita

e annuncerò le opere del Signore.

È questa la porta del Signore:

per essa entrano i giusti.

Ti rendo grazie, perché mi hai risposto,

perché sei stato la mia salvezza.

La pietra scartata dai costruttori

è divenuta la pietra d’angolo.

Questo è stato fatto dal Signore:

una meraviglia ai nostri occhi.

Questo è il giorno che ha fatto il

Signore: rallegriamoci in esso ed esultiamo!

 

Preghiamo:

Signore nostro Dio, nostra speranza e nostra vita, accompagna i nostri passi verso di te: il tuo Spirito ci sostenga nella testimonianza quotidiana della fede in parole e opere. Tu benedetto nei secoli dei secoli. Amen.

 

LA PAROLA DI DIO

Dal Vangelo secondo Giovanni (20,1-10)

1 Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand'era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. 2 Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!». 3 Uscì allora Simon Pietro insieme all'altro discepolo, e si recarono al sepolcro. 4 Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. 5 Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò. 6 Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, 7 e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte. 8 Allora entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. 9 Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti. 10 I discepoli intanto se ne tornarono di nuovo a casa.

 

COMPRENDERE LA PAROLA

Maria Maddalena si reca al sepolcro per rimanere presso la tomba di Gesù, come una persona che non vuole separarsi da colui che ama intensamente neppure dopo la morte.

Questa discepola è animata da un forte amore umano per Gesù come dimostra eloquentemente il suo pianto inconsolabile presso il sepolcro del Signore.

L'annotazione "mentre era ancora buio" potrebbe avere un significato simbolico, per indicare le tenebre provocate dall'assenza di Gesù.

Ma ben presto apparirà il Cristo-luce che illumina il mondo e sarà contemplato per prima proprio da Maria Maddalena.

La Maddalena, giunta al sepolcro, constata che la pietra della tomba di Gesù è stata rimossa e, pensando a una manomissione del sepolcro, corre da Simone Pietro e dal discepolo che Gesù amava. Il discepolo amato corse più velocemente di Pietro e arrivò per primo al sepolcro, forse perché era più giovane; non è improbabile però che questo dettaglio voglia insinuare un maggiore amore per Gesù.

Infatti, se il correre è proprio di chi ama, corre più velocemente chi ama di più. Il discepolo amato arrivò per primo alla tomba, ma non entrò e si limitò a chinarsi e a vedere i lenzuoli per terra.

Egli attese Pietro per entrare nel sepolcro. Forse con questo gesto si vuole pensare al primato di Pietro. Nel capitolo seguente troveremo la scena del conferimento del primato pastorale a Pietro (Gv 21,15ss).

Pietro entrò nel sepolcro e vide i lenzuoli per terra come aveva visto l'altro discepolo, ma vide anche il sudario, che era stato sul capo di Gesù, piegato a parte.

Tale constatazione suscitò la fede nel discepolo amato. La presenza di due uomini per testimoniare la verità del sepolcro vuoto risponde alle esigenze del diritto ebraico secondo il quale per la validità di una testimonianza devono essere almeno due i testimoni oculari (Dt 19,15; Mt 18,16; 2Cor 13,1ss).

L'associazione tra il vedere e il credere (v.8) formerà una delle tematiche centrali della seconda parte di questo capitolo, dove Tommaso pretenderà di vedere per credere (v.25) e il Risorto esaudirà la sua richiesta, proclamando però beati quelli che crederanno senza aver visto (v.29).

Il discepolo vide e credette alla Scrittura che prediceva la risurrezione di Gesù (v. 9). L'ignoranza della Scrittura da parte dei discepoli implica una certa difficoltà a credere (Gv 20,8; 1,26; 7,28; 8,14).

Nella Chiesa che va alla ricerca dei segni ci sono diversi temperamenti, diverse mentalità: c'è l'affetto di Maria, l'intuizione di Giovanni, la massiccia lentezza di Pietro; si tratta di diversi tipi, di diverse famiglie di spiriti che cercano i segni della presenza del Signore.

Ma tutti, se sono veramente nella Chiesa, hanno in comune l'ansia della presenza di Gesù tra noi.

Esistono quindi nella Chiesa diversi doni spirituali, da cui hanno origine diverse disposizioni: alcuni sono più veloci, altri più lenti; tutti comunque si aiutano a vicenda, rispettandosi reciprocamente, per cercare insieme i segni della presenza di Dio e comunicarceli, nonostante le diversità delle reazioni di fronte al mistero

 In questo episodio troviamo l'esempio della collaborazione nella diversità: ciascuno comunica all'altro quel poco che ha visto, e insieme ricostruiscono l'orientamento dell'esistenza cristiana, laddove i segni della presenza del Signore, di fronte a gravi difficoltà o a situazioni sconvolgenti, sembrano essere scomparsi...

Quando manca la presenza dei segni visibili del Signore, bisogna scuotersi, muoversi, correre, cercare, comunicare con altri, con la certezza che Dio è presente e ci parla.

Se nella Chiesa primitiva Maddalena non avesse agito in tal modo, comunicando ciò che sapeva, e se non ci si fosse aiutati l'un l'altro, il sepolcro sarebbe rimasto là e nessuno vi sarebbe andato; sarebbe rimasta inutile la risurrezione di Gesù.

Soltanto la ricerca comune e l'aiuto degli uni agli altri portano finalmente a ritrovarsi insieme, riuniti nel riconoscimento del Signore”.

 

RIFLETTERE SULLA PAROLA

La Pasqua comincia dal cammino nella notte e non è soltanto la notte della schiavitù degli Ebrei nell’Egitto, è la notte delle nostre città e dei nostri paesi, dove spesso, nella tristezza del nostro agire, si arriva ad una terribile conclusione: Dio è morto. Il mondo attorno a noi, con le sue luci effimere, con la violenza delle strade cittadine, con l'indifferenza per i barboni o i drogati che muoiono sui marciapiedi, con il lamento silenzioso di due terzi dell'umanità che diventano sempre più poveri, sembra dirci che Dio è morto.

Dio è morto con tutta questa gente. Nessuno si preoccupa della loro morte. Anche per la morte di Dio nessuno si preoccupa. Anzi è proprio l'indifferenza per i fratelli, che fa morire Dio nel cuore del mondo. 2000 anni fa, Dio stava morendo in croce, tra la totale distrazione dei presenti.

E la stessa indifferenza sembra esserci oggi. Queste sono le tenebre in cui cammina Maddalena all'inizio del vangelo, queste sono le tenebre nelle quali nella notte della veglia pasquale, si accende un fuoco, un fuoco nuovo, una luce nuova che il cero ha riporta dentro la nostre chiese.

Perché anche nella Chiesa spesso si è insinuato il buio, spesso le stanchezze, le abitudini, le commistioni con il potere terreno hanno spento la vita, hanno tarpato le ali al messaggio, hanno zittito le voci dei profeti e anche lì spesso c’è il buio Il cero ha di nuovo acceso la luce.

Ma quale luce?

Quale messaggio ci porta il fuoco nuovo che vuol scaldare ed illuminare il cuore della terra?

Cosa vuol dire oggi l'annuncio di quel mattino: Dio è risorto? Torniamo a Maria Maddalena che nonostante il buio va lo stesso verso quel sepolcro. Lei sente il bisogno di tornare vicino al suo Signore, per testimoniare ad un morto, che in lei l'amore non è morto e non è forse morta neppure la speranza. Dio è morto nel cuore del mondo, ma nel cuore di Maddalena Gesù è ancora vivo.

Come Maddalena vogliamo testimoniare la nostra fede, testimoniare la nostra speranza in una resurrezione che può ancora avvenire. Dio può risorgere nel cuore del mondo.

Maddalena si accosta al sepolcro, all'ultimo ricordo di un Dio che era vivo nel cuore della gente. Ma Lei trova il sepolcro vuoto. E' il sepolcro che interessa: lo si nomina sette volte; ed è un sepolcro vuoto. Nicodemo vi aveva deposto Gesù. Ora Gesù non c'è più.

La scoperta è descritta gradualmente e ci dà la possibilità di riflettere. "Hanno tolto il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'abbiano posto”. "Hanno tolto": se non c'è, qualcuno l'ha trafugato, un cadavere non si muove da sé.

Ed ecco che si va a vedere. Non tutti, perché si ha paura. Non tutti, perché forse non ne vale la pena. Non tutti, perché potrebbe essere compromettente. Ma comunque due vanno. Quel vuoto che chiama a muoversi, a mettersi in cammino per vedere e per comprendere sta conquistando i cuori.

Pietro e l'altro discepolo si mettono in cammino. C’è chi corre più forte con le ali dell’amore e chi ha il fiato più lungo come la Chiesa ufficiale, ma questi due arrivano a vedere il vuoto del sepolcro.

Il vangelo ci prende per mano facendoci constatare il fatto e anche alle nostre orecchie risuona il grido: "Non è qui, è risorto!"

Nella Veglia una chiesa vuota ed un sepolcro vuoto, testimonianze di un fallimento, di una speranza

che è finita o segni di un cambiamento totale? La liturgia ci propone una chiesa vuota e buia perché dobbiamo essere noi a portare di nuovo al suo interno la vita e la luce. Gradualmente la chiesa si riempie, le luci si accendono, il popolo entra, e guardandosi con stupore si scopre che Dio non è più morto nel cuore dei fratelli, che Dio è vivo nella speranza e nella fede di chi ci sta accanto.

"Dove due o più sono riuniti nel mio nome, Io sono vivo in mezzo a loro". Questa è l'esperienza pasquale che si dovrebbe vivere e comprendere e  testimoniare.

Se oggi è possibile vedere, sperimentare il Signore vivo, l'unica via è quella di guardarlo vivente nella fede e nel cuore dei fratelli. Nella messa di pasqua, il Signore risorto si rivela a chi ha occhi per vederlo. Come accadde allora, dice il libro degli Atti, Gesù non apparve a tutti, "ma a  testimoni prescelti da Dio, a noi, che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua

risurrezione dai morti". La Pasqua va vissuta dunque con gli occhi ben aperti, per scorgere la presenza del Signore in mezzo a noi, come gli occhi di Maria Maddalena e dei due discepoli che scrutano il sepolcro e dal vuoto di esso sanno cogliere la realtà di quello che è successo.

Se ci scopriamo vuoti, poveri, incapaci di speranza, se scopriamo una comunità cristiana che spesso non ci piace perché lontana dal suo Salvatore, se scopriamo un mondo che stancamente cammina sulle strade della morte perché indifferente ai valori e a Dio, è il momento di lasciare scoppiare la vita, di gridare la gioia della fedeltà del Signore, di far parlare la misericordia, di far trasparire il risorto dal nostro volto e dal nostro agire. Se il mondo, la chiesa e noi siamo vuoti, è ora anche per noi, come per Cristo, con la forza dello Spirito Santo di uscire fuori, di ricominciare da capo di sentirci vivi con Lui.

 

PER CONTINUARE A RIFLETTERE, CON LA VOCE DEI GIOVANI

“Mio padre è molto credente, mia mamma invece meno: essendo medico e quindi lavorando nel campo scientifico, è più vicina alla ragione rispetto alla fede; in ogni caso hanno deciso di battezzarmi. Durante gli anni del catechismo per merito della mia catechista ho frequentato assiduamente la Chiesa e quando mi hanno proposto di entrare nel coro io sono stata entusiasta di questa cosa: sono diventata organista e ho continuato a  frequentare principalmente per questa motivazione. La mia catechista è stata una persona molto presente: il suo ruolo non si esauriva nell’ora di catechismo, ma andava oltre e ci teneva ai giovani. Ho frequentato il dopo cresima perché c’erano altri ragazzi della mia età. Mi faceva piacere andare in oratorio: c’erano ragazzi giovani di 24-25 anni che per me sono state figure importantissime, mi hanno aiutato a crescere ed erano un po’ figure di riferimento. Invece gli insegnanti di religione che ho avuto non sono stati particolarmente motivanti. È comparsa nella terza media una prof. di religione la quale, però, era talmente credente che faceva… non lo so, fondamentalmente riusciva ad allontanare le persone che credevano.

Era convinta ma in maniera morbosa”.

Giulia, 21 anni

 

CONCLUDENDO IN PREGHIERA

Signore Gesù, a te che sei risorto ci rivolgiamo fiduciosi che la nostra preghiera sarà da te ascoltata ed esaudita.

Ti preghiamo insieme dicendo:

rafforza la nostra fede.

 

Nel testimoniarti in mezzo alle difficoltà e in mezzo all’indifferenza delle persone del mondo di oggi. Noi ti preghiamo. Rit.

Quando ci sentiamo insicuri della nostra fede, pieni di insicurezze, dubbi e tentennamenti. Noi ti preghiamo. Rit.

Quando sembra che gli altri non siano segnati dalla nostra testimonianza e non ci pare di raccogliere frutti nell’annuncio del Vangelo. Noi ti preghiamo. Rit

Quando crediamo di sapere già tutto della fede, del Vangelo, di te. Noi ti preghiamo. Rit.

 

Padre nostro