CATECHESI E RIFLESSIONI

 Catechesi e riflessioni proposte da don Giuseppe Ravasio alla comunità parrocchiale di S. Giuliano in occasione 

 

 

dell'Avvento 

 
 
 
 

IO HO SCELTO VOI

1. “AVVENGA PER ME SECONDO LA TUA PAROLA”

UNO SGUARDO CHE GENERA

 

PREGHIAMO INSIEME

 

Invocazione allo Spirito

Prima che il tempo fosse, tu, Spirito Santo, planavi sulla creazione informe, inanimata e vuota, nell’attesa del primo “Fiat”. “Sia fatta la luce”.

Nella pienezza dei tempi, tu, Spirito d’Amore, adombrando di gloria la Vergine Maria, hai messo sulle sue labbra un nuovo “Fiat”:

Così il Verbo si è fatto carne della nostra carne, rendendo Maria madre di Dio e dell’umanità.

Pure su di me ora plana e aleggia, tu, Spirito di Vita, che tutto perdoni, ricrei e risusciti.

Dà forma alla mia anima e trasforma il mio corpo in tempio di Dio, tua stabile dimora.

Inondami di grazia, trasforma la mia vocazione in missione, divinizza questo mio corpo destinato ad un eterno peso di gloria in cielo, con Maria, con i santi, con chi mi attende là dove la gioia non avrà mai fine.

 

Preghiamo:

O Vergine santa, che l'angelo Gabriele salutò "piena di grazia" e "benedetta tra tutte le donne", noi adoriamo il mistero ineffabile dell'Incarnazione che Dio ha compiuto in te.

L'amore ineffabile che porti al frutto benedetto del tuo seno, ci è garanzia dell'affetto che nutri per noi, per i quali un giorno il Figlio tuo sarà vittima sulla Croce.

La tua annunciazione è l'aurora della redenzione e della salvezza nostra.

Aiutaci ad aprire il cuore al Sole che sorge e allora il nostro tramonto terreno si muterà in alba immortale. Amen.

Ave, o Maria…

 

LA PAROLA DI DIO

 

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 1,26-38)

26Nel sesto mese, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, 27a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. 28Entrando da lei, disse: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te». 29A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. 30L'angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. 31Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. 32Sarà grande e chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre 33e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». 34Allora Maria disse all'angelo: «Come èpossibile? Non conosco uomo».35Le rispose l'angelo: «Lo Spirito Santoscenderà su di te, su te stenderà la suaombra la potenza dell'Altissimo. Coluiche nascerà sarà dunque santo echiamato Figlio di Dio.36Vedi: anche Elisabetta, tua parente,nella sua vecchiaia, ha concepito unfiglio e questo è il sesto mese per lei,che tutti dicevano sterile: 37nulla èimpossibile a Dio».38Allora Maria disse: «Eccomi, sono la

serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto». E l'angelo partì da lei.

 

COMPRENDERE LA PAROLA

 

• La visita dell’angelo a Maria ricorda le visite di Dio a diverse donne del Vecchio Testamento: Sara, madre di Isacco (Gen 18,9-15), Anna, madre di Samuel (1 Sam 1,9-18), la madre di Sansone (Gde 13,2-5).

A tutte loro fu annunciata la nascita di un figlio con una missione importante nella realizzazione del piano di Dio. 

Con l’espressione “Nelsesto mese”.É il sesto mese della gravidanza di Elisabetta. La necessità concreta di Elisabetta, una donna avanzata in età che aspetta il suo primo figlio con un parto a rischio, è lo sfondo di tutto questo episodio.

Elisabetta è menzionata all’inizio (Lc 1,26) ed alla fine della visita dell’angelo (Lc 1,36.39).

• L’angelo dice: “Ti saluto o piena di grazia, il Signore è con te!”

Parole simili sono state dette anche a Mosè (Es 3,12), a Geremia (Ger 1,8), a Gedeone (Gde 6,12) e ad altre persone con una missione importante nel piano di Dio.

Maria è sorpresa dal saluto e cerca di capire il significato di quelle parole. E’ realista. Vuole capire. Non accetta qualsiasi inspirazione.

• L’angelo risponde: “Non temere, Maria!” Come avviene nella visita dell’angelo a Zaccaria, anche qui il primo saluto di Dio è sempre: ”Non temere!”

Subito l’angelo ricorda le promesse del passato che saranno compiute grazie al figlio che nascerà e che deve ricevere il nome di Gesù. Lui sarà chiamato Figlio dell’Altissimo ed in lui si realizzerà il Regno di Dio. E’ questa la spiegazione dell’angelo in modo che Maria non si spaventi.

• Maria è consapevole della missione che sta per ricevere, ma continua ad essere realista. Non si lascia trascinare dalla grandezza dell’offerta, ed osserva la sua condizione. Analizza l’offerta a partire da certi criteri che ha a sua disposizione. Umanamente parlando, non era possibile: “Come è possibile? Non conosco uomo.”

• L’angelo spiega che lo Spirito Santo, presente nella Parola di Dio fin dalla Creazione (Genesi 1,2), riesce a realizzare cose che sembrano impossibili. Per questo, il Santo che nascerà da Maria sarà chiamato Figlio di Dio. Il miracolo si ripete fino ad oggi. Quando la Parola di Dio è accolta dai poveri, qualcosa di nuovo avviene grazie alla forza dello Spirito Santo! Qualcosa di nuovo e sorprendente come che un figlio nasce ad una vergine o un figlio nasce ad una donna di avanzata età, come Elisabetta, di cui tutti dicevano che non poteva avere figli! E l’angelo aggiunge: “ Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese”.

• La risposta dell’angelo chiarisce tutto per Maria, e lei si dona: “Eccomi, sono la servadel Signore, avvenga di me quello che hai detto”. Maria usa per sé il titolo di Serva, ancella del Signore. Questo titolo di Isaia, che rappresenta la missione del popolo non come un privilegio, bensì come un servizio agli altri popoli (Is 42,1-9; 49,3-6). Più tardi, Gesù definirà la sua missione come un servizio: “Non sono venuto ad essere servito, ma a servire!” (Mt 20,28). Imparò dalla Madre!

 

RIFLETTERE SULLA PAROLA

 

In una terra ai margini della Palestina, in un villaggio insignificante, in una casa semplice e sconosciuta, in una famiglia quotidiana si realizza il mistero di Dio: Dio, l’eterno, si fa mortale, il forte si fa debole, il celeste si fa terrestre. L’Apostolo Paolo, quando cercherà di cantare questo evento nella fede cristiana ormai professata da ebrei e da greci, affermerà: “Colui che era Dio svuotò se stesso, diventando uomo” (cf. Fil 2,6-7).

Questo evento inaudito e impossibile per noi umani, è avvenuto perché “tutto è possibile a Dio”, ma come raccontarlo? La verità da esprimere è che un uomo come Gesù, il Figlio di Dio divenuto carne mortale, solo Dio ce lo poteva dare.

Non poteva essere il frutto di volontà umana, non poteva essere generato dalla sola umanità, non poteva essere semplicemente il figlio di una coppia umana.

Ed ecco, per rivelare la verità profonda di questo evento, al di là di ciò che risultava visibile agli occhi della gente di Nazaret, una narrazione che cerca di dirci come Dio è intervenuto e ha agito, come Gesù è un dono che solo Dio poteva darci.

A una giovane donna ebrea, chiamata Maria, Dio guarda con amore, fino a sentirla e proclamarla come “amata”, “riempita e trasformata dalla sua grazia, dal suo amore”.

Dio le fa sentire la sua presenza, la sua vicinanza, le fa sentire che “è con lei”, per questo Maria deve rallegrarsi. Del resto, Dio-con-noi, ‘Immanuel (Is 7,14; Mt 1,23), non è forse uno dei nomi di Dio?

Maria era una donna di fede, dunque sempre in attesa dell’azione e della presenza di Dio, e proprio per questo nei confronti del suo Signore non aveva alcuna pretesa né vantava alcun merito. Perciò è sorpresa, timorosa e stupita per questa grazia di Dio che la invade nella quotidianità dei suoi giorni.

Eppure Maria sa ascoltare la voce del Signore che le chiede di non temere, di avere fede: il figlio che concepirà dovrà chiamarlo Gesù, Jeshu‘a, “il Signore salva”, così che egli sia riconosciuto nella sua vera identità di Figlio dell’Altissimo, discendente di David, dunque Messia.

Maria però confessa: “Io non conosco uomo!”, riconoscendo cioè l’impossibilità umana di dare alla luce un figlio in quella condizione, dunque la sua incapacità a concepire e a partorire un tale figlio. In lei c’è soltanto un vuoto, più radicale di quello di una donna anziana e sterile

come sua cugina Elisabetta, un vuoto dal quale non può avvenire generazione. Ma il Signore Dio nella sua potenza fa cose inaudite e grandi, e le opera in lei: sarà come una nuova creazione!

Come lo Spirito del Signore planò sulle acque in-principio, per generare la vita, così ora lo stesso Spirito santo scende su Maria, e la sua Presenza che la copre come ombra, renderà possibile che la Parola di Dio si faccia carne e che quel vuoto diventi il “sito” in cui Dio raggiunge l’uomo, generando suo Figlio quale “Figlio nato da donna”.

Ecco il mistero dell’incarnazione, di fronte al quale si può soltanto adorare, contemplare e ringraziare. Solo Dio poteva darci un uomo come Gesù, e a questo dono ha risposto con un “amen”, un sì disponibile, Maria, la donna di Nazaret che Dio ha scelto facendola oggetto della sua grazia, della sua benevolenza, del suo amore totalmente gratuito.

Noi aspettiamo Gesù per Natale, ci prepariamo ad accoglierlo nella nostra vita, a farlo nascere nel nostro cuore... chi più di una mamma e dell'esperienza di una mamma può aiutarci ad accogliere Gesù? Oggi vorrei parlare per me e per voi dell'attesa di un bambino, perché noi siamo qui ad attendere Gesù. Nel Natale, aspettiamo il Signore che nasca nel nostro cuore, nella nostra vita. Chi meglio di Maria, di una mamma può insegnarci cos'è aspettare un figlio?

Nella mia vita ho avuto la fortuna di condividere l'attesa di un bambino con giovani donne e di ascoltare le loro confidenze e per molte di loro era il primo figlio. Ascoltando loro, mi è sembrato di capire un po' Maria e, riflettendo su questa pagina del Vangelo e su Maria, mi è sembrato di capire un po' loro. Maria aspetta un figlio che è non totalmente suo: è Figlio di Dio! Viene da un'altra dimensione. Viene dalle profondità della vita.

"I vostri figli - dice una poesia di Gibran – non sono figli vostri, sono i figli e le figlie della forza stessa della vita”. Quello che vale per Maria, vale per tutti, per tutte le mamme e l'ho sperimentato ascoltando le loro confidenze. Aspettare un figlio è vivere il mistero... qualche cosa che cresce dentro di te lentamente e non sai come e non puoi che vivere lo stupore... lo stupore totale, la meraviglia e non puoi fare altro che aspettare, guardare, sentire, provare sensazioni... il primo movimento, il battito del cuoricino. Lo stupore di una vita che nasce e che è infinitamente più grande di te.

Puoi preparare una buona minestra, ci puoi mettere tutto l'impegno; preparare un pranzo per gli amici... è una cosa allegra, importante... ma un figlio è totalmente un'altra cosa! Un figlio è mistero. Nel figlio c'è la vita, la vita che nasce, che si sviluppa e non può esserci che lo stupore, la meraviglia, il fare spazio, l'accoglienza. Di più... ascoltando le confidenze di queste giovani donne ho partecipato alla loro ansia, ai loro dubbi: "Come sarà questo bambino? Sarà sano, sarà bello, crescerà forte e cosa diventerà?"

E anche i desideri che quel figlio sia in un certo modo, che - magari - ami la musica come la ama la sua mamma; che gli piaccia leggere; che diventi una persona importante; che ami studiare; che sia una persona ubbidiente, corretta, attenta…

La tentazione di farsi un'immagine del figlio... un'immagine a propria somiglianza: "così ti vorrei”… Ed è rischioso, perché il figlio si accetta così com'è, ma questo me l'ho sentito dire molte volte: "Non mi importa se è maschio o femmina, non mi importa se è sano o non sano: è mio figlio!".

Questo comporta un'altra cosa: un figlio ti chiede tutto. Un figlio ti pone esigenze totali... Vedete - un tempo, quando uno si sposava sentiva il senso dell'indissolubilità, un matrimonio è per sempre, oggi no. Oggi ci si può separare... ma un figlio no! Un figlio è per sempre. Un figlio ti chiede tutto. Un figlio vuole tutto da te. Un figlio vuole un impegno totale, l'impegno a seguirlo, a custodirlo, ad amarlo. Un figlio è per sempre. Un figlio chiede tutto.

Qualcuno sente che un figlio ti toglie anche un po' di libertà: 'Forse non potrò più ad andare a fare una crociera. Forse non potrò più andare a fare quei lunghi viaggi che facevo quando ero più giovane. Forse non potrò più... un figlio mi toglie anche un po' di libertà". Eppure il figlio ti dà tutto! Un figlio ti fa diventare diversa. Un figlio completa la tua umanità. Un figlio ti fa sentire una donna che ha generato, che ha fatto nascere un'altra vita: cosa c'è di più bello e di più importante? Essere mamma!

Ora tutto questo potrebbe aiutarci a capire l'attesa del nostro Natale. Il Figlio che viene ci chiede tutto: "Chi perderà la propria vita per me, la salverà" - arriva a dire il Vangelo – Un figlio ti chiede tutto, ti chiede un impegno totale – a volte - addirittura di rischiare la vita, ma un figlio come Gesù ti dà tutto, ti dà la pienezza della vita, la libertà, ti dà il senso che la tua vita abbia un valore assoluto, che sia ricca di umanità...

Questo Figlio che nasce ci chiede tutto, ma ci dà tutto. Ci dà il senso di essere figli: figli di Dio! Anche noi come una mamma che aspetta, possiamo sentire e faremmo bene a sentirla

l'ansia... "Ma chi sarà questo figlio, cosa vorrà da me, come nascerà nella mia vita?" Noi siamo abituati alle rispostine del catechismo:

"Il bambino che nasce è Dio" quindi è onnipotente, sa tutto, mi giudica - qualche volta - mi condanna.

La tentazione della mamma è di sapere come sarà il figlio... Se noi non sappiamo come sarà questo Figlio in concreto nella nostra vita... non ci resta che fargli spazio, accoglierlo così com'è: questo Figlio viene da Dio. Questo Figlio viene dall'oltre, dalle profondità della vita e non può che suscitare in noi tutto lo stupore e la meraviglia di cui siamo capaci.

Maria ci insegni ad accoglierlo. Ci insegnino tutte le mamme del mondo ad aspettare un bambino, a farlo nascere nella nostra vita e nel nostro cuore.

 

PER CONTINUARE A RIFLETTERE

 

“Il saluto dell’angelo è un invito a gioire, perché Dio agisce in lei, rivestendola totalmente del suo amore, della sua grazia.” 

La vocazione di Maria inizia con un invito alla gioia. Dio è in lei. Anche noi dobbiamo guardare alla nostra vocazione innanzitutto con un atteggiamento di gioia e non come un peso o una fatica da portare. Dio è con noi.

 

“Accade per Maria quanto avviene spesso nei racconti di vocazione profetica: il chiamato si interroga su quanto ode dal Signore.”

 La chiamata di Dio risuona nel nostro cuore dal giorno del Battesimo. Maria ci insegna a chiederci il valore di questa chiamata. Ti capita di pensare a cosa sei chiamato e a come stai rispondendo?

 

“Maria mostra la grandezza della sua fede, poiché non anticipa le proprie vie a quelle di Dio, né cerca di far coincidere i propri progetti con quelli divini.”

Rispondere alla chiamata non è fare la nostra volontà, ma quella di Dio che potrebbe avere piani diversi di realizzazione rispetto ai nostri. Fare la sua volontà è questo: è riconoscere i segni che Dio ci indica per poter dare una risposta piena e vera.

 

“Di questo mirabile e folle progetto divino, Maria si fa serva gioiosa e docile, accettando di mettere in gioco tutta la sua vita.”

Dio può anche essere folle nel chiamarci a grandi cose, ma quello che si aspetta da noi non è la capacità di realizzarle, ma la disponibilità a mettersi in gioco. Stai “giocando” la partita della tua vocazione?

 

CONCLUDENDO IN PREGHIERA

Vergine dell’Annunciazione, rendici, ti preghiamo, beati nella speranza, insegnaci la vigilanza del cuore, donaci l’amore premuroso della sposa, la perseveranza dell’attesa, la fortezza della croce. Dilata il nostro spirito perché nella trepidazione dell’incontro definitivo troviamo il coraggio di rinunciare ai nostri piccoli orizzonti per anticipare, in noi e negli altri, la tenera e intima familiarità di Dio. Ottienici, Madre, la gioia di gridare con tutta la nostra vita: “Vieni, Signore Gesù, vieni Signore che sei risorto, vieni nel tuo giorno senza tramonto per mostrarci finalmente e per sempre il tuo volto”.

 

Padre nostro

 

 

IO HO SCELTO VOI

2. “IL SIGNORE, ALLA CUI PRESENZA IO STO”

LA CHIAMATA E’ CONFIDARE NELLA SUA PROVVIDENZA

 

PREGHIAMO INSIEME

 

Invocazione allo Spirito

Dio nostro, Padre della luce, tu hai inviato nel mondo la tua Parola attraverso la legge, i profeti e i salmi, e negli ultimi tempi hai voluto che lo stesso tuo Figlio, Parola eterna presso di te, facesse conoscere a noi te, unico vero Dio: manda ora su di noi lo Spirito Santo, affinché ci dia un cuore capace di ascolto, tolga il velo ai nostri occhi e ci conduca a tutta la verità.

Te lo chiediamo per Cristo Signore nostro, benedetto nei secoli dei secoli. Amen.

 

LA PAROLA DI DIO

 

Dal Primo Libro dei Re (1Re 17,1-9)1

1Elia, il Tisbita, uno degli abitanti di Gàlaad, disse ad Acab: «Per la vita del Signore, Dio di Israele, alla cui presenza io sto, in questi anni non ci sarà né rugiada né pioggia, se non quando lo dirò io». 2 A lui fu rivolta questa parola del Signore: 3 «Vattene di qui, dirigiti verso oriente; nasconditi presso il torrente Cherit, che è a oriente del Giordano. 4 Ivi berrai al torrente e i corvi per mio comando ti porteranno il tuo cibo». 5 Egli eseguì l'ordine del Signore; andò a stabilirsi sul torrente Cherit, che è a oriente del Giordano. 6 I corvi gli portavano pane al mattino e carne alla sera; egli beveva al torrente. 7 Dopo alcuni giorni il torrente si seccò, perché non pioveva sulla regione. 8 Il Signore parlò a lui e disse: 9 «Alzati, va' in Zarepta di Sidòne e ivi stabilisciti. Ecco io ho dato ordine a una vedova di là per il tuo cibo».

 

COMPRENDERE LA PAROLA

 

Il racconto della storia di Elia inizia in modo improvvisto e misterioso, così come lo è il protagonista, venuto dalla lontana regione del Galaad, al di là del Giordano. Di Elia non sappiamo nulla, se non il significato del suo nome, il Signore è il mio Dio, e quanto dice di sé allorché afferma di stare alla presenza di Yhwh, il Dio d'Israele. È un essere stabilmente a disposizione del volere del suo divino padrone, come servo attento e pronto ad eseguire gli ordini, ma anche come confidente che conosce i segreti, i desideri del suo signore.

 

Solo così si comprende il suo coraggio di presentarsi ad Acab in nome del Dio d'Israele, e annunciargli una siccità tremenda da cui si evincerà la radicale impotenza di Baal, la divinità cananea a cui il re è devoto e alla quale attribuisce il dono della pioggia.

 

Elia irrompe sulla scena in modo potente, con una parola di giudizio annunciante una catastrofe che potrà coinvolgere lo stesso profeta. E così la sfida è lanciata e viene posta la questione radicale: chi è realmente Dio? Baal o Yhwh? La risposta deve darla lo stesso Elia, ma non a parole, bensì con la vita, mostrando di fidarsi veramente del Signore, e così testimoniarne la verità.

 

Per questo deve ritirarsi verso oriente, nella solitudine, presso il torrente Cherìt, e lì imparare a vivere in abbandono totale alle volontà divina, accettando l'apparente insensatezza di una vita priva dei normali mezzi di sussistenza. Andare ad oriente è prendere la stessa direzione dei deportati a Babilonia; stare presso il torrente Cherìt (letteralmente Kerit) e il nome del torrente ha a che fare con la stessa radice di krt che indica l'atto di stringere l ' a l leanza (letteralmente "tagliare"),

 

Il profeta deve dunque vivere accettando di diventare vulnerabile, fragile, esposto, e insieme tenere ferma in se stesso la certezza nel patto che Dio ha stretto con il suo popolo, i suoi fedeli. In questa condizione è costretto a contare esclusivamente su ciò che Dio gli dona, attendendo ogni giorno che un "corvo" si ricordi di lui. Unica sua paradossale risorsa è l'obbedienza alla parola del Signore: «Egli partì e fece secondo la parola del Signore».

 

Situazione di precarietà che gli dischiude lo sguardo sulla provvidenza divina. Il cibo che gli viene portato (pane e carne ) è abbondante , nutriente, e soprattutto ricorda i doni della manna e delle quaglie con cui il Signore ha provveduto a sfamare il suo popolo durante il cammino nel deserto, insegnandogli a vivere nella fiducia in Lui giorno per giorno.

Il tempo che Elia trascorre presso il torrente Cherìt è dunque quello di un'amorosa pedagogia divina con cui il Signore prepara il suo profeta ad un'ardua missione.

 

Nei corvi che si prendono cura di lui, si può certo avvertire un motivo comune alla leggenda popolare dell'eroe alimentato da animali. Il racconto, pur nell'andamento favolistico, consegna al lettore un'indicazione preziosa: la fede è riconoscere i segni dell'amore del Signore presenti nei doni della natura e nelle vicende della storia.

 

Elia, in definitiva, deve rinunciare a contare su stesso, sulle proprie risorse, per affidarsi all'aiuto di altro e di altri. In tal modo cresce, giorno per giorno, in quella fede che è fiducia in Colui che è davvero l'Altro. Per essere credibile annunciatore della parola del Signore, il profeta deve per primo vivere sottoposto ad essa e lasciare che tale parola illumini e guidi le sue scelte. Il fatto che egli non possa fare scorta di tale cibo, gli insegna come debba affidarsi ogni giorno al Signore, allo stesso modo con cui il discepolo di Gesù deve imparare a chiedere ogni giorno il pane quotidiano.

 

Però tale atteggiamento di abbandono fiducioso potrebbe trasformarsi nell’usare la provvidenza di Dio come un nido, non accettando il proprio disagio. Ecco che allora, ad un certo punto, interviene un fatto nuovo: il torrente si prosciuga e il profeta deve cercare riparo altrove. E anche qui le sorprese non mancheranno: sarà una donna cananea, una povera vedova, ad ospitarlo e a provvedere al suo sostentamento. Il tutto posto sotto il segno di un'obbedienza radicale e di un servizio pieno al volere del Signore.

 

RIFLETTERE SULLA PAROLA

 

La paura dei nostri giorni è quella di non aver sicurezze, è del sentirsi sovrastati dalle cose, è quella dei sensi di colpa religiosi o morali, è quella di non sapersi rapportare con gli altri, perso Dio e perso il prossimo è in fondo la paura dell’abbandono e della solitudine.

 

L’ansia è quella di non farcela a stare dietro alle cose, al progresso, è quella di non aver il necessario per poter competere, per stare a galla con gli altri, l’altro è semplicemente un concorrente da cui stare bene in guardia perché sempre pronto a fregarti.

 

A noi che qualche volta ci siamo ammalati di queste ansie e paure viene la risposta della Parola di Dio. La vicenda del profeta Elia ci ricorda che Dio non si dimentica mai di noi e che ci ama di un amore viscerale e materno. Non è il “Dio ti vede”, il Dio ispettore o il Dio gendarme che c’è per dare le multe, è il padre che ti ricorda da dove vieni (da Lui) per chi vivi (per Lui) dove vai (verso di Lui).

 

La Bibbia ci ricorda che questo Dio, per noi è Padre, Roccia, Difesa, Riparo, Gioia. Se allora Lui è tutte queste cose per noi, se non viene per prenderci qualcosa, ma per donarci tutto, se il suo scopo è che raggiungiamo la felicità vera, devo essere pauroso, preoccupato, ansioso?

 

Gesù ci dice la ricetta per la serenità del cuore: “Non servire

più padroni”. La ricchezza non diventi il tuo idolo, falla diventare una buona serva. Le cose non ti opprimano: meglio aver meno cose e camminare spediti che trascinarsi dietro tante cianfrusaglie che poi non servono.

 

Gesù ci consiglia di farci una scala di valori: tutte le cose del mondo, della natura ed anche della scienza possono essere interessanti, belle e perfino motivo di grazia o di preghiera, ma attenzione non diventarne schiavo: è bello poter mangiare con gusto e insieme, ma è più importante il mangiare o la salute?

 

Un corpo ben curato, ben vestito si presenta bene ma è più importante l’apparenza, il vestito o chi lo indossa? E’ bene affannarsi per avere tante cose o trovare il senso delle cose all’interno della propria vita?

 

Ecco perché Gesù ci parla di fidarsi della Provvidenza che veste i gigli del campo e nutre gli uccelli del cielo. Dio pensa al nostro vero bene e se Provvidenza non esclude previdenza da parte nostra, sono sicuro che l’essenza del Bene non mi sarà mai negata da Dio.

 

Quando poi Gesù ci dice: “Cercate le cose di lassù” non ci invita a disincarnarci per metterci a camminare sulle nuvole, ma ci chiede di dare giusti valori al nostro vivere: se il mio spirito è in pace anche il mio corpo sarà al sereno e Dio saprà aiutare anche il mio corpo a trasformare la prova in grazia.

 

E poi ancor a un suggerimento di Gesù: “A ciascun giorno basta la sua pena”: è l’invito ad essere consapevoli momento per momento della propria realtà che è il vivere e il non lasciarsi vivere, che è la saggezza di conoscere i limiti del tempo e la grandezza dell’eternità a cui siamo chiamati.

 

Già alla fine del secolo scorso qualcuno parlava di Cristo-terapia affermando che Gesù vuole per intero la nostra salvezza: anima e corpo.

Gesù è davvero questo grande medico dell’uomo: se riuscissimo a seguire anche solo i suoi consigli noi staremmo anche fisicamente meglio e contribuiremmo a far star meglio la nostra umanità.

 

PER CONTINUARE A RIFLETTERE

 

La risposta deve darla Elia, ma non a parole, bensì con la vita mostrando di fidarsi veramente del Signore." 

La risposta alla sua chiamata non sarà solo un sì a parole; mostriamo nelle opere e nelle scelte quotidiane di essere fedeli al Signore?

 

"Rispondere alla chiamata è vivere in abbandono totale alla volontà di Dio accentando anche l'apparente insensatezza di una vita priva dei normali mezzi di sussistenza."

Facciamo molta fatica a staccarci da ciò che ci sembra indispensabile nella vita.

A cosa sei chiamato a rinunciare per rispondere?

 

"Il profeta deve dunque vivere accettando di diventare vulnerabile, fragile, esposto."

Nel cammino della tua chiamata non mancheranno rischi, pericoli, incertezze.

 

"La fede è riconoscere i segni dell'amore del Signore presenti nei doni della natura e nelle

vicende della storia."

Non bastiamo a noi stessi: serve riferirsi all'Altro che è Dio. Sai riconoscere i segni della sua presenza?

 

CONCLUDENDO IN PREGHIERA

Ma come faccio a dire che sei tu che salvi, tu che strappi la mia vita alle tenebre del non senso, tu che mi sottrai al gorgo della cattiveria e della paura, tu che mi riporti alla luce e alla speranza?

La mia vista non è perfetta, è vero, e potrei sbagliarmi. Ma non è stata la tua Parola a risollevarmi nel tempo dell'angoscia e dell'abbattimento, della stanchezza e della disillusione?

Non è stata la tua Parola a tracciare davanti a me un sentiero di luce anche nel mezzo dell'oscurità di una situazione difficile? E questa Parola non si è avverata ogni volta che ho rinunciato a seguire il mio egoismo, le mie voglie e i miei istinti e mi sono abbandonato fiducioso alla sua saggezza, alla sua forza? No, non posso sbagliarmi, tu salvi, Signore, tu continui a salvarmi, senza rivendicare ogni tuo merito.            

 Padre nostro

 

IO HO SCELTO VOI

3. “ E IL SIGNORE PASSO’ ”

LA CHIAMATA E IL MISTERO DI DIO

 

PREGHIAMO INSIEME

 

Invocazione allo Spirito

Vento del suo Spirito, che soffi dove vuoi, libero e liberatore, vincitore della legge, del peccato e della morte ... vieni! Vento del suo Spirito che ti impadronisti di Gesù per inviarlo ad annunciare la buona notizia ai poveri e la libertà ai prigionieri ... vieni! Vento del suo Spirito che ti portasti via i pregiudizi, gli interessi e la paura degli apostoli e spalancasti la porta del cenacolo perché la comunità dei seguaci di Gesù fosse sempre aperta al mondo, libera nella sua parola, coerente nella sua testimonianza ... vieni! Vento del suo Spirito che ti porti via sempre le nuove paure della Chiesa e bruci in essa ogni potere che non sia servizio fraterno e la purifichi con la povertà e con il martirio ... vieni! Vento del suo Spirito che riduci in cenere la prepotenza, l'ipocrisia e il lucro, e alimenti le fiamme della giustizia e che sei l'anima del Regno ... vieni! Vieni o Spirito, perché siamo tutti vento nel tuo Vento, vento del tuo Vento, dunque eternamente fratelli.

 

LA PAROLA DI DIO

 

Dal Primo Libro dei Re (1Re 19,8-18)

8Si alzò, mangiò e bevve. Con la forza di quel cibo camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l'Oreb.

9Là entrò in una caverna per passarvi la notte, quand'ecco gli fu rivolta la parola del Signore in questi termini: «Che cosa fai qui, Elia?». 10Egli rispose: «Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi cercano di togliermi la vita». 11Gli disse: «Esci e férmati sul monte alla presenza del Signore». Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. 12Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. 13Come l'udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all'ingresso della caverna. 
Ed ecco, venne a lui una voce che gli diceva: «Che cosa fai qui, Elia?». 14Egli rispose: «Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi cercano di togliermi la vita».

15Il Signore gli disse: «Su, ritorna sui tuoi passi verso il deserto di Damasco; giunto là, ungerai Cazaèl come re su Aram. 16Poi ungerai Ieu, figlio di Nimsì, come re su Israele e ungerai Eliseo, figlio di Safat, di Abel-Mecolà, come profeta al tuo posto. 17Se uno scamperà alla spada di Cazaèl, lo farà morire Ieu; se uno scamperà alla spada di Ieu, lo farà morire Eliseo. 18Io, poi, riserverò per me in Israele settemila persone, tutti i ginocchi che non si sono piegati a Baal e tutte le bocche che non l'hanno baciato».

 

COMPRENDERE LA PAROLA

 

Elia riparte con rinnovato vigore, grazie e al nutrimento misterioso che gli è stato donato. La sua meta è l'Oreb, il monte dell'incontro di Dio con Mosè, il patriarca della fede yahwista. Il profeta si attende un’esperienza di confortante comunione, ma si imbatte invece in un’intollerabile solitudine.

 

Giunto al monte, entra in una caverna anzi, come dice il testo ebraico, nella caverna, ossia la grotta in cui si trovò Mosè quando Dio passò proclamando con potenza il suo Nome di misericordia (vedi Es 34,5-7). E qui di nuovo avverte su di sé il macigno del suo fallimento come profeta, come testimone del Signore. Constata infatti che il popolo non ha cambiato vita, non si è convertito, e in se stesso avverte una radicale impotenza a continuare nella missione profetica.

 

Ma come era avvenuto durante il viaggio, quando il Signore lo aveva rimesso in cammino, così ora il Signore gli chiede di riconoscere la sua presenza, quella presenza che un tempo riempiva la sua vita e che ora sembra aver lasciato posto ad un'assenza. Ma ecco: questa assenza permane anche davanti a tutta una serie di manifestazioni "spettacolari", delle rivelazioni del divino: vento impetuoso, terremoto, fuoco, ecc. Fenomeni roboanti che per Mosè erano stati segni della presenza di Dio, ma che non lo sono più per Elia.

 

Solo quando ode il «sussurro di una brezza leggera» Elia avverte la presenza del Signore.

Che Dio si manifesti in una voce di silenzio risulta per Elia qualcosa di sconvolgente. Eppure, proprio in quel silenzio, c'è una voce, una presenza. È una voce che rivela un Dio assolutamente sconcertante per il profeta, il quale vorrebbe al contrario sperimentare un Dio che si fa largo con forza nelle coscienze degli Israeliti e che s'impone alla loro adorazione. Invece yhwh gli si rivela come un Dio che non s'impone affatto, ma che lancia un appello alla coscienza, un Signore che non obbliga, bensì chiede di essere liberamente riconosciuto e accolto.

 

Davanti alla rivelazione di questa voce di silenzio svuotato, la reazione di Elia è quella di un rifiuto, di una rinuncia, ed è per questo che egli chiede nuovamente a Dio di farlo morire.

Invece Dio lo chiama nuovamente ad essere suo profeta e a riprendere la sua missione.

Elia, per sentirsi meno solo, vorrebbe conoscere coloro che, tra gli israeliti, non hanno adorato gli idoli; deve invece accontentarsi di sapere che essi sono noti al suo Dio. A lui deve bastare soltanto il Signore. E se Dio sembra sprofondare in un silenzio impenetrabile, Elia non deve dimenticare che Yhwh resta il Signore della storia, e che in essa continua a realizzare i propri progetti.

 

RIFLETTERE SULLA PAROLA

“Dio agisce nell'umiltà e nel silenzio, il suo stile non è lo spettacolo” 

(papa Francesco)

Non di rado ho sentito dire “Dio mi ha abbandonato”, “Dio non mi ascolta” o “Non so dove sia Dio”. Viviamo di fretta, immersi nella routine e nelle migliaia di attività che il mondo di oggi ci richiede. Tante cose possono farci perdere il senso della nostra vita, e in qualche momento possiamo arrivare a sentirci disorientati, soli.

Dio, nostro creatore, è sempre presente, anche se non riusciamo a sentirlo. Se prestiamo un po’ più di attenzione e ci soffermiamo a pensare un po’, possiamo renderci conto che in effetti a ogni passo che facciamo, in ogni situazione che viviamo, positiva o negativa, Dio è lì, aspettando che lo ascoltiamo e rallegrandosi quando lo troviamo.

Credo che molti noi credano erroneamente di poter incontrare Dio solo nei momenti straordinari, momenti di preghiera profonda o miracoli soprannaturali. Dio è presente in quei momenti, ma è al nostro fianco anche a ogni nostro passo, aspettando che gli apriamo la porta e ascoltiamo la sua voce, le sue cure, i suoi insegnamenti e perfino il suo senso dell’umorismo. 

 

Ecco alcune situazioni della vita quotidiana in Dio ci rivela la sua presenza.

“Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” – Mt 28, 20

 

1) QUANDO MI SVEGLIO E IL MIO PRIMO PENSIERO E’ RIVOLTO A DIO

Aprire gli occhi e riconoscere che la mia vita è un regalo di amore infinito, malgrado i momenti difficili e di prova.

 

2) QUANDO I MIEI DONI SI RENDONO PRESENTI

Ci sono momenti in cui riconosco capacità che sono solo mie, da poter dare un buon consiglio ad aggiustare qualcosa, cantare, sorridere… doni che mi rendono unico e irripetibile, così come Dio mi ha pensato.

 

3) QUANDO SONO ASSALITO DALL’IRA E ALL’IMPROVVISO PRENDO COSCIENZA DI COSA MI STA CAPITANDO

La presenza di quella riflessione nella mia vita è un segno del fatto che c’è qualcosa di più che mi muove, che non sono semplicemente impulsi. La coscienza rivela la presenza di Dio in me.

 

4) QUANDO MI SENTO SOLO E UN’IMMAGINE MI CONFORTA 

Spesso nei momenti di solitudine o disperazione guardare la Croce di Cristo dà senso ai miei dolori e ai miei dispiaceri. Egli si è preso tutto sulle spalle prima di me

 

5) NEI MIEI MOMENTI DI SOLITUDINE E DI PREGHIERA

La quotidianità può lasciarmi quasi senza tempo per pregare, ma quei momenti, quei minuti che forse scelgo di riservare alla fine della giornata sono la mia consolazione. Il riposo di una giornata al Suo fianco, un momento per ringraziare, per confidare, per trovare consolazione.

 

6) QUANDO IL DOLORE ALTRUI DIVENTA IL MIO DOLORE

Vedere il dolore in persone che non conoscerò mai o in posti che forse non visiterò mai e sentirli improvvisamente come se fossero miei è il sigillo di sapermi figlio di Dio, amando come Egli ama.

 

7) QUANDO OSSERVO LE MERAVIGLIE DELLA SUA CREAZIONE

Vedere le meraviglie della sua creazione mi rende testimone di quell’ordine che il mondo segue, un ordine che non è opera del caso.

 

8) QUANDO SONO TESTIMONE DELL’AMORE NELLA MIA FAMIGLIA

L’innocenza e la purezza in un bacio di bambini, ai quali non hai ancora insegnato molto. Il sigillo del Creatore visibile fin da tenera età

 

9) QUANDO VEDO LA GIOIA DELLE PERSONE CHE HANNO CONSACRATO LA LORO VITA A DIO

Mi colpisce l’allegria dei miei amici consacrati. Quando conversiamo, quando vedo come accolgono gli altri… Quando raccontano la propria esperienza irradiano una gioia che viene da qualcosa di molto più grande, una compagnia costante, un’unione speciale con Dio

 

10) NEI VOLTI PIENI DI PENTIMENTO

Quando gli altri mi hanno offeso e capiscono subito di aver agito male. Il pentimento, importante per ricominciare. Dio è lì, insegnandomi il perdono e a fare il bene.

 

11) QUANDO AIUTO GLI ALTRI

L’amore ha a che vedere con il dare e il servire. Ogni volta che aiuto una persona conosciuta o sconosciuta, il mio cuore trabocca allegria e verifico il senso del comandamento nuovo che Gesù ci ha lasciato: Ama Dio al di sopra di tutto e il tuo prossimo come te stesso.

 

12 Quando ricordo le persone che non ci sono più

Il dolore di ricordare le persone che ho amato tanto, come i miei parenti, gli amici che se ne sono andati… Dio arriva sempre nei miei pensieri con la Sua consolazione e la promessa di rivederci nell’eternità.

 

13 Quando mi accorgo del dono di avere buoni amici

Il dono dell’amicizia che mi permette di poter condividere con altri le mie esperienze, i miei ricordi, i miei giorni positivi e anche quelli negativi. L’amicizia è un dono meraviglioso. “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13).

 

14) QUANDO MI SORPRENDO PER L’IMMENSA CAPACITA’ CREATRICE DELL’UOMO 

Vedere tutto ciò che come esseri umani abbiamo potuto creare, fino a dove siamo arrivati, mi rivela il riflesso creatore con il quale siamo segnati.

 

 

15) QUANDO LE NUBI MI RICORDANO IL CIELO

Guardare il cielo e provare nostalgia per l’infinito, quella gioia che mi ricorda che sono chiamato a vivere una vita eterna.

 

16) QUANDO MI SENTO GRATO DI POTER PROVARE AMORE 

Amare profondamente un altro riempie il mio cuore di allegria e mi permette di potermi donare e di voler solo dare tutto per amore. Amare come Egli mi ama

 

17) QUANDO IL MIO CUORE SI RIBELLA DI FRONTE ALLA FRAGILITA’ DELLA VITA

Ricordare che questa vita è temporanea e sentire spesso di voler essere eterni, di voler vivere per sempre, è un richiamo che sentiamo tutti. È il segno di Dio che ci prepara per una vita senza fine.

 

18) QUANDO NEL MIO CUORE SI ACCEDONO SENTIMENTI E PENSIERI CHE NON SO DA DOVE ARRIVINO

Spesso abbiamo la parola giusta, la soluzione o all’improvviso un’ispirazione che non sappiamo da dove venga, ma arriva sempre al momento giusto. Mi dimostra che Qualcuno è al mio fianco, sussurrandomi e curandomi sempre.

 

PER CONTINUARE A RIFLETTERE

 

"Il popolo non si è convertito, non ha cambiato vita: la sua missione è fallita.”

Molte volte facciamo coincidere la vocazione con la capacità di far cambiare le cose attorno a noi: ma quello che deve cambiare siamo noi per ritrovare il senso delle cose e di Dio.

 

"Vento impetuoso, terremoto, fuoco, ecc. Fenomeni roboanti che per Mosè erano stati segni della presenza di Dio ma che non lo sono più per Elia.”

Quante volte cerchiamo la presenza di Dio e il conforto in segni prodigiosi. Ma Dio è in quel silenzio che sconvolge. Lo avvertì?

 

"Elia vorrebbe un Dio che si fa largo con la forza, invece Dio si impone con un appello alla

coscienza per essere riconosciuto e accolto.”

Molte volte vorremmo che tutti rispondessero alla chiamata, e lo facessero come vogliamo noi. La vocazione è invece rispondere in piena libertà, senza costringere tutti a riconoscere Dio.

 

"Il silenzio di Dio: Dio parla così anche in Gesù.”

Non cerchiamo solo risposte in Dio: quando guardiamo la croce ricordiamoci che la risposta più grande di Dio è il silenzio della morte di suo Figlio. Tutto questo è salvezza.

 

CONCLUDENDO IN PREGHIERA

 

Ho paura di dire di sì, o Signore. Dove mi condurrai?

Ho paura di avventurarmi, di firmare in bianco, ho paura del sì che reclama altri sì.

Eppure non sono in pace: mi insegui, o Signore, sei in agguato da ogni parte.

Cerco il rumore perché temo di sentirti, ma ti infiltri in un silenzio.

Signore, mi hai afferrato e non ho potuto resisterti.

Sono corso a lungo, ma tu mi inseguivi.

Mi hai raggiunto.

Mi sono dibattuto, hai vinto.

I miei dubbi sono spazzati, i miei timori svaniscono.

Perché ti ho riconosciuto senza vederti,

ti ho sentito senza toccarti, ti ho compreso senza udirti.

 

Padre nostro

 

e della Quaresima.

 

 

 

QUARESIMA 2018 

                                                                
 

 

 

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(18 catechesi)